Quattro Metri (Anche Di Più)

Ho rivisto oggi l’alberello che affiancava il campetto da calcio dove giocavo da bambino, cioè quello che mi piaceva chiamare così: fra ciuffi d’erba incolta, rosmarino e sterpi, ho trascorso pomeriggi lunghi ad affannarmi dietro un pallone che, diciamolo senza vergogna, non mi ha mia mostrato troppa simpatia.

Contrariamente allo stereotipo cinematografico dell’italiano calciatore, io sono sempre più sembrato un ragazzo destinato ad una vita di studio e di videogames, più che la nuova promessa adatta ad inorgoglire madri deluse. Ci divertivamo come si può fare a sei anni, quando non hai ancora idea di cosa siano cose come l’amore e la morte, ed in definitiva l’unica cosa che davvero conta è trascorrere in qualche modo i pomeriggi senza annoiarsi.

Come in “Azzurro”, quei pomeriggi lunghi d’estate diventavano per me quasi infernali, e non solo per l’afrore dovuto alle temperature tropicali ma soprattutto perché a sei anni non puoi soffrire la solitudine. Ritrovarsi ad inseguire un pallone era un dignitoso modo per combattere il tedio e giustificare il sudore.

Ero alto un metro o poco più quando giocavo lì, in un posto che ho abbandonato un giorno che non riesco a ricordare bene. Sembra quasi assurdo, ci ho vissuto tanto eppure non ricordo quando è scomparso dalla mia vita. Servirebbe un rituale epico, per certi abbandoni, perché così sembra quasi che tutto non sia mai finito.

L’albero ora è quattro volte più alto; nel condominio si attrezzeranno per tagliarlo con quella brutalità di chi non ci ha arredato i ricordi d’infanzia. Insensibili. Ci sono andato sotto, mi sono sentito piccolo come non mi capitava da tanto. Quando torni nei luoghi d’infanzia, ti senti un goffo gigante in spazi troppo angusti, ma lì le proporzioni sono ancora giuste: affascinato ed impaurito, ho trascorso qualche strano minuto ad osservare il mio passato, ormai abbondantemente sopra i quattro metri d’altezza.

L’Angoscia Dell’Ultima Volta

Quando Sam iniziò a pensare a quante città che aveva visto una sola volta non avrebbe più visitato, iniziò a contemporaneamente a pensare di essere una persona affetta da una strana forma malinconica, una sorta di debolezza dell’anima.

Non che questo lo rincuorasse, ma riuscire a trovare una spiegazione per così dire “medica” a quel suo sottile malessere lo distoglieva di fatto da quel torpore nostalgico che lo coglieva impreparato di tanto in tanto, e soprattutto quando si convinceva, ogni anno più precocemente, che l’estate stava finendo.

Sam era stato costretto sin da piccolo a dover affrontare questa sua propensione, ed aveva così tanta familiarità con questo tipo di pensieri e sensazioni che aveva dato al tutto un nome,  “l’angoscia delle ultime volte”. Aveva iniziato quindi a chiedersi, ogni volta che faceva qualcosa, se quella sarebbe stata l’ultima. Anche se magari non se lo chiedeva “durante”, ci pensava prima o magari qualche giorno dopo, ma di fatto il pensiero non lo abbandonava mai. Sul finire di Agosto, poi, questo accumularsi di “ultime volte”, con annessa angoscia, sembravano sommergerlo, come se le scorie di tutta una vita lo soffocassero. Non era però una sensazione di sola oppressione, e questo Sam faticava ad ammetterlo a se stesso, ma anche una sorta di abbandono alla tristezza, di resa incondizionata alla malinconia.

Ripensava a quando era stata l’ultima volta in cui aveva baciato la dolce Naomi, poco prima che lei decidesse che un ragazzo con così poca eleganza non fosse adatto al suo ricercato abbigliamento da alta borghesia. Ripensava all’ultima volta che aveva visto sua madre, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, e di come l’avesse salutata con un “ci vediamo stasera!”, senza poter immaginare cosa sarebbe successo all’incrocio fra Roosevelt Blv e Sunset Street, proprio davanti a quella tavola calda squallida in cui aveva conosciuto Rod, l’unico amico che era riuscito a farsi nei primi due anni di college. Pensò al viaggio in Europa, fra Parigi e Roma, ed a tutti i monumenti, le piazze, le persone che non avrebbe mai più visto, e ci pensò così tanto che si rese conto di quanto ormai aveva dimenticato. Ed ogni nuovo ricordo portava con se l'”angoscia dell’ultima volta”, perché non sarebbe mai tornato là, non in questa vita. Sul finire d’Agosto la sua debolezza diventava quasi invalidante, tanto che passò un intero pomeriggio a ricordare tutti gli hotel in cui aveva dormito, a passare in rassegna i profumi, gli smalti, i vestiti che poteva ricordare di tutte le ragazze di cui si era, anche fugacemente, innamorato. Pensò ai merletti bianchi degli slip di Romina, quando sbirciava durante le ore di Matematica sotto la sua gonna per placare una curiosità che ora aveva perduto. Pensò alla festa di compleanno di David, quando Leona lo baciò più per merito di quattro Gin Tonic che per la sua camicia verde smeraldo, la stessa che poi rovinò alla disastrosa cena al messicano con Ruth, il giorno in cui finì quella sbilenca ed ambigua relazione che avevano coltivato segretamente per mesi. E per ogni pensiero, Sam ne trovava altri che vi si collegavano, un reticolo sconfinato in cui si perdeva, si abbandonava, naufragava. Il piacere di vagare nei ricordi, questo lo ammaliava, lo intorpidiva, lo anestetizzava. Il mondo esterno e la sua vita sembravano distanti, ininfluenti, esclusi da tutto quel suo vagabondare. Poi dopo ore, a volte giorni, si stancava, come se i ricordi si fossero esauriti, come se non bastassero più. Ed allora saliva l’angoscia, travolgente, di voler vivere più di ogni altro suo coetaneo, di vivere più intensamente di ogni altro uomo al mondo, di avere altri sconfinati ricordi in cui vagare in un prossimo e lontano tramonto di fine Agosto, il suo ultimo tramonto estivo prima di lasciare questo mondo.

Incubo a Londra

Decisi di tornare a Londra una sera di Ottobre, cinque anni dopo la prima volta, in quel periodo dell’anno quando l’Estate lascia dietro di sé uno strascico di brividi in chi si ostina a non volerne celebrare la fine, e continua a vestire come se fosse ancora inizio Settembre.

I muri grigi del Sud della città erano gelidi ed inospitali, ed i fumi delle auto rendevano l’aria irrespirabile. Mi ritrovai a vagare da solo e senza una meta, ma non saprei ricostruire come fossi arrivato in quell’inospitale quartiere residenziale in degrado. La sensazione che ricordo più nitidamente è quella che tutte le nere finestre che si affacciavano sui fatiscenti appartamenti mi stessero osservando, come enormi occhi di pece senza anima.

Una tensione spasmodica, di cui riconoscevo solo in parte le cause, faceva pulsare la mia testa come se fosse stata in preda ad una diabolica e perversa sincope, tanto che mi sembrava di vivere in un’allucinazione; le insegne al neon contribuivano ad amplificare questa sgradevole sensazione.

Il cielo era un coperchio di latta, con venature nere che andavano aumentando con l’avvicinarsi del buio, ormai prossimo. Col tempo mi resi conto che una fluorescenza verdastra promanava dall’inquinato sobborgo, infettando il cielo amorfo e ostile.

Le persone, nel ricordo che ho adesso, sembrano prive di ogni tratto distintivo, tanto che la notte, quando gli incubi mi costringono a rivivere quelle ore, sembrano completamente senza volto, come se fosse stato loro cancellato da una qualche arcana maledizione, un anatema che nessun libro è riuscito a salvare dalle sabbie del tempo.

Dalle discoteche insalubri ricavate negli scantinati emanavano fumi tossici e ragazze sgraziate e svestite, più nauseanti che erotiche. I vestiti spiegazzati e l’acconciatura sgraziata facevano intuire come potessero permettersi i modesti gioielli che portavano al collo, bastanti a suscitare le invidie delle altre ragazze. Gli uomini senza volto non si trattenevano dal palpare i loro seni, con una foga che sembrava prodromo di violenza.

In quello che adesso mi sembra un tempo insolitamente breve, il cielo si fece prima scuro, poi impenetrabile, tanto che la fluorescenza ammorbante di cui ho già raccontato si rivelò quasi un aspetto positivo. A questo punto era tanto buio che le finestre si fecero ancor più inquietanti, e praticamente indistinguibili nel panorama claustrofobico della metropoli. Io però sapevo che erano ancora là, nel buio, come enormi occhi fissati su di me. Questa sensazione, che diventò una certezza sempre più rapidamente, divenne secondaria quando iniziò a mancarmi il respiro.

Non saprei ricostruire precisamente l’accaduto, ma è come se la geometria dell’intera città mutasse assieme alla mia ormai soffocante paura: più la mia ansia si faceva febbricitante, più il cielo diveniva irrealmente scuro, ed i passanti mutavano in grottesche imitazioni di esseri umani senza identità. Lentamente, le prostitute e gli sguaiati ragazzi che le molestavano, o almeno quello che rimaneva delle loro fattezze, cessarono di muoversi, e all’unisono iniziarono a voltarsi lentamente ed inesorabilmente verso di me.

In quello che avrebbe dovuto essere il volto, non potevo scorgere ormai che un vago ricordo dei loro tratti, ma la sensazione che ebbi fu troppo simile ad una certezza: mi stavano fissando.

Mi portai le mani al petto, ormai affamato d’aria e colpito da lancinanti fitte al capo, come in preda ad un qualche malessere mortale e straziante. Dopo aver poggiato un ginocchio a terra, mi accasciai su un fianco, e con grande sforzo osservai di nuovo le prostitute, che si erano fatte vicine più di quanto avrei mai potuto immaginare: praticamente ero circondato da figure umanoidi, senza volto e apparentemente incorporee, che parlavano un idioma talmente spaventoso che nessun uomo sano di mente potrebbe pensare di ricordare.

I loro corpi sembravano molto caldi, o forse fu solo una sensazione dovuta alle lancinanti fitte che mi stavano straziando. Nonostante tutto, però, non sarebbe bastato questo a far diventare quella sera l’incubo che mi porterò con me per l’eternità.

Con le ultime forze, cercai di guadagnare un po’ d’aria fresca avvicinando la bocca in uno degli spazi lasciati liberi dagli esseri che mi accerchiavano: se fossero stati esseri umani, avrei potuto parlare dello spazio fra i loro corpi, ma non so quanto questo possa avvicinarsi alla realtà. Guadagnato uno spiraglio fra quelle ombre incombenti, inspirai con forza l’aria inquinata ma fresca che soffiava nella strada. Intento a riempire i polmoni per allontanare la sensazione di essere ad un passo dalla morte, feci il grave errore di alzare lo sguardo verso i palazzi con le nere finestre.

Riuscii, non saprei dire bene come, a percepire chiaramente che qualcosa era cambiato in quelle inquietanti vetrate: dietro le lastre gelide potevo intravedere qualcosa che solo gli incubi più abominevoli potrebbero provare a restituire alla mente di uomo. Sentii come l’olezzo di centomila tombe giungermi al naso ed ottenebrarmi i sensi. Vidi i volti distorti di mille sacrifici umani, innalzati ad un cielo plumbeo in onore di un rito sacrificale ripudiato dall’Universo. Un obelisco nero e liscio trafiggeva il cielo tanto che questo sembrò morire con un lamento ultraterreno, un latrato colossale.

Quando mi risvegliai, mi venne raccontato che ero stato trovato da un medico disteso ed in stato di choc, febbricitante ma senza nessuna ferita o segno di maltrattamento. Il medico che mi trovò e si assicurò che stessi bene, il Dottor Jonston, sembrò voler sbrigare velocemente la faccenda, tanto che mi parve strano il modo in cui non volle dar peso ad un dettaglio non di poco conto: al momento del ritrovamento stavo ripetendo ossessivamente e con un timbro di voce che non può appartenere a nessun uomo una serie di fonemi sconosciuti al nostro mondo. Il Dottor Jonston sorvolò sulla questione nel riportare l’accaduto ai colleghi presenti in ambulatorio, e cacciò le infermiere con la scusa che non sarebbe stato opportuno farmi spogliare in loro presenza. Dopo una rapida visita, mi fece rivestire e, sedutosi alla sua scrivania, mi invitò ad uscire in un modo che mi sembrò ai limiti della maleducazione, per quanto fu brusco. Disorientato da quell’atteggiamento ostile, pur nella mia riconoscenza, lo salutai in modo formale. Appena abbandonata la stanza, le infermiere rientrarono nello studio. La più giovane di loro, Remy, aprì la porta e vide qualcosa che l’avrebbe portata prima alla pazzia e poi al suicidio: il Dottor Jonston era seduto alla sua scrivania, nella stessa posizione in cui l’avevo lasciato io, ma egli aveva adesso l’aspetto terribile di un uomo senza volto.

L’altra vita

Delle volte mi assale come un senso di solitudine assoluto ed impenetrabile, al contempo affascinante e inquietante. Ammiro questa situazione come dall’esterno, e ne gusto l’estetica desolante, con l’alterigia dei diversi e con la disperazione dei soli. Mi pare irrisolvibile, ma pur soffrendone non posso farne a meno: a lungo andare la relazione con questa realtà dove sono l’unico essere vivente mi manca fino a disorientarmi, e se non mi curo di ritornare in questo mondo dove incontro solo me stesso, finisco per temerlo e per bramarlo allo stesso tempo. Privato del confronto con tutti, posso liberare le emozioni senza preoccuparmi di doverle spiegare a chi mi circonda, e così divinamente creo e distruggo immagini che non riuscirei mai a farti capire, perché forse non possono esistere che dentro di me. Vivo un’esistenza esterna a quel che gli altri vedono, dove esploro dimensioni nascoste di me. Riscopro cosa ancora mi ferisce, perché solo così posso ferirmi davvero. Riscopro cosa è importante, perché solo così riesco a farlo senza temere di apparire fragile.

Mi Manca L’Estate

Mi manca l’Estate, con il profumo dell’erba e le notti nei parchi a ridere. Mi manca come l’innocenza perduta, e pensandola così distante alla fine di questo Febbraio gelido la vesto di quella irreale perfezione che solo nei ricordi riesco a trovare. Mi manca l’appetito della notte, quando ci fermavamo a mangiare con la Luna alta in cielo, e tutto intorno grilli e rospi. Ed aspettare quasi l’alba, e guardare compiersi quel miracolo del buio che ritorna luce, eterna metafora di questo costante, ciclico, ripetersi. Mi manca l’Estate, e c’è quella malinconia profonda di sentire il Tempo perduto, irrimediabilmente trascorso, relegato ai pixel delle foto ed ai ricordi condivisi con gli amic. Mi manca l’Estate, quanta nostalgia.

Oltre Il Vetro

Lo stava osservando con quella vorace curiosità che si ha nella paura e nello stupore, quando assieme inebriano e sconvolgono l’anima; una urgenza di conoscere che non poteva attendere eppure anche un terrore ed un orrore sconfinato, che come un liquido nerissimo si spargeva in tutto il corpo, fin dentro il cervello, fino a disorientare e stordire, fino al dolore intenso e pungente.

Passato e futuro, spogliati degli orpelli con cui la filosofia lo aveva ingannato, apparivano per quello che erano: mere invenzioni che non servivano altro che a convincerlo di essere vissuto prima e di vivere anche dopo quell’istante.

Ma l’urgenza era troppa, in quel momento, per farsi distrarre dai ricordi e dalle previsioni, e così tutto veniva annullato. Rimaneva solo quell’istante, quella domanda che come un vortice risucchiava ogni energia; ogni singola cellula del suo corpo sembrava tesa in quella terribile esperienza, e come posseduta ed indemoniata ogni singola cellula sembrava attraversata da una febbrile quanto insana perversione di andare incontro a quella terribile domanda.

Ogni attimo diventava colloso, lento eppure insostenibilmente inesorabile; ogni istante aumentava la tensione fino a che non sembrò che tutte le ossa dovessero rompersi, e che tutti i tendini dovessero spezzarsi, gli occhi e le orecchie iniziare a sanguinare, il cuore esplodere, i denti frantumarsi in un ghigno diabolico. Ma niente di tutto questo successe, anzi questa inumana e violenta domanda cercò come per sfogo la sua risposta, così finalmente gli occhi trovarono il coraggio di guardare.

Il vetro era sporco d’acqua. Aveva piovuto il giorno precedente, per l’ultima volta in quel Maggio umido e inquieto, raffreddato da venti sferzanti e minacciose nuvole bianche, imponenti e candide al contempo.

L’infisso di legno circondava la finestra come la cornice un dipinto, anche se qualche scheggia dovuta all’usura rovinava un po’ l’impressione di trovarsi dinanzi a qualcosa al di fuori della vita reale. Le macchie, le deformazioni, un insetto sulla destra erano lì a testimoniare che non si trattava di una espozione artistica, ma della finestra di casa sua.

A. la osservava con urgenza di scorgervi qualche differenza, qualche incongruenza o qualche indizio, ma non vide nulla che potesse sopire in lui quell’orrore e quella divorante curiosità.

Avrebbe potuto giungere subito al centro di quella finestra con lo sguardo, ma la paura paralizzava i suoi occhi ed impediva al suo cervello di effettuare quel millimetrico movimento oculare che sarebbe bastato a trovare la risposta che stava cercando.

Stritolato fra l’uregnza ed il terrore di sapere, il corpo di A. sembrava ormai sull’orlo dell’abisso, e già da lontano gli spettri della pazzia si intravedevano, con i loro stracci e le lacrime al seguito.

Come in un gesto di dignità prima di scivolare nel buco nero della follia, A. riuscì ad osservare quello che tanto temeva.

In un delirio di coraggio, già limitrofo alla più evidente pazzia, egli fissò così intensamente l’orrore che sembrava quasi volesse morirne ed impazzirne, volesse essere travolto da quell’immagine, volesse infine arrendersi agli spettri che già gli tastavano la carne, gli annebbiavano il cervello.

Controllò in pochi attimi innumerevoli particolari, alla ricerca di qualcosa che potesse aiutarlo a spiegarsi quell’assurdità.

La forma degli occhi, la curvatura innaturale del naso, il colore delle labbra, le rughe sulla fronte, la forma dei padiglioni auricolari, le unghie mangiucchiate, la barba incolta, il colore dei capelli, la pettinatura, la disposizione dei denti, le macchie sulla pelle, i graffi non ancora rimarginati sulla destra del collo, l’irritazione dovuta al cuscino poco sopra la guancia sinistra… Tutto coincideva alla perfezione.

A. non riusciva ad immaginarsi in quali circostanze fosse potutto accadare, ma era ormai sicuro che quell’uomo dietro il vetro fosse lui.

Il cuore parve esplodere; il corpo si spezzò come ferito da un fendente mortale ed il dolore e l’orrore si impadronirono completamente della sua mente, per qualche eterno secondo. Forse iniziò a sanguinare, ma in quel momento non era granché importante.

L’uomo dietro al vetro, molto lentamente, spostò il viso affusolato così da poter osservare la strada, e venne attirato da quella figura che nella penombra lo osservava in preda ad una agitazione tanto evidente da penetrare qualsiasi muro e finestra.

Non rimase però stupito, come se avesse già saputo di trovare A. là fuori, in quell’istante, in quel momento, con quell’espressione. Sembrava ne potesse leggere i pensieri, e scandagliarne le emozioni molto meglio di quanto A. riuscisse a fare in quel momento.

Poi l’orrore divenne realtà: uno sguardo sinistro colpì A. come un anatema e l’espressione di quell’uomo che tanto gli somigliava mutò in qualcosa che non avrebbe mai voluto vedere.

A. non riusciva a capire cosa fosse a farlo tremare ai limiti della convulsione, ma quel che conta è che in quel momento egli capì, con la velocità con cui A. capiva se stesso quando pensava fra sé e sé.

La sagoma delle sue due figlie che si intravedeva in qualche modo dalla finestra (in realtà poco più che una sbiadita ombra incomprensibile) bastò a strocare ogni residua resistenza, e fu come se in un solo istante ogni cosa in lui urlasse un dolore inimmaginabile, fisico e psicologico, che fosse capace di trascendere il tempo, espandendosi in ere di orrore senza nome.

Marianne aveva visto molte volte un uomo morto, ma quel cadavere sull’asfalto era irrigidito in una smorfia di dolore che non mancò di colpirla profondamente, tanto che smise di sorseggiare il suo caffè senza zucchero e rimase ad osservarlo per qualche minuto mentre i suoi colleghi facevano le rilevazioni scientifiche.

Dentro, i due cadaveri di Lucy e Sonia erano irriconoscibili, tanto che più di un agente aveva dovuto vomitare la colazione, prima di poter procedere nel proprio lavoro.

Non era chiara la dinamica dei fatti, e Marianne pensò che quella smorfia racchiudeva la soluzione di quello strano duplice delitto. Tuttavia in poche ore non rimase granché fra i suoi pensieri di quell’avvenimento: Liam la picchiava quando beveva troppo, e fu costretta per tutta la settimana successiva a rinunciare al lavoro, fingendo uno di quegli incidenti domestici che sembrano essere nati per nascondere le violenze coniugali.

Il caso venne dichiarato chiuso il 4 Giugno 1929.

Solo il 21 Dicembre del 1947 il Signor Verner aggiunse qualcosa a quell’omicidio così controverso. Suo figlio Albert, devastato dal dolore, non mancò di ricordare con stupore le ultime parole di suo padre, che pure dovettero sembrarli i deliri di un moribondo. Gli aveva raccontato, in un confuso idioma d’oltretomba, di come lui avesse visto qualcuno  che gli sembrò proprio A. uscire dalla casa pochi minuti prima che la signora Rubens chiamasse la polizia. Ma nessuno, nel Dicembre del 1947, era ancora interessato a quella vecchia storia.

Due Bottiglie Di Spumante

Ormai è trascorso un anno dal giorno in cui mio padre è morto. Ci ho pensato ogni giorno, senza eccezioni, anche se ogni volta in modo diverso. Potrei riempire serate a scrivere di cosa mi manca di lui, di quel che rimpiango e dei rimorsi. Potrei, come d’altronde ho fatto tante volte, cercare di descrivere come la mia reazione alla notizia mi abbia portato in un lento e forse infinito processo di accettazione e superamento, verso il ritrovamento di una qualche felicità. Dai discount della retorica potrei pescare a piene mani e con disinvoltura, perché infiniti sono i discorsi precostruiti che si possono utilizzare in una simile situazione. Ho dalla mia la forza di un’emozione tragica che velocemente comunica a tutti, quasi indistintamente, un senso di gravità assoluta: è morto mio padre. Ma oltre a questo, mi è sempre stato difficile descrivere quel che provo da quel giorno, cosa mi manchi e perché. Non è facile per me capire quando e come accada, quel che è sicuro è che accade tanto per insignificanti dettagli che per macroscopici eventi che non possono che soffrire della mancanza di mio padre. Stasera ne è successo uno che ha risvegliato in me questa sensazione di assenza, così profonda e dolorosa che per quanto mi sforzi, non riesco a descrivere a parole. Fra pochi giorni mi laureo, ed ho chiesto a mia madre di comprare due bottiglie di spumante per festeggiare con amici e parenti, poco dopo la proclamazione. Ho chiesto un qualcosa di semplice, e di per sé non porta nulla di drammatico ad una situazione di festa più che ovvia in simili occasioni. Mia madre, come è proprio del suo carattere, ha comprato due bottigliette di spumante di dubbia qualità, giustificandosi ai miei occhi con il risparmio economico che è riuscita ad ottenere con queste due bottigliuncole anonime e spartane, tanto scarne da sembrarmi deprimenti. Il problema è presto risolto, le ho detto dopo che mi si è palesato sul volto la delusione e lei si è sentita rammaricata: domani andrò al supermercato a comprarne due degne di un festeggiamento. Poi però è cresciuta in me la voragine, e non ho potuto che pensare a quanto manca mio padre in questi giorni: lui avrebbe saputo cosa comprare, come festeggiare. Lui avrebbe capito meglio il mio sentimento, la mia voglia di liberarsi in un festeggiamento che compensi gli sforzi di questi tre anni, i sacrifici di uno studio disperato, portato avanti con un genitore in coma farmacologico, facendo leva su ogni goccia di volontà che mi era rimasta. Lui avrebbe capito che 2€ risparmiati sono un insulto per questo festeggiamento, e che avrei voluto da loro quell’entusiasmo che non trovo più negli occhi vedovi di mia madre. Ed ho sentito di nuovo la morte, in quello sguardo perso. Ed ho sentito di nuovo quanto mi manca, mio padre. Tantissimo, stasera, ora che vorrei tanto il suo entusiasmo; vorrei sentirlo fiero vantarsi del mio traguardo, più contento di me, e partecipe come lui sapeva essere. E stasera affogo, e lo ricerco in un mare di ricordi nei quali abbandonandomi.