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Gli Artisti Del Millennio #82: FOUR TET

Kieran Hebden, già attivo nei Fridge, ha remixato artisti tanto diversi come Black Sabbath e Aphex Twin, ma le sue opere più famose vanno a nome Four Tet. Londinese, di origine sud-africane e indiane, è uno dei traghettatori dell’elettronica inglese nel nuovo millennio, attraverso incroci con il folk, il post-rock e il minimalismo. Anche se il periodo d’oro si chiude con il 2010, continua a essere un nome amato da musicofili di varie estrazioni e benvoluto dalla critica, pur senza entusiasmi.

Difficile iniziare con un album più forbito di Dialogue (’99), minimale e jazzy, house-music per appassionati di post-rock. In questi malinconici quadretti glitchy si ritrova una poetica della semplicità di grande eleganza. Più che un’astratta ambientazione musicale, è una rappresentazione dei moti interni dell’anima, delle sue evoluzioni. La dicotomia fra emotivo e digitale è simile all’Ok Computer (’97) dei Radiohead, ma la prospettiva è molto più elettronica che rockettara. Pause (’01) focalizza l’emotività di inizio millennio, tecnologica e umanissima, con onirici costruzioni di folktronica strumentale. Malinconica e screziata di stravaganze, è una musica che sfuma i confini fra generi; viene perfezionata ulteriormente su Rounds (’03), uno dei capolavori della folktronica. Melodie fragili e ritmi spigolosi, insieme a sfondi elettronici, sono i mattoni di un’avventura che usa centinaia di sample per raccontare una nuova laptop music. Per molti, fra cui Pitchfork e Drowned In Sound, è fra gli album migliori del decennio e soprattutto “Unspoken” viene salutata come un capolavoro. Everything Ecstatic (’05) perde l’equilibrio intimista e onirico, puntando a una più spettacolare contrapposizione di ritmi, armonie e melodie. Il robotico ha sopraffatto l’umano, così che la transizione verso There Is Love In You (’10), il suo lavoro microhouse, peraltro ballabile, elegante e ricercato, ma più androide che umano (“Love Cry”, “Sing”), appare tutto sommato prevedibile. Da qui la ricerca di un’evoluzione, che trasla verso il future-garage e la techno su Beautiful Rewind (’13) e verso una sofisticata house atmosferica su New Energy (’17), più meditativo, come preannunciato dal curioso Ep Morning/Evening (’15), due lunghi brani di 20 minuti di elettronica ambientale.

Critica e appassionati drizzano le orecchie con Pause, così per Rounds c’è un consenso ampio, testimoniato dal metascore a quota 89 e dal fatto che per RYM l’album sia al #1.427 dei migliori di sempre. Esaurito l’effetto sorpresa, l’interesse permane ma senza particolari sussulti, tranne in parte There Is Love In You (’10). Il grande pubblico non sa chi sia: neanche in patria sfiora la top30, e le copie si contano in decine di migliaia per gli album più venduti.

⭐⭐⭐

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Gli Artisti Del Millennio #81: BLACK KEYS

È lo spirito del tempo: un gruppo dell’Ohio, chitarra-voce-batteria, diventa celebre perché ripesca la tradizione blues-rock del trentennio 50s – 60s (Junior Kimbrough, Howlin’ Wolf, Robert Johnson). Icona dell’indipendenza dal mainstream, sono il conservatorismo del rock, ma anche la sua leggenda: la musica dei giovani che scientemente si fa classica, eterna, calligrafica. Mentre il mondo della musica si muove verso il digitale, la fruizione liquida e sempre più ubiquitaria, loro puntano su tour estenuanti, dove fanno rivivere gli anni d’oro a chi è nato due generazioni dopo. Mica vero che la loro proposta è alternativa, bastava impacchettarla nel modo giusto, come fanno con Brothers (’10): tre Grammy e oltre 1 milione di copie.

A guardarla con cinismo e un po’ di ottusità, è una minestra riscaldata quella di The Big Come Up (’02) e Thickfreakness (’03). Black Sabbath, Led Zeppelin, Rolling Stones, Cream sono solo alcuni dei punti di riferimento, con qualcosa dell’energia virulenta degli Stooges a colorare i momenti più rumorosi e un tocco di Jimi Hendrix. Nei 90s citano i Jon Spencer Blues Explosion, ma senza seguirne le fusioni più azzardate né le scorribande più efferate ed assordanti. Fra i contemporanei, gli White Stripes sono il più scontato paragone (persino il nome è simile!). Non c’è una vera rielaborazioni, né novità nelle tematiche, né cose nuove in generale. Rubber Factory (’04) continua con questo semplice blues-rock graffiante, e manda a memoria i brani: quello aggressivo, quello più calmo, quello lascivo, quello col riff granitico. Magic Potion (’06) tributa, o forse banalmente imita, l’hard-rock inglese. Attack & Release (’08) rimane retrò come da tradizione, ma propone arrangiamenti più ricchi. Per la band è una via di fuga dalla ripetizione, così Brothers (’10) prosegue inserendo funk, r’n’b, pop. Il prezzo da pagare è la perdita di quella ruvidezza mid-fi. El Camino (’11) prova a recuperarla insieme all’energia di un tempo, ma questo rock’n’roll anabolizzato e rivenduto al pubblico dei 10s è furbetto, appiccicosamente orecchiabile e terribilmente ruffiano. Persino la loro folle corsa infine rallenta: passano 3 anni per Turn Blue (’14) e altri 5 per “Let’s Rock” (’19), peraltro opere trascurabili.

Il piccolo pubblico dei primi 4 album lascia il posto ai quattro dischi di platino dell’uno-due BrothersEl Camino. Poi il pubblico gli abbandona. Metascore spesso sopra gli 80, buoni piazzamenti su Rate Your Music. Fra vent’anni, ci scommetto, sarà difficile spiegare anche solo una loro citazione negli album di inizio secolo.

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Gli Artisti Del Millennio #80: BURIAL

A distanza di tre lustri dall’esordio, non sembra esagerato considerarlo uno dei musicisti più importanti del primo quinto di secolo. Ectoplasmatico e inafferrabile, parco di pubblicazioni ma infallibile in qualità, è giustamente considerato l’uomo della dubstep, anche se questo ne circoscrive il genio. William Emmanuel Bevan è molto di più: un musicista che descrive lo smarrimento di inizio secolo, i deleteri effetti della megalopoli inglese sulla mente, la nostalgia desolante di un passato mai vissuto. Quando smetteremo di considerare capolavori solo gli album rock, allora vedremo Untrue (’07) per quello che è, cioè una pietra miliare della musica, e Burial sarà considerato da par suo, cioè un artista unico e irripetibile.

Nato in sordina, la musica di un timido ragazzo del sud di Londra diventa velocemente la fotografia di un mondo perduto, alla ricerca di un presente e di un futuro. A descrivere l’indescrivibile dei brani nervosi, cupi, desolanti e futuristici, nati dalle ceneri di jungle e garage, che sull’esordio Burial (’06) già fanno gridare al miracolo molti, compreso The Wire, che lo considera l’album dell’anno. In seguito anche NME lo inserisce fra i migliori album di sempre; persino i severi utenti di Rate Your Music lo inseriscono fra i titoli migliori di sempre, ma la posizione 3.971 è davvero ingenerosa. Come nelle favole, il miracolo si ripete, anzi con Untrue (’07; #242 su Rate Your Music nella classifica all-time) si vola nell’Olimpo dei lavori che segnano un’epoca, un instant-classic che, incassato il 90 su Metacritic e il titolo di album dell’anno per Resident Advisor e Sputnikmusic, ha visto la sua fama crescere di anno in anno. Album del decennio per Fact e NPR, #3 degli 00s per Resident Advisor e #11 nei migliori album EDM di sempre per Rolling Stone. Simon Reynolds, nel ’17, lo considera l’album di elettronica più importante del secolo: come dargli torto? Untrue trasforma la musica inglese, segnandone una svolta intimista e futuristica, contradditoria e originale. È il capolavoro della dubstep, forse dell’intera elettronica britannica del decennio. Un lavoro off-the-charts, che rischia di adombrare una produzione successiva di altissimo livello, ben riassunta nell’essenziale compilation Tunes 2011 – 2019 (’19), un 96 di metascore che suona prevedibile. Non ha mai pubblicato un terzo album… più millennials di così.

Per il grande pubblico non esiste, ma in realtà l’onda lunga della dubstep che lui domina ha sconvolto il mainstream a fine decennio, fino a produrre Skrillex. Al plauso della critica, unanime e trasversale, si unisce quello del pubblico di appassionati. Un trionfo.

⭐⭐⭐⭐

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Gli Artisti Del Millennio #79: THE RAPTURE

Newyorkesi che frullano dance-punk, post-punk, house e disco, sono stati un fulmine di inizio millennio che purtroppo è durato fin troppo poco. Dopo l’esordio, entrato di diritto negli mp3-player dell’epoca, almeno per chi bazzicava il rock variegato d’elettronica, si sono risolti in una formazione sempre più ammiccante e spudoratamente pop. Eppure nei momenti maggiori la loro musica riprende a piene mani Gang Of Four, Public Image Ltd., Joy Division e Cure. A distinguerli sono deliri cacofonici e psicotici e battiti meccanici accentuati, oltre all’alone decadente. Sono i Crystal Castles con le dosi di rock ed elettronica invertite.

Mirror (’99), un Ep, è un antipasto per l’esordio Echoes (’03), nevrotico lavoro electro-rock dalla spudorata energia. Il capolavoro, di quelli del decennio tutto, è “House Of Jealous Lovers”, degna ossessione da club con uno sguaiato, violento, nevrotico cantato. Altrettanto entusiasmante la title-track, fra Talking Heads, delirio free-Jazz e ritmo nevrotico. Una vena più rock e un fronte più quieto, che confina col tetro, completano la proposta. Se qualcosa hanno inventato, è una versione schizofrenica del funk unita alle intemperanze del punk più crudo e lugubre. A ridurre l’importanza storica sono le citazioni e imitazioni, tuttavia quasi sempre nobilitate dal curioso rimaneggiamento e montaggio delle fonti d’ispirazione. Pieces Of The People We Love (’06) riduce l’impatto e spinge sulla semplicità e l’immediatezza, ma ancora “Don Gon Do It”, “Get Myself Into It” e “Whoo! Alright Yeah…Uh huh!” sono perfette per fare baldoria. Quando non sei un gruppo proprio eccezionalmente innovativo, ripetere buona parte delle idee nel secondo album non è la scelta migliore. Dopo il banale In the Grace of Your Love (’11), una cosuccia disdicevole per gli autori di Echoes, la band entra in crisi, si scioglie nel ’14 e poi ritorna, pare, in vita nel ’19.

Caso curioso in cui non spicca né il trattamento della critica né di quello del pubblico. Come si spiega allora l’inserimento negli artisti del millennio? Ovviamente è causa dell’esordio, che l’aggregatore Acclaimed Music certifica #13 dell’anno, #123 del decennio e persino #946 di sempre. Di più, vola altissimo il singolo “House Of Jealous Lovers” (’02), #203 nella classifica all-time.

⭐⭐

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Gli Artisti Del Millennio #78: USHER

King Of R&B“, “Mr. Entertainment“, Sex-symbol, attore, ballerino e icona maschile dell’r’n’b di inizio millennio, vive una carriera fertile già nei 90s ma quando il singolo “Yeah” e l’album Confessions (’04) diventano un caso mondiale diventa celebre persino in Italia, un paese dove la black music è poco più che una curiosità. Erede di Barry White, Marvin Gaye, Stevie Wonder e Michael Jackson, padre dei vari Bruno Mars e The Weeknd, è l’ennesimo tentativo di rendere moderno il suono black statunitense, da un’angolazione meno soul di D’Angelo. A distanza di tre lustri non ha mai replicato quel clamoroso successo.

Inizia a cantare a 12 anni ed esordisce 16-enne con Usher (’94), un album comprensibilmente acerbo. Con My Way (’97), un album da 8 milioni di copie; esplode il successo, confermato con 8701 (’01), un bestseller da 8 milioni di copie trainato da “U Remind Me” e “U Got It Bad” che gli vale anche 2 Grammy. Cresciuto come artista e come uomo, adesso alterna pose sensuali a slanci erotici, coprendo l’intero spettro del pop nero statunitense, tranne quello più hip-hop. Viene meno alla mancanza con Confessions (’04), un caso commerciale: negli Usa è secondo solo a The Marshall Mathers LP fra gli album più venduti del decennio. Con 20 milioni di copie, è l’album che cristallizza l’epoca d’oro dell’urban, quel melange di pop-rap, r’n’b, quiet-storm, hip-hop e musica latina in cui lui è un fuoriclasse (è l’anno di “Hey Ya!”, “Drop It Like It’s Hot”, “Lean Back”, “Goodies”). Il singolo tamarrissimo “Yeah” gli spalanca un successo planetario e ingloba l’estetica hip-hop più grezza, grazie alla coppia Lil Jon e Ludacris. Di più, l’impatto è tale da risollevare il mercato discografico dalla crisi, almeno per il 2004. Come tutti i buffet buoni per tutti i gusti, c’è solo da scegliere quello adatto alle proprie orecchie e lasciar stare il resto. Here I Stand (’08), a confronto, è un flop commerciale (5 mln), ma è un declino inesorabile quello che segue, anche a causa di una monotonia di fondo insostenibile. Le vendite di Hard II Love (’16), il suo ottavo album, si contano in decine di migliaia.

Il successo commerciale è sensazionale: 75 di dischi venduti, 9 volte in cima a Billboard, 8 Grammy, 18 Billboard Music Awards. Metascore ballerino, mai sopra 75, e peraltro solo con i lavori più recenti generoso. Inspiegabile, visto che il meglio corrisponde ai successi commerciali.

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Gli Artisti Del Millennio #77: LIBERTINES

Inglesi ,sono una formazione che riunisce lo spirito del garage-rock revival con quello dell’indie-rock statunitense più orecchiabile, fondendo 60s e 70s in un mix di Who, Kinks, Beatles, Rolling Stones e Sex Pistols. Guidati dallo scapestrato Pete Doherty, drogato e mezzo criminale, hanno avuto una carriera incostante ma tanto spazio sulle riviste di gossip, così tanto da oscurarne i meriti musicali. Sono risorti, probabilmente per un addio, nel 2015.

L’esordio Up The Bracket (’02) è un concentrato di ritornelli coinvolgenti che saccheggiano il passato con furbizia, montando melodie orecchiabili su rock’n’roll supersonici à la Replacements o su numeri che sembrano provenire direttamente dai Mod. “Vertigo”, “Horrow Show”, “Boys In The Band” e “Up The Bracket” sono i graffi, “Time For Heroes” è la carezza melodica. “Begging” è il momento maggiore, con una coda psichedelica. L’album anticipa una nuova ondata di gruppi dall’indole punk e le melodie pop (Arctic Monkeys, Franz Ferdinand ecc). In fondo, è l’idea dei Clash riproposta in un periodo dove nessuno li imitava più. Doherty subito mina la carriera della band, strafacendosi di droghe e finendo persino in galera. The Libertines (’04) segue il modello dell’esordio, regalando il trasognato ritornello di “What Katie Did”, il loro brano più ruffiano ed orecchiabile. Con la band allo sbando, scompaiono dalle scene fino al 2010, ma arrivano al terzo album solo con Anthems For Doomed Youth (’15). Sono ancora una fabbrica di ritornelli da antologia. Rinfocolata dal reggae, la partenza dell’album è bruciante. Altrove la band sembra più matura, nel senso di senile, intimista e malinconica. Non era rivoluzione all’esordio, non lo è neanche adesso, ma sonocapaci di suonare la loro musica, peraltro curandone l’evoluzione con un’inedita maturità. Rimane il rammarico per quella che poteva essere una nuova istituzione del rock, crollata sotto il peso della tossicodipendenza.

Tanto chiacchierare di loro, ma spesso non di musica. Il platino dei primi due album, ottenuto solo in patria, si scontra con l’argento del terzo album: è trascorso troppo tempo, troppo gossip ha sommerso la questione musicale. Ingeneroso 70 del metascore al terzo album, ma in linea con quanto accade su Rate Your Music.

⭐⭐⭐

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Gli Artisti Del Millennio #76: INTERPOL

Insieme a Strokes, Longwave, National e Stellastarr, sono fra le band simbolo dell’indie-rock di New York, l’onda lunga del revival post-punk che loro interpretano con dosi massicce di Velvet Underground, Television e Joy Division. Eminentemente ritmici ma decisamente chitarristici, privi di un vero leader e affini ai gusti della critica di inizio millennio, hanno perduto seguito di pubblico ed esperti in una manciata di album.

L’esordio Turn On the Bright Lights (’02) è una rilettura delle loro principali influenze, trasposte in deprimenti e onirici scenari post-rock. Successo di critica, contiene molti dei loro brani essenziali ma non esplora nessun nuovo territorio sonoro. Premiato da NME e persino incoronato miglior album dell’anno per Pitchfork, è un album d’esordio fra i più amati e chiacchierati di inizio decennio. Per Rate Your Music è il #94 fra i migliori album di sempre. Il successivo Antics (’04), più luminoso e corale, in definitiva più pop, capitalizza le idee dell’esordio con altri brani di rock classico in un’epoca che fatica a individuare la propria musica nel contemporaneo. Gli arrangiamenti sofisticati di Our Love to Admire (’07) vogliono forse dimostrarne la maturità ma pubblico e critica guardano già altrove e le vendite si dimezzano. Un peccato, visto che pure se non all’altezza del fulminante esordio, suona comunque meno calligrafico e più personale. Nonostante Interpol (’10) si apra con “Success”, la band è in crisi e opta per una lunga pausa di riflessione. El Pintor (’14), non a caso un anagramma del loro nome, è un ritorno alle origini, dopo aver tentato invano di non essere più solo i più riveriti fra i revivalisti. “Lights” e “All Of The Ways” sono comunque brani degni del loro meglio, solo pubblicati in un’epoca ormai disinteressata a questo stile, al rock alternativo e forse anche al rock in generale. Ridottisi ad autocelebrare il loro esordio, tornano con Marauder (’18), accolto con sostanziale indifferenza.

Mezzo milione di copie l’esordio, così come il seguito, poi il declino nelle vendite sempre più marcato. Stesso declino il metascore, dal 2007 sempre sotto gli 80 punti (solo 66 per Interpol). A distanza di vent’anni, sembra difficile che la loro musica retromaniaca possa parlare con efficacia alle nuove generazioni: sono destinati all’oblio?

⭐⭐⭐

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Gli Artisti Del Millennio #75: THE WEEKND

Michael Jackson è morto nel 2009 lasciando il mondo alla ricerca di un erede. Il primo candidato è Bruno Mars, ma fra il 2012 e il 2016 c’è un altro cantante che diventa il possibile successore, il canadese Abel Makkonen Tesfaye, destinato a diventare famoso come The Weeknd. Spuntato su YouTube nel ’10, in cinque anni ha conquistato Billboard, posizionandosi fra mainstream e qualcosa di appena più ricercato e sicuramente più cupo. “Il Depeche Mode dell’r’n’b“.

Inizia a fumare marijuana da piccolo, poi passa alle droghe pesanti, pagate con dei furtarelli. Inizia con dei mixtape, riuniti in Trilogy (’12), il suo lavoro maggiore, ma l’esordio ufficiale è Kiss Land (’13). In questa fase propone un r’n’b notturno e desolante, la cui materia sonora è mostruosamente deformata e dove il sensuale rima col macabro (“Love In The Sky”) e il ballabile (“Wanderlust”) è popolato di fantasmi. La lussuosa veste futuristica malcela i deliri di un tossicodipendente autodistruttivo. Il block-buster Fifty Shades of Grey contiene la sua “Earned It”, inclusa in Beauty Behind the Madness (’15), opera più digeribile, come dimostra il singolone “Can’t Feel My Face”, super-hit sulla cocaina che lo trasforma in una celebrità anche in Italia. Ospita Kanye West, Ed Sheeran e Lana Del Rey e vende 3,7 milioni di copie. Per Starboy (’16) l’hype è… stellare. Le collaborazioni sono sensazionali: i Daft Punk (“Starboy” e la solare “I Feel It Coming”), Lana Del Rey, Future e Kendrick Lamar. Il singolo title-track è il perfetto equilibrio fra ballabile contagioso e dramma psicologico e diventa un successo mondiale; “False Alarm” è un r’n’b straziato da assalti thriller, accompagnato dal video dell’anno. Peccato ci sia anche molto pop da discoteca e ballate barbose da R. Kelly. Nel suo primo giorno è numero uno in 80 nazioni diverse. Vende più di 3.5 milioni di copie. L’ultra-successo arriva a scapito della personalità, ormai sovrascritta da un pop luccicante. Con My Dear Melancholy (’18) cerca di ritrovarsi con un mini-album che ripesca il tormentato sound degli esordi, finendo tuttavia per sfiorare anche l’auto-derivatività.

Tre Grammy, 9 Billboard Awards, 9 Juno Awards, 4 American Music Awards e persino una nomination agli Oscar. Fra singoli e album ha venduto 70 milioni di dischi nei soli Stati Uniti. La critica si entusiasma all’inizio, ma rimane delusa dal pop gonfiato dall’hype successivo a Trilogy.

⭐⭐⭐

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Gli Artisti Del Millennio #74: ELBOW

Inglesi attivi dal ’90, con un nome curioso scelto perché è “la parola più adorabile della lingua inglese”. Ben lontani dalla spettacolarità, scelgono una via malinconica, pacata, melodica e dolente al pop-rock, spiccando nel tempo non tanto per album epocali, che non hanno invero mai pubblicato, ma per una ammirevole, stoica costanza qualitativa e stilistica, capace inoltre di scansare la palude della mera monotonia. Se i brit-poppers dovevano molto ai Beatles, loro riecheggiano la ricercatezza dei Genesis.

Hanno all’attivo otto album, tutti nel nuovo millennio: arrivano all’esordio dopo 11 anni di gavetta, già maturi. Asleep in the Back (’01) vive di dolenti brani arrangiati con lo spirito eclettico del prog-rock, come la splendida e ipnotica filastrocca “Any Day Now”. Ma a stupire è la costante tensione a non ripetersi, preferendo eleganti soluzioni armoniche, dinamiche e ritmiche per riuscire nella missione. Più che rockstar esaltate, sono artigiani del suono che ripetono umilmente le gesta delle divinità musicali, senza scimmiottarle né imitarle pedissequamente. Per Cast of Thousands (’03) basta integrare l’eclettismo futuristico dei Radiohead per trovare nuove declinazioni del loro assorto rock, ora anche tribale in “Snooks” e frenetico-elettronico-liturgico in “Grace Under Pressure”. All’altezza di Leaders of the Free World (’05) ormai vanno per inerzia, e trovano anche un arioso ottimismo in “Forget Myself”. Non resta che proseguire con le variazioni in The Seldom Seen Kid (’08, col quale vincono il Mercury Prize), Build a Rocket Boys! (’11) e The Take Off and Landing of Everything (’14), trovando in Little Fictions (’17) un vertice formale e mostrando stanchezza solo con Giants of All Sizes (’19). Tutti i loro lavori, comprese le b-sides di Dead in the Boot (’12), raggiungono la top 15 in patria, anche se nel mondo rimangono un gruppo per appassionati.

Tutti oro o persino platino gli album, tranne il recente Giants Of All Sizes. Sopra gli 80 di metascore ben 7 volte, ma sempre sotto gli 85 punti: è la loro dimensione di maratoneti del rock alternativo. Difficile trovare un loro album in una top-qualcosa del decennio o del ventennio, ma la discografia non è da sottovalutare.

⭐⭐⭐⭐

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Recensioni 2019 #89: Thanks For The Dance – Leonard Cohen

Singer/Songwriter, Contemporary Folk

L’estremo commiato del grande cantautore canadese è un gioiello di eleganza che, pur non potendo rivaleggiare con lo splendido You Want It Darker (’16) ne rappresenta un magnifico corollario. Pretesto per riascoltare il suo meglio, cioè almeno la quadrilogia degli esordi, I’m Your Man (’88), The Future (’92) e il sopracitato album d’addio.

7

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Recensioni 2019 #88: The Baneful Choir – Teitanblood

Death MetalWar Metal

Metal riverberato, brutale e assordante dalla Spagna, che vive di una costante tensione, resa particolarmente interessante nella lunga title-track. Certo di album mefitici, marcissimi, violentissimi è piena la storia del genere, ma questo merita qualcosa in più perché nasce in un contesto solitamente povero di questi spunti: chissà che non sia il prodromo di una nuova scena nazionale di rilievo.

7

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Recensioni 2019 #87: Dungeon Rap: The Introduction – DJ Armok / DJ Bishop / Pillbox

Memphis RapDungeon Synth

Avete presente quell’estetica post-moderna di Stranger Things, dove gli 80s sono riletti in modo fantasioso mettendo insieme vari elementi della cultura pop? Qui l’operazione è simile, solo decisamente più oscura, underground, curiosa. I synth minacciosi di certi videogame di un tempo uniti al seminale rap di Memphis, quello che poi nella sua lunga onda avrebbe portato a tanta trap contemporanea. Tre autori titolari più Dj Sacred gettano il ponte fra i due immaginari, in un esercizio sonoro a dir poco originale, pur nella sua ingenuità e nelle sue lungaggini. Premiamo l’idea.

7

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Recensioni 2019 #86: The Undivided Five – A Winged Victory for the Sullen

AmbientModern Classical

Ambient pianistica di chiara ispirazione classica, sin dai titoli. Un viaggio emotivo, astratto, magnetico, che suona come una prova compositiva umile e formalmente impeccabile, che non deve mai gridare la sua essenziale, ricercata bellezza.

7

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Recensioni 2019 #85: Into the Purgatory – Galneryus

Power MetalProgressive Metal

Capitato a caso fra gli ascolti, mi ha fatto scoprire una storica band giapponese, qui giunta persino al 14esimo album in studio. Affilatissimi, affiatatissimi, deliziosamente kitsch nella loro giappitudine. Un dirty pleasure che fatico anche a contestualizzare, nono sapendone niente di power metal giapponese. Gli esperti, se esistono e per caso passano di qui, si esprimano nei commenti.

7

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Recensioni 2019 #84: Spiritual Instinct – Alcest

Post-MetalBlackgaze

Inaspettatamente famosi nel ’07, complice un album che ha filtrato fuori dalla nicchia metallica come Souvenirs d’Un Autre Monde, questa volta tornano con un sesto album che bilancia le deludenti tentazioni dream-pop con il maestoso, onirico, immaginifico sound degli esordi. Ne esce fuori un lavoro che poco cambia nel contesto di fine ventennio, e che sembra servire soprattutto alla band per riconoscersi. Peccato, perché il sogno di un ritorno ai livelli di un tempo rimane vivo, e la band nonostante tutto ha le carte in regola per ripetere un simile vertice creativo.

6

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Recensioni 2019 #83: The Palms of Sorrowed Kings – Obsequiae

Melodic Black MetalFolk Metal

Partiti dal black-metal, lo hanno contaminato con la musica medievale per suonare un folk-black-metal diverso da quello ormai diffusissimo fatto di arpeggi pensosi e sfuriate assordanti. Una strada che la band percorre seguendo un criterio di alternanza, che preferisce spartire la tracklist fra brani medievali ed esperimenti più tipicamente folk-metal, riducendo la commistione interna alla composizione.

7

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Recensioni 2019 #82: WWCD – Griselda

Boom BapEast Coast Hip Hop

Un oscuro e torbido hip-hop che, nel ’19, potremmo chiamare persino classico anche se appartiene più a vent’anni prima che a quaranta. Intervengono i mostri sacri Raekwon (respect!) e Eminem (fuoriclasse!), persino un reduce dimenticato come 50 Cent (meh…) e ne esce un gioiellino della scuola newyorkese, nato dalla collaborazione fra la Griselda Records e la Shady Records.

7

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Recensioni 2019 #82: E – Ecco2k

Alternative R&BCloud Rap

Il nuovo r’n’b dovrebbe probabilmente suonare così, imparentato con il nuovo hip-hop. Visto che qui da noi in Italia però tutto il nuovo hip-hop è visto come liquame sonoro, approcciatevi senza pregiudizi, e magari troverete un brano da conservare per i prossimi anni, tipo “Calcium”.

7

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Recensioni 2019 #81: Coin Coin Chapter Four: Memphis – Matana Roberts

Avant-Garde JazzFree Jazz

Concentratevi, perché in 46 minuti dovrete ascoltare stralci parlati di un’unica storia mentre imperversa un jazz rumoroso e astratto. Solo per i palati abituati a questi lidi.

6

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Recensioni 2019 #80: Leak 04-13 – Jai Paul

Alternative R&BIndietronica

Nel 2019, dopo sette anni, il grande ritorno con il materiale del leak pubblicato ufficialmente e corredato da nuovi brani. Una storia incredibile, che parla del presente come nient’altro. La fotografia di mille album possibili, fermati in una forma seminale, in una deflagrazione adolescenziale fatta di percorsi opposti e infiniti, tutti percorribili, tutti sbagliati e tutti giusti. Il centro di una sfera dal quale si irraggiano innumerevoli percorsi di world-music futuristica, art-pop androgino, electropop sgranato, synth-funk allo stato grezzo.

9

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Recensioni 2019 #79: Sonic Citadel – Lightning Bolt

Noise Rock, Math Rock

Un duo che, fa un po’ effetto a pensarci, possiamo considerare ormai storico: 18 anni di carriera ufficiale, ma formatisi addirittura nel ’94. Settimo album, il più divertente e orecchiabile di tutti, con tanti decibel, tane distorsioni e diversi momenti melodici. Musica da party, a suo modo, soprattutto “Big Banger”. Non proprio l’album che salverà il rock, ma uno spassoso ascolto per chi vuole pettinarsi i timpani ancora una volta.

7

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Recensioni 2019 #78: All Mirrors – Angel Olsen

Art PopChamber Pop

Sono anni che provo a innamorarmi di Angel Olsen, e questa volta la critica e il pubblico concordano che si è superata. Io ne rispetto le doti interpretative, ma tutto mi sembra già trapassato, senza neanche quella forte rilettura antieorica, dissacrante, retromaniaca di Lana Del Rey. Altro album della sempre più nutrita serie “piacciono a tutti tranne che a me“.

6

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Recensioni 2019 #77: There Existed An Addiction To Blood – Clipping

Industrial Hip HopHorrorcore

Difficile che i più onnivori fra noi ascoltatori incalliti non abbiano già drizzato le orecchie ai tempi di Splendor & Misery (’16) o persino dell’esordio CLPPNG (’14), ma con questo terzo album i losangelini Clipping hanno superato loro stessi. Se i lavori precedenti erano decisamente ambiziosi, questa volta i tre decidono di includere persino una rilettura del “Piano Burning” di Annea Lockwood: 18 minuti che sembrano voler consacrare un distacco dal resto dell’hip-hop verso la ricerca intellettuale, senza per questo risultare cervellotici, asettici, frigidi. Da solo, quest’album rifonda l’horrorcore di Gravediggaz, Three-6 Mafia e The Geto Boys, soffiando nuova vita in uno stile giustamente dato per morto. (Recensione approfondita qui)

9

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Recensioni 2019 #76: Leaving Meaning – Swans

Post-RockExperimental Rock

Come Nick Cave, gli Swans di Michael Gira sono fra i grandi rinati dei 10s. Se avete già consumato The Seer (’12), To Be Kind (’14) e The Glowing Man (’16) allora questo sarà un ascolto curioso, perché al massimalismo sempre meno dominante alterna un’ipnosi folk esoterica e psichedelica. Un ascolto che richiede tempo, attenzione, dedizione ma che ammalia e ghermisce. Inossidabili.

8

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Recensioni 2019 #75: Magdalene – FKA Twigs

Art PopGlitch Pop

Ho creduto in FKA quando è arrivata all’attenzione di tutti noi ascoltatori incalliti, ma questo tanto atteso ritorno mi ha lasciato freddino. Sicuramente c’è uno stile come cantante che rimane ben riconoscibile, ma il resto mi sembra aver perduto la sua unicità. Forse è passato troppo tempo dai primi lavori, e con i vari James Blake e Arca, Holly Herndon e Kate Tempest, insomma con tanta innovativa musica degli ultimi anni anche FKA non suona più così aliena, inimitabile. Piace a tutto il resto del mondo, però, quindi un ascolto è d’obbligo.

6

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Recensioni 2019 #74: Mordial – Car Bomb

MathcoreDjent

Suonare del mathcore o djent originale non è esattamente facile, perché già i capostipiti The Dillinger Escape Plan, Botch, Converge, Meshuggah hanno esplorato tantissime soluzioni differenti. Qui sta tutta la grandezza di questo album: trovare in composizioni senza pace, attraversate da una mai invasiva ma comunque palpabile dimensione sci-fi e psichedelica, la soluzione per suonare originali. Se dovete ascoltare un solo album mathcore quest’anno, provate questo.

8

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Recensioni 2019 #73: Hidden History Of The Human Race – Blood Incantation

Death MetalProgressive Metal

I Blood Incantation lo hanno chiarito da subito che sono una band ambiziosa, insofferente a rimanere nel nutrito gruppo degli indistinguibili epigoni del death-metal. Le coordinate stilistiche sono l’occasione per ritrovare insieme Morbid Angel e Demilich, Nile e Death, ma filtrati da un approccio psichedelico, melodico e in forma libera che la band esprime qui con nuova convinzione, anche grazie alla produzione più limpida. In questo senso la loro operazione sul death-metal è simile a quella dei Vektor sul thrash-metal, cioè un’ambiziosa sintesi stilistica tenuta insieme da un tour-de-force compositivo spaventoso. Uno dei capolavori dell’anno, “Awakening from the Dream of Existence to the Multidimensional Nature of Reality (Mirror of the Soul)”, è un leviatano di oltre 18 minuti.

9

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Recensioni 2019 #72: HAQQ – Liturgy

Avant-Garde MetalBlack Metal

Amati e odiati, i più divisivi blackster del mondo tornano con un lavoro ipercinetico, dalle forti spinte minimaliste, intarsiato di graffi glitch. Siamo onesti, alcuni passaggi sono semplicemente così tanto sopra le righe da risultare esilaranti, ingenui, strampalati. Ma nel complesso è da lodare questa forza creativa strabordante, che domina su tutto anche a costo di qualche sbavatura, qualche lungaggine, qualche mera provocazione. Esaltante.

8

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Recensioni 2019 #71: Hearts Of No Light – Schammasch

Black MetalAvant-Garde Metal

Sembrava impossibile replicare l’exploit di Triangle (’16), triplo album che trova pochi paragoni nel decennio ormai a conclusione, e infatti questo nuovo lavoro è molto meno ambizioso. Sempre a loro agio nei climi lugubri e metafisici, questa volta tentano anche in “A Paradigm Of Beauty” una strada più immediata, dai ritmi industrial-metal. Chiusura con 15 minuti di musica semi-acustica altamente tensiva, misteriosa, esoterica, con finale da infarto: il fuoco del genio, dunque, c’è ancora, è solo sopito sotto la cenere.

7

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Recensioni 2019 #70: Pollinator – Cloud Rat

Grindcore

L’estremismo grindcore ha da tempo abbandonato la linearità, per proporsi a suo modo variegato da rallentamenti e prestiti stilistici, tipicamente da altri ambiti estremi. Converge richiamati anche in questo album, dunque, ma anche qualche spunto thrash-metal. Nella nicchia delle nicchie, però, senza essere straordinariamente creativi si finisce per diventare indistinguibili.

6

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Recensioni 2019 #69: A Pyrrhic Existence – Esoteric

Funeral Doom Metal, Death Doom Metal

Otto anni di silenzio, il tempo necessario per evitare di fare un passo falso in una discografia impeccabile. Certo, bisogna essere avvezzi a un certo tipo di suono colloidale, funebre, estenuante, ma in quest’arte macabra e lugubre loro sono e rimangono i più grandi, anche e soprattutto per continuità. Sei brani in quasi 100 minuti fanno capire le proporzioni mostruose dell’opera, al solito magnificamente elegante nella sua decadenza e violenza. “Descent”, quasi 28 minuti, è un bigliettino da visita per chi proprio non li conosce, con l’ideale scopo di rimandare al recupero della discografia almeno da The Pernicious Enigma (’97) in poi.

7

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Recensioni 2019 #68: Vile Nilotic Rites – Nile

Technical Death Metal, Brutal Death Metal

Preceduto da dichiarazioni che lo volevano come un album differente, è invece l’ennesimo pugno in faccia di queste divinità del technical-death-metal. Rimangono unici, con quella capacità di fondere maestoso e etnico, brutale e geometrico. Almeno “Seven Horns Of War” vale il repertorio maggiore, ma per scoprire il loro meglio conviene sempre tornare ai classici Black Seeds of Vengeance (’00), In Their Darkened Shrines (’02), Annihilation of the Wicked (’05), quelli davvero portatori di un cambiamento sostanziale.

6

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Recensioni 2019 #67: Ghosteen – Nick Cave & The Bad Seeds

Ambient PopSinger/SongwriterChamber Pop

Uno degli artisti del millennio, quotatissimo anche con questo nuovo album che allontana ancora di più il rock. Dominato da arrangiamenti cameristici, elettronici e atmosferici, è immerso in un profondo intimismo, particolarmente intenso nelle lunghe “Ghosteen” (12 min.) e “Hollywood” (14 min.). Non sempre, però, le confessioni del Re Inchiostro bastano a giustificare brani in cui gli altri semi cattivi sono assenti o irriconoscibili. Un passo indietro rispetto a Skeleton Tree (’16).

7

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Recensioni 2019 #66: Death Atlas – Cattle Decapitation

Technical Death Metal, Brutal Death Metal

Potrei essere meno pomposo, e dirvi che sono solo una delle tanti formazioni estreme che vivono nell’underground del metal estremissimo. E invece, no: i Cattle Decapitation sono dei fuoriclasse che portano avanti una stravagante estetica che oggi etichetteremmo come “Thunberg-iana”. Musicalmente, il loro amalgama di grind-core, death-metal e tecnica pazzoide è sempre lì, dove lo ha portato il grande Monolith Of Inhumanity (’12). Se quindi avete le orecchie foderate di amianto come me, date un ascolto e poi passate a recuperare anche i due album precedenti.

7

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Recensioni 2019 #65: Pitfalls – Leprous

Art Rock, Art PopProgressive Rock

Sesto album per i norvegesi Leprous, band che dopo gli schizofrenici esordi ha trovato in un onnivoro verbo progressive, sia metal che rock, la sua cifra stilistica. Ormai le composizioni sono scritte principalmente da Einar Solberg. L’allontanamento dal metalè ormai evidente. I riferimenti sono, nei ca si migliori, la più desolante classica contemporanea e l’art-rock. Difficile riconoscere, anche per sommi capi, l’imprinting ritmico, armonico o compositivo della band, ma l’eccezione “The Sky Is Red” fa ben sperare per il futuro. Recensione estesa qui.

6

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