Ex Eye – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Ex Eye su Spotify

Colin Stetson continua a sperimentare nuove commistioni musicali con il progetto Ex Eye, secondo un approccio che è trasversale tanto per il Jazz che per il Rock e che vede il suo sassofono protagonista o co-protagonista di creazioni sonore decisamente etereogenee. Accompagnato da Greg Fox, già batterista nei Liturgy, dall’esperto bassista e tastierista Shahzad Ismaily (che, per capirsi, ha lavorato anche con Lou Reed) e dal chitarrista Toby Summerfield, Stetson prova sull’esordio Ex Eye (2017), completamente strumentale, a creare qualcosa all’incrocio fra Prog-Metal, Post-Metal e una Fusion dove il sax sostituisce spesso il ruolo tipico della chitarra.

Fin troppo conservatore nell’inizio, con la breve Xenolith; the Anvil, l’album scopre la sua dimensione peculiare con Opposition / Perihelion; the Coil (12 min. e mezzo), ossessionante e maestosa, minimale ed epica, con parossismi Black Metal e deviazioni Free-Jazz, prima di dilatarsi in una lunga coda fra Sludge atmosferico e Psych-Metal. Anaitis Hymnal; the Arkose Disc (12 min.) apre con i droni, scatena una furia fra Emperor e Deathspell Omega e conserva un substrato onirico-galattico da Deafheaven. Nel finale tutto si accumula, inerpica, disperde in spazi cosmici e caotici prima di intonare una liturgia funebre. Ed è proprio il caos il protagonista di Form Constant; The Grid (8 min.), il brano più emancipato dal Prog-Metal e diretto verso una fusione che rifonda l’idea fondamentale del Prog-Rock a fronte di trent’anni di Metal estremo. In questo brano la formazione pare particolarmente concisa, perdendo quella veste di jam-band che pure traspare qua e là, in composizioni estese ma spesso prive di una chiara e ben delineata direzione. Bonus Track in digitale: Tten Crowns: The Corruptor (12 min.), che si concede una escursione lunga e curiosa in un tribale che richiama i nostrani Zu, prima di attardarsi in una coda Doom non particolarmente originale. Nel complesso Ex Eye è perfetto per chi ricerca novità e fusioni musicali inedite, seguendo la logica di una jam che vale più per l’effetto d’insieme che per i singoli passaggi o musicisti.


Discografia

Ex Eye 2017 7,5
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Aldous Harding – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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La neozelandese Hannah Harding sceglie di chiamarsi Aldous Harding quando inbraccia la chitarra e propone un dimesso Folk dalle tinte fosche, un po’ Cat Power e molta Joanna Newsom. Spesso scheletrico il suono dell’esordio Aldous Harding (2015) con momenti funebri (Stop Your Tears, No Peace At All) e altri cameristici (Hunter), con un possibile vertice nel duetto di Two Bitten Hearts, un ectoplasmatico Folk con fischi desolanti degni dei Black Heart Procession, e Titus Groan, doppia voce per un’elegante elegia con tenue orchestrazione. Illude il titolo del secondo album, Party (2017), non meno umbratile e spesso minimale.

Blend, in apertura, è cantata da un fantasma e Imagining My Man dondola fra apatia e impennate vocali. La title-track porta all’estremo la scelta fantasmatica, riducendo buona parte del brano a un sussurro e procedendo liquida e lentissima come una delle ninna-nanne di Lisa Germano. Ma oltre ad alcune lungaggini che sembrano stiracchiare brani con poche idee, in primis Horizon, e oltre a citare un titolo stravagante come What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming, la Harding non partorisce uno stile personale e stagna in un minimalismo che tende semplicemente al noioso: suoni dilatati, pochi eventi, nessuna invenzione vocale o strumentale. Rimane una raccolta di brani toccanti, ma per fortuna se ne trovano in abbondanza anche solo nel panorama Folk, più o meno cameristico.


Discografia

Aldous Harding 2015 6
Party 2017 5,5

Cardi B – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Belcalis Almanzar è un personaggio, prima che una musicista. Con il nome d’arte di Cardi B si fa conoscere dal pubblico statunitense dopo aver militato in una gang nella natìa New York e aver lavorato come stripper appena maggiorenne. Le piattaforme social Vine e Instagram sono state il vero trampolino di lancio nel 2013, un’ascesa allo stardom della pop-culture che solo nel 2015 ha preso anche una strada musicale, nello stesso periodo in cui la sua presenza al reality show della famosa emittente statunitense VH1, Love & Hip Hop: New York, ha reso il suo volto conosciuto presso un pubblico trasversale. Il mixtape d’esordio Gangsta Bitch Music, Vol. 1 (2016), un concentrato di Trap ed Electro provocatoria, prodotta con abbondanza dei trucchi del mestiere e con un brano-manifesto come I Gotta Hurt You, inno da dancefloor dalle sfumature femdom. Per quanto la tracklist scorra fra riempitivi e brani che sembrano poco più che bozze, arriva anche il secondo Gangsta Bitch Music, Vol. 2 (2017), un mixtape che contiene l’inno Trap di Lick e l’aggressiva Leav That Bitch Alone, oltre a tentativi Pop come Never Give Up.

A metà fra un’alternativa femminile ad A$AP Rocky. Lil’ Kim e una Nicki Minaj aggiornata alle produzioni dei secondi anni ’10, Cardi B si guadagna un contratto con una major un mese dopo l’uscita del secondo mixtape. C’è spazio per una nuova entusiasmante novità, di quelle che scalano le classifiche Spotify più che le preferenze radiofonico: Bodak Yellow, il singolo di debutto, arriva terza nella Billboard Hot 100, grazie a un flow che riempie l’arrangiamento minimale. Era dai tempi di Anaconda di Nicki Minaj che una rapper donna non arrivava così in alto nella classifica Billboard.


Discografia

 

Tchornobog – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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La propensione alle fusioni più mostruose è una delle costanti dell’Heavy Metal estremo degli anni ’10, una delle traiettorie evolutive più convincenti. Germogliano così alcune emanazioni musicali mefitiche, che si disinteressano ai confini che artificialmente dividono Black Metal, Death Metal e Doom Metal, come gli statunitensi Tchornobog, nome oscuro di una band che vede impegnati i soli Markov Soroka (voce, chitarra e altri strumenti) e Magnús Skúlason (batteria e percussioni). Il temibile esordio Tchornobog consta di sole quattro composizioni per 64 minuti. L’apertura The Vomiting Tchornobog (Slithering Gods Of Cognitive Dissonance), il brano più esteso, sfora persino i 20 minuti: una mostruosa chimera Black/Thrash/Death con la voce proveniente dalle più profonde caverne infernali e mulinelli chitarristici a sostenere i bombardamenti ritmici. Spaziando dal fulmineo Black Metal al più colloso Funeral Doom Metal, già i primi otto minuti coprono un ventaglio molto ampio di possibilità dell’estremismo sonoro, oltre a sfoggiare una prova vocale spaventosa per potenza e duttilità. L’inquietante desolazione che segue è spazzata da un grido lugubre e un fendente ferale di chitarra, abbrivio di una lunga seconda sezione tensiva, esaurita idealmente al minuto 12, quando torna un mid-tempo stentoreo, screziato da lamenti di chitarra prima di una portentosa accelerazione fino ai limiti del Black Metal sinfonico più prossimo all’assordante. Il gigantesco colosso sonoro poi rallenta, caracolla e sembra quasi arrendersi prima del minuto 16, ritrovando energia in un Death Metal dai tratti industriali e sci-fi, poi virato al desolante e dissonante fino all’ultimo sussulto (18:29), rabbiosa sfuriata finale prima della coda atmosferica ultraterrena, con rumori bestiali e ottoni post-apocalittici. Ideale sintesi di Sulphur Aeon, Deathspell OmegaEsoteric, Blood Incantation e The Great Old Ones, questa composizione mastodontica racchiude in sé molte delle più recenti evoluzioni in termini di estremismo metallico visionario.

Hallucinatory Black Breath Of Possession (12 min.) è relativamente più immediata, una slam-dance devastante in apertura che spaventa soprattutto quando diventa tanto intensa da risultare allucinata: una nube sonora che pare muoversi convulsa, e che ritorna a “scorrere” solo quando la velocità e l’arrangiamento si diradano. È una delle più spaventose descrizioni dell’incubo che la musica abbia mai proposto, un caos multidimensionale e fuori dal tempo, dove l’ascoltatore rimane disorientato e annichilito. Dopo 4 minuti un catastrofico rallentamento conduce a un corazzato ritmo Death Metal ornato da una chitarra galattica e un pianoforte (!) che al decimo minuto raddoppia di velocità, scivola in un gorgo psichedelico e porta alla coda, una grandinata ritmica degna dei Cattle Decapitation.

Non-existence’s Warmth (Infinite Natality Psychosis) (14 min.) è l’unica occasione per far rimarginare i timpani, la composizione che meglio rivela l’anima atmosferica dell’opera. Un oscuro rito tribale e una triste melodia di chitarra accompagnano il sospiro di un essere mostruoso. Rimasti i soli strumenti e dei lontanissimi fischi, una litania per un deserto alieno, vagamente jazzata, rintocca ipnotica, arricchita da una tromba. Solo dopo cinque minuti la mostruosa voce torna a lamentarsi, il ritmo tribale raddoppia di intensità e velocità, le chitarre spargono distorsioni tutt’intorno per preparare il sofferente, melodico strazio emotivo che segue, un’epica trenodia addolcita dagli archi (!). Dopo 8 minuti questa fragilità emotiva è risucchiata da un bad-trip mortifero, come se un buco nero risucchiasse l’intero brano e lo risputasse fuori poco dopo, per concludere il rito di trapasso al decimo minuto. La coda è una sonata per pianoforte, tromba e una solenne chitarra degna degli Earth.

Il quarto capitolo di questo viaggio nel più oscuro degli anfratti della mente è Here, At The Disposition of Time (Inverting A Solar Giant) (18 min.), in linea con il frullato di estremismi già protagonista dei primi due brani. Il fuoco di sbarramento iniziale è solo una preparazione per l’inno disegnato dalle chitarre distorte poco dopo, un pianto psichedelico che si staglia sulla mattanza generale. Dopo 5 minuti figure angolari di chitarra propellono un frangente ben più furioso, con scariche di Grindcore. Dopo il settimo minuto si spalanca il baratro su un Doom funebre, ridotto poi a mero drone. Una marcia militare risolleva dal semi-silenzio e la carica di un esercito di chissà quale altro mondo si muove a ritmo di ipnotiche percussioni e una tagliente chitarra, poi la voce si aggiunge devastante e proprio prima del finale, al solito devastante aumento vertiginoso di potenza e velocità, arriva un attacco frontale, come se ci si trovasse nel pieno della battaglia. Sfuma lentamente sull’orizzonte alieno questa grandiosa epopea sonora.

Con quattro colossali composizioni estese, tutte altamente creative, complesse, stratificate e arricchite di dettagli sperimentali, Tchornobog si configura come una magistrale sintesi di estremismo progressivo.


Discografia

❤ Tchornobog 2017 9

 

 

Joey Bada$$ – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Joey Bada$$ su Spotify

Il newyorkese Jo-Vaughn Virginie Scott sul palco si fa chiamare Joey Bada$$ e produce due mixtape, 1999 (2012) e Summer Knights (2013). Il primo, che fa conoscere il suo nome nel circolo degli appassionati, è costruito intorno ai sample come si usava un tempo ed è un grande gesto d’amore per il passato. La spassosa produzione di MF DOOM con l’orchestrina retrò di World Domination, è il momento più creativo di un mixtape di presentazione. Summer Knights segue lo stesso modello. A questo punto l’attesa per un’opera più professionale nasce dalla necessità di misurare il talento di Jo-Vaughn in modo più accurato.

B4.DA.$$ (si legge Before Da Money; 2015), l’esordio ufficiale, è una raccolta di brani che costituisce un tributo ai classici dell’Hip Hop, da Notorious BIG a Nas. La sua rilettura della vecchia scuola ricorda la prima discografia di Jay-Z. Sorprende semmai lo stile allucinato di Belly Of The Beast, un trip claustrofobico che mischia Cypress Hill e Giamaica. Ed escono dal sentiero tradizionale anche il sensuale Rap fuso ad un breakbeat Drum’n’Bass in Escape, il momento più adrenalinico insieme a No. 99, un aggressivo assalto per theremin, beat frenetico e bassi corposi (più scratch e cori tradizionali). La chiusura con Teach Me mostra chiare potenzialità commerciali, ricordando Janelle Monae (ma a collaborare è in realtà Kiesza)e il più sfarzoso Kanye West. Joey Bada$$ si muove fluido, scopre sfumature erotiche e riesce ad azzannare quando servono più muscoli, ma due terzi dell’opera sembrano annegare soprattutto nella nostalgia dell’epoca d’oro dell’Hip-Hop. Il fatto che si contino 17 brani per oltre un’ora di musica non aiuta.

Il secondo album All-Amerikkkan Bada$$ (2017)  un lavoro molto più maturo, che esalta la propensione verso i temi sociali e politici dell’esordio, decisamente più orientato al calore della musica Soul e prodotto come un amalgama di R’n’B e Hip-Hop. Arrangiamenti stratificati e ricchi di dettagli, beat più carismatici rispetto a quelli tradizionali di B4.DA.$$ e la capacità di spostarsi dal Rap al cantato Soul con naturalezza rendono i 12 brani per 49 minuti un unica lunga narrazione, per quanto divisa virtualmente in due “sezioni” differenti.

La struggente FOR MY PEOPLE e la sensuale TEMPTATION portano al Funk futuristico di LAND OF THE FREE, con coda psichedelica: un’apertura che segna un allontanamento dallo stile old school verso un più contemporaneo, arioso modo di concepire l’Hip-Hop in modo più massimalista, in continuità con altri stili di musica “nera”. DEVASTATED aggiunge veloci epilessi ritmiche da Trap, oltre a un uso oculato della distorsione. La seconda parte della tracklist ritratta in parte questa modernizzazione, pur vantando possenti inni di rivolta come RING THE ALARM (con Kirk Knight, Nyck Caution e Meechy Darko) e coloriture Reggae in Babylon (con Chronixx).

A livello di contenuti, l’opera non riesce ad essere all’altezza delle sue ambizioni, con l’autore che disserta dei principali problemi sociopolitici scadendo spesso nei cliché, che siano le frasi anti-Trump o le soluzioni-semplici-a-problemi-complessi.


Discografia

1999 2012 5,5
Summer Knights 2013 5
B4.DA.$$ 2015 6
All-Amerikkkan Bada$$ 2017 7

 

Johnny Cash – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist (1965-1979)

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La prima parte della biografia

La vicinanza con Bob Dylan si concretizza in tre brani del signor Zimmerman su Orange Blossom Special (1965), con una menzione speciale per il duetto con June Carter in It Ain’t Me Babe: è proprio la Carter a rappresentare la salvezza per Cash, che a metà decennio è ridotto a un fantasma in preda alle droghe. Dylan gli regala anche Mama You Been On My Mind, all’epoca un inedito. La voce scura, calda, avvolgente di Cash è esaltata dalla produzione.

Il momento è propizio per un nuovo album a tema, il più ambizioso finora: Sings The Ballads Of The True West (1965), un doppio da 64 minuti che raccoglie brani a riguardo del vecchio West. È un nuovo tentativo di raccontare la tradizione musicale americana da parte di Cash, secondo una struttura che alterna narrazioni a brani cantati. Dopo il concept album più importante e impegnato, arriva il leggerissimo Everybody Loves A Nut (1966), come l’uomo in nero si presta a canzoni frizzanti e scherzose, filastrocche gioiose che fanno scoprire un lato inedito del suo carattere. Questa curiosità per appassionati contiene in Joe Bean persino una citazione di Tanti Auguri A Te. Poco più impegnato è Happiness Is You (1966), che contiene una nuova e forse “definitiva” versione di Guess Things Happen That Way di Jack Clement. Proprio quando la vena artistica sembra più arida che mai, Carryin’ On With Johnny Cash And June Carter (1967) lancia un segnale importante: June Carter, che diviene la sua seconda sposa nel 1968, è al suo fianco e questo lo aiuterà a risollevarsi.

L’amore, come nelle più banali delle narrazioni, si rivela più forte della droga, della disperazione e dello stile di vita più dissoluto. E anche musicalmente, è la Carter a fare la differenza con il suo squillante ruggito in  Long Legged Guitar Pickin’ Man e What’d I Say, mentre i numeri meno Rock’n’Roll scivolano spesso verso un mellifluo sentimentalismo. Non è però From Sea To Shining Sea (1968), un concept album sugli Stati Uniti, a segnare la rinascita. È comunque il primo album dove compare come autore di tutti i brani, anche se in tale veste il risultato appare fin troppo modesto: un simile tema avrebbe meritato un formato, brani e musiche ben più ambiziose e creative, mentre nel contesto di fine decennio la musica di Cash suona obsoleta.

La seconda possibilità arriva con la concretizzazione di un’idea che Cash coltiva dall’inizio della carriera. L’uomo in nero ha sempre avuto un debole per i concerti nelle prigioni, partendo dal primo e soddisfacente tentativo nel 1957 alla  Huntsville State Prison. Un avvicendamento ai piani alti della Columbia apre una nuova possibilità per mettere su disco queste performance. Cash, ripulitosi dagli eccessi, vanta una forma che sembrava ormai destinata a rimanere solo sui libri di storia, e la location è quanto di più perfetto si potesse trovare: la Folsom Prison a cui ha dedicato uno dei suoi classici più acclamati. Da anni i carcerati reclamano Cash nel penitenziario e nel 1968 At Folsom Prison consegna alla storia la leggendaria esibizione del cantante davanti a un pubblico esaltato e adorante. L’impegno sociale, la tradizione americana e i temi tipici della musica Country confluiscono così, magicamente, in uno dei live album più importanti del periodo, un bestseller che riabilita anche Cash fra le superstar. Dall’apertura, tanto scontata quanto da antologia, con Folsom Prison Blues, in poi, è una raccolta di canzoni che parlano di dolore, peccati, sofferenza e speranza. Inavvertitamente, Cash scrive un concept album travestito da documento live e guadagna tanto credito da assicurarsi, da lì a poco, un proprio show televisivo: ha toccato il fondo ed è tornato sulla vetta.

È il momento ideale per sommergere il mercato di nuove pubblicazioni, ovviamente: Old Golden Throat (1968) contiene nove brani già pubblicati; Heart Of Cash (1968) è venduto tramite televendita e raccoglie molti dei successi della carriera; The Holy Land (1969) torna al Gospel, raccontando la visita nella Terra Santa con brani religiosi e lunghe, tedianti descrizioni turistiche in cui Cash racconta cosa va visitando. Quando cerca di replicare il live album in prigione con At San Quentin (1969) l’effetto è di una minestra riscaldata, costruita sul successo clamoroso dell’esibizione precedente e nobilitata da una grinta che il cantautore non dimostrerà mai più di avere.

Dopo More Of Old Golden Throat (1969), che raccoglie b-sides, arriva Hello, I’m Johnny Cash (1970), uno dei pochi album dell’intera discografia che raccoglie in sé l’anima poliedrica di Cash, capace di fare sua la tradizione Country, Gospel e Rock’n’Roll. Certo sono questi album che suonano timidi, creativamente, rispetto a quanto sta avvenendo nella musica popolare statunitense nel periodo. The World Of Johnny Cash (1970) raccoglie brani già editi e qualche ripescaggio, escludendo le hit più celebrate mentre The Johnny Cash Show (1970) fotografa il suo lato più accorato e sentimentale, oltre a presentare Sunday Mornin’ Comin’ Down, prima collaborazione con Kris Kristofferson. Due lunghi medley dominano l’opera e rispolverano l’idea di un canzoniere americano, fatto in questo caso di viaggi, avventure, treni e malinconia. Arrivano a inizio decennio due colonne sonore: I Walk The Line (1970), che contiene Flesh And Blood, un nuovo successo;  Little Fauss And Big Halsy (1970), solo in parte a suo nome. Man In Black (1971) contiene l’inno del titolo, uno dei suoi classici, e Singin’ In Vietnam Talkin’ Blues, una delle sue canzoni più impegnate.

Dopo le compilation Greatest Hits, Vol. 2 (1971) e Sunday Morning Coming Down (1972) si giunge a A Thing Called Love (1972), di cui si ricorda la title-track, e al nuovo concept-album dedicato alla propria gloriosa nazione,  America: A 200-Year Salute in Story And Song (1972), che cerca di riassumere due secoli di storia in 33 minuti scarsi: com’è già successo in passato, l’ambizioso progetto sembra decisamente inadatto alla forma scelta, una breve raccolta di brani intervallata da altrettanto brevi narrazioni. L’effimero The Johnny Cash Family Christmas (1972) diluisce i brani tradizionali con narrazioni che continuano a spuntare qua e là negli album. Il motivo per cui non vengano per sempre accantonate rimane un grande mistero per chi vi scrive. Dopo la raccolta doppia International Superstar (1972), che riesce a scansare molti dei suoi classici, si ritorna ai live in prigione con På Österåker (1973), nobilitato solo nella seconda edizione, del 2007: l’opera originale si sbilancia tutta sul materiale recente. Any Old Wind That Blows (1973) contiene soprattutto l’inno della working class Oney mentre The Gospel Road (1973) contiene 76 brani tratti dall’omonimo film sulla vita di Gesù, con buona parte del minutaggio occupato da Cash che descrive cosa avviene nelle varie scene. Johnny Cash And His Woman (1973) contiene zuccherosi duetti con June Carter, Ragged Old Flag (1974) affronta temi sociali e politici, The Junkie And The Juicehead Minus Me (1974) è il pretesto per presentare brani di Rosanne Cash e Carlene Carter, figlie d’arte, capaci di portare un po’ di aria fresca in uno stile ormai totalmente prevedibile. Five Feet High And Rising (1974) è l’ennesima compilation di brani editi, peraltro molti dei quali minori.

Fra i vari “filoni” del concept-album americano, il lavoro Gospel, la strenna natalizia, la compilation con inediti, i live in prigione e i duetti con la moglie la discografia di Cash si affolla ogni anno di nuove, trascurabili, pubblicazioni. Quel che c’è di buono della sua produzione è diluito, disperso, riproposto anche in un’epoca in cui la musica popolare regala opere di grandiosa ambizione, estrema creatività e sensazionale innovazione. Arrivato intorno al mezzo centinaio di pubblicazioni ufficiali (ma la conta vede dissentire varie fonti, tanto è vasta e dispersiva la produzione), Cash sembra aver perduto completamente ogni capacità di produrre opere di spessore. Interpreta e reinterpreta se stesso, allunga i vari “filoni” della sua discografia e colleziona qualche timido successo, sempre più sporadico all’altezza di metà anni 70.

The Johnny Cash Children’s Album (1975) raccoglie filastrocche per bambini, Sings Precious Memories (1975) altri inni Gospel, John R. Cash (1975) brani di altri (compresa The Night They Drove Old Dixie Down e Cocaine Carolina) ma con musicisti inediti per Cash, salvo tornare con i compagni di sempre in Look At Them Beans (1975): un poker di album di un artista alla disperata ricerca di una identità adatta al nuovo contesto musicale, fra timide spinte verso il rinnovamento e ritorni tranquillizzanti alla tradizione. Nel 1976 si aggiungono: un live con diverse chiacchierate fra le canzoni (Strawberry Cake) e un concept ricercato sulla working class come One Piece At A Time. L’anno successivo arrivano un misto di atmosfere western e Folk in The Last Gunfighter Ballad e un concept album sul viaggio come The Rambler, dove le canzoni sono inframezzate da dialoghi registrati con autostoppisti accolti da Cash durante la sua escursione automobilistica in piena tradizione americana. I successivi I Would Like to See You Again (1978), Gone Girl (1978), le raccolte per completisti The Unissued Johnny CashJohnny & June e Tall Man (i primi due del 1978 e il terzo del 1979, con dei rari casi di Country in tedesco per cavalcare il successo internazionale) ed ancora Silver (1979) e il nuovo doppio Gospel di A Believer Sings the Truth (1979) chiudono un decennio disastroso, dove la produzione torrenziale non corrisponde all’ispirazione latitante.

Il giudizio molto tiepido sulla produzione degli anni 70 è condiviso. Come riportato da Acclaimed Music, un sito che raccoglie con metodi statistici gli album che ricevono i voti più alti dalla critica internazionale, nessuno dei 7 album di Cash inclusi nell’esclusiva lista dei “Top 3000” è stato pubblicato nel decennio in esame (e tantomeno negli anni 80). Anche i voti assegnati dagli utenti su Rate Your Music suggeriscono una flessione importante nel decennio, proseguita anche in quello successivo. D’altronde il ritmo di pubblicazione è assolutamente insostenibile: non esiste artista al mondo che possa produrre 4-5 nuovi lavori l’anno senza vedere precipitare inesorabilmente la qualità media.


Discografia (1965 – 1979)

Orange Blossom Special 1965 6
Sings The Ballads Of The True West 1965 6,5
Everybody Loves A Nut 1966 5
Happiness Is You 1966 5
Carryin’ On With Johnny Cash And June Carter 1967 5,5
From Sea To Shining Sea 1968 5
At Folsom Prison 1968 8
Old Golden Throat 1968 5
Heart Of Cash 1968 7
The Holy Land 1969 <5
At San Quentin 1969 7
More Of Old Golden Throat 1969 <5
Hello, I’m Johnny Cash 1970 6
The World Of Johnny Cash 1970 5
The Johnny Cash Show 1970 6,5
I Walk The Line 1970 5
Little Fauss And Big Halsy 1970 <5
Man In Black 1971 5,5
Greatest Hits, Vol. 2 1971 6
Sunday Morning Coming Down 1972 6
A Thing Called Love 1972 5
America: A 200-Year Salute in Story And Song 1972 5
The Johnny Cash Family Christmas 1972 <5
International Superstar 1972 5
På Österåker 1973 5
Any Old Wind That Blows 1973 5
The Gospel Road 1973 <5
Johnny Cash And His Woman 1973 5
Ragged Old Flag 1974 5
The Junkie And The Juicehead Minus Me 1974 5,5
Five Feet High And Rising 1974 5
The Johnny Cash Children’s Album 1975 5
Sings Precious Memories 1975 5
John R. Cash 1975 5
Look At Them Beans 1975 5
Strawberry Cake 1976 5
One Piece At A Time 1976 6
The Last Gunfighter Ballad 1976 5,5
The Rambler 1976 5
I Would Like to See You Again 1978 5
Gone Girl 1978 5
Unissued Johnny Cash 1978 5,5
Johnny & June 1978 5
Tall Man 1979 5
Silver 1979 5
A Believer Sings The Truth 1979 5

Firespawn – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Firespawn

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Si potesse fare l’esame del DNA di una band, quello dei Firspawn fornirebbe informazioni sufficienti a far intuire come questo quintetto svedese suoni. Troviamo infatti impegnati alla voce LG Petrov (Entombed), alla chitarra Victor Brandt (altro Entombed), all’altra chitarra Fredrik Folklare (Necrophobic, Unleashed), al basso Alex Friberg (Necrophobic) e alla batteria Matte Modin (Defleshed, Dark Funeral). Facile, visti i partecipanti, immaginare brani in linea con la tradizione svedese, che fondono la potenza vocale del growl Death Metal, le sue chitarre compresse e inespugnabili, con un’attenzione particolare alla dimensione ritmica e quella capacità caratteristica di fondere tutta la violenza del mondo con sfumature melodiche. E infatti l’esordio Shadow Realms (2015) è pieno di riferimenti alla tradizione Death Metal svedese, in particolare agli Entombed,  con un campionario delle efferatezze tipiche della scena e una propensione per i mix più brutali (per es. il delirio supsersonico che chiude Spirit Of The Black Tide). Mentre LG Petrov ritrova un tono più gutturale e feroce, abbandonato ormai da tempo nella band originale, il vero protagonista è Victor Brandt, che si conferma uno dei chitarristi più a suo agio nella scena con assoli fulminanti e intricati.

Il secondo Reprobate (2017) prosegue sulla strada tracciata dall’esordio, un amalgama potente di Death Metal alla maniera nordica, suonato da una band di fuoriclasse con tanta esperienza. Alcuni passaggi sono impressionanti per quanto violenti e furiosi (Blood Eagle, General’s Creed), ma nulla di quanto proposto sembra aggiungere novità alla storia del genere.


Discografia

Shadow Realms 2015 6
The Reprobate 2017 5,5