Gli Artisti Del Millennio #61: CRYSTAL CASTLES

I videogiochi dell’infanzia e gli incubi dell’adolescenza, le sound-board 8-bit con i loro suoni sgraziati e il synth-rock: il duo formato da Alice Glass e Ethan Kath ha unito malinconia e inquietudine. L’ansia di una generazione di 20-something senza una chiara direzione nella vita passa anche attraverso le loro canzoni frenetiche e ansiogene, tristi e canticchiabili. Esplosi nel 2008, completano la trilogia che gli conferma interpreti del loro tempo nel ’12, poi la Glass abbandona citando problemi di abusi da parte di Kath, che lui bolla come falsi. Tragicamente, il loro mix di dolcezza e violenza ritorna sotto forma di spiacevole fatto di cronaca.

Un paio di singoli assordanti e glitchy, quindi l’esordio Crystal Castles (’08) come trampolino per un successo trasversale nel mondo alternative europeo e statunitense. Variegato fino ai limiti del dispersivo, più che per i brani è un album che si distingue per un “sound”. Crystal Castles (’10) mischia un po’ le carte in tavola, riducendo l’estetica da videogame retrò. “Celestica”, uno dei brani migliori, è una malinconica, quasi spettrale, interpretazione synth-pop. Molto spesso si tratta di ballabili: l’accattivante “Baptism” è forse il momento più intrigante di questo lotto. Per il loro III, del ’12, optano per uno oscuro stile che odora di witch-house, la versione gotica del ballabile elettronico. Un sound più torbido e oscuro del solito, e meno pop, permette al duo band di proporsi come un’evoluzione tragica dell’electro-pop e del synth-pop. Il sospiro ansiogeno di “Kerosene” e l’epica techno affogata nel drammatico di “Wrath Of God” sono pregni di una estetica della malinconia, una decadente volontà di trasfigurare la musica ballabile. Più cupo e gotico, III supera la creatività dei primi due album, fin troppo discontinui. Il ritorno con Amnesty (I) (’16) è sempre inquieto e gotico, a tratti ipnotizzante (“Chloroform”), ma soffre la mancanza della Glass, che intanto prova una carriera solista.

Metascore tiepidi, culto palpabile attorno alla band e alla Glass, una curiosa icona di inizio millennio. Mai di interesse per il grande pubblico, la loro storia si è alimentata di live molto movimentati in Europa, Usa, Giappone e Australia.

⭐⭐⭐

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