Gli Artisti Del Millennio #45: DIRTY PROJECTORS

Dave Longstreth crea una indie-rock-band sperimentale aperta a tutto: un caso raro di discografia dove ritrovare Beyoncé e Frank Zappa (che Longstreth odia!), Mariah Carey e Pere Ubu. Rimanendo ferocemente alternativi, hanno coniato una nuova fusion trasversale, per la quale hanno ricevuto troppi pochi riconoscimenti.

The Glad Fact (’03) è un esordio avventuroso, rimpinzato di lo-fi ma clamorosamente ampio nello stile. Ogni elemento è straniato dal suo contesto tipico e declinato in modi obliqui. Il cabaret, il musical, le filastrocche folk sono elementi che riecheggiano nell’opera, assieme a richiami al mondo musicale pre-rock. Intimista e amatoriale, conosce poche regole e molte eccezioni, affascinando nella sua libertà d’espressione. Dopo gli inediti di pregio di Morning Better Last! (’03) tornano prima con Slaves’ Graves and Ballads (’04), per metà cameristico e per metà cantautorale poi con l’eccellente The Getty Adress (’05), costruendo composizioni multiformi e post-moderne, collage sonori che richiamano alla mente le tecniche dell’hip-hop di Dj Shadow. Compositivamente voraci, fondono stili senza mai utilizzare le ovvietà rock, dance o pop: splende la ricercatezza degli arrangiamenti, il gusto dell’avventura sonora più colorata, i richiami ad altre epoche ed altri stili, le acrobazie vocali, gli strumenti anomali. The Getty Adress più che urlare la propria unicità, la sussurra. Bitte Orca (’09) propone un sound colorato, psichedelico e multiforme, ma meno anarchico che in passato e anche per questo premiato da un 85 di metascore: è il loro gioiello pop. Swing Lo Magellan (’12) è il meno anomalo dei loro album, diviso fra cantautorale-romantico e digitale-collagistico. Quando non cede a rievocazioni banali, è un’opera interessante, che ottiene anche buoni riscontri di critica. Tempo di cambiare: Dirty Projectors (’17), superficialmente inquadrabile come un breakup-album, propone soprattutto un r’n’b mutante, affollato di stravaganze, denso di idee. Tornano invece a lambire il confine fra orecchiabile e sperimentale in Lamp Lit Prose (’18), marcatamente pop-rock.

Solo per appassionati, essendo loro gli alternativi fra gli alternativi del rock. La critica li taccia di dispersività creativa ma fatica a parlarne male (e ci credo!). Tranne l’85 di Bitte Orca viaggiano stabilmente sopra quota 75 di metascore. Su Rate Your Music non brillano.

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