Gli Artisti Del Millennio #27: GRIZZLY BEAR

Fra tradizione folk-rock ed elettronica, sempre attenti alle armonie vocali 60s, questi newyorkers esorditi nel 2002 sono una delle indie-band di inizio millennio. Eleganti, sognanti, malinconici, decisamente hipster, sembrano un tipico paradosso post-moderno: suonano come una grande band di quarant’anni prima, catapultata in un mondo di musica liquida e streaming a loro insaputa. Questo cortocircuito è reso attraverso un suono allucinato, da dolce trip acido.

Horn Of Plenty (’04) è psych-folk e lo-fi, impreziosito da momenti più sperimentali e armonie vocali, nel solco della tradizione. Il secondo, e molto superiore, Yellow House (’06) trasforma quel folk sognante in una sontuosa versione barocca e psichedelica del pop-rock. “Easier” è country per campanellini e armonie vocali mentre “Lullabye” recupera scorie di rock tumultuoso, fondendolo con le voci sognanti. Riflessa dalla psichedelia, la tradizione folk diventa onirica in “Central And Remote”. Che la formula sia molto più fantasiosa che nell’esordio lo dimostra “Little Brother”, con finale per uccellini. L’apice è “On A Neck On A Spit”, grande climax e fantasiose mutazioni mentre “Colorado” è un folk per rifrazioni infinite. È un mezzo miracolo, mai ripetuto dalla band. Vekatimest (’09), più immediato, non rinuncia alle stravaganze: “Southern Point” apre fra fioriture prog-rock; la ruffiana “Two Weeks” è una versione semplificata dei Battles. Succede molto poco di nuovo anche su Shields (’12), che attira l’attenzione con “Sleeping Ute”, quando inserisce fracassi di chitarre. Nel finale grandioso di “Half Gate” c’è una spinta corale, ma è appena un sussulto in un album opaco. Il ritorno con Painted Ruins (’17) non aggiunge molto di nuovo.

Dopo averli conosciuti, i critici se ne sono innamorati, incensandoli più per quanto fatto dal 2009 che per l’eccellente (secondo me) Yellow House. Pubblico ristretto, da appassionati, ma fedele.

★★★☆☆

Gli Altri Artisti Del Millennio:

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