Sanremo 2019: Prima Serata – Recensioni Delle 24 Canzoni

La fine di tutto

Decima edizione, signore e signori, di questa rubrica annuale dove, come allegri palombari fecali, ci immergiamo impavidi nel sozzume sanremese. Il decadente carrozzone fatto di fiori ammosciati, borghesia disperatamente alla ricerca di esposizione, cantanti infrolliti e arrangiamenti per archi è tornato! Vi è mancato? Vi sono mancato io che mi immolo ogni anno per evitarvi di buttar giù questa schifezza immonda? In entrambi i casi, bene, perché anche questa volta ho deciso di perdonarmi quel vizietto strano che ho per il pestaggio delle vecchiette e per il waterboarding ai bimbi orfani con questa annuale crocifissione testicolare e pubblica, in sala mensa dell’Ariston.

Visto che la serata del 5 Febbraio vede in gara tutti e 24 gli artisti presenti, dobbiamo fare veloce, pena rimanere senza energie per il suicidio conclusivo a suon di cicuta e vetri negli occhi. Stappo il whiskey primo-prezzo che ho comprato per l’occasione al Penny Market e sono pronto nuovamente a planare su queste frattaglie musicali.

Ah, dimenticavo, ci sono delle novità! Quest’anno codice-colore per le canzoni: un supersemaforo a quattro colori. Verde è incredibilmente passabile, è il balzo del paralitico, è il monologo della salma di un muto senza testa. Giallo è la pasta con le lenticchie di 3 giorni fa, col pane ammuffito e niente sale, perché è finito. Rosso è un Sebach al Lucca Comics, l’ultimo giorno, a chiusura, e tu non hai fazzoletti e inoltre dentro la tazza mefitica c’è un nido di vespe mutanti appassionate di genitali interni. Marrone è proprio lammerda, il male sonoro, il cancro audio, la morte in formato audiovideo, il dolore fatto note e rime baciate. Fletto i muscoli e sono nella fogna!

Si apre con Baglioni che urla “Voglio andar viaaa!” e subito empatizzi con quest’incarnazione stravagante di Neil, il Grande Artista di Art Attack. Poi si inizia con la prima delle 24 canzoni in gara.


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Francesco “Il Meenchia” Renga con Aspetto che torni per impalarti sul mio bastone di carne, che canta sottotono che neanche Big Fish. Questa volta evita di sbatterci in faccia le sue virilissime ottave e canta aggirandosi sul palco come un settantenne al terzo bianchino. Io lo guardo e penso solo ad Ambra Angiolini, versione milf per eccellenza.


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Nino D’Angelo e Livio Cori con La pizza, il mandolino e la camorra Un’altra luce è il primo grande momento di imbarazzo empatico del Festivàl. Non tanto per il giovane Livio Cori, che si merita l’oblio ma non l’insulto, quanto per le urla tedianti, napulitante, di Nino. D’Angelo sembra in preda a lancinanti problemi di stipsi e invade lo spazio musicale e persino fisico del giovane Livio per emettere inquietanti, lovecraftiane grida animalesche, degne di un demone infernale di Casalvolturno.


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Nec (Nippon Electric Company, Limited) con Mi farò trovare pronto, una canzone sul suo passato da “pilota” per la malavita nipponica, è prima di tutto la dimostrazione che si può essere filf a 47 anni. La sua canzone è anche la prima che sveglia dal letargo, quando dopo una strofa iniziale che più Nek non si può assale i timpani con un riff spezzato e ritmico. Ruggisce, si muove, gestisce alla perfezione i vari registri, dall’intimista al travolgente. Vocalizza anche alla fine, senza eccedere, e consciente di aver fatto una grande prova sorride alla telecamera e mette in dubbio la mia eterosessualità. È davvero pronto a vincere e prendersi la meritata rivincita con quelle figurine imbalsamate, nate vecchie e briose come una fossa comune de Il Volo.


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The Zen Circus con L’amore è una dittatura, una canzone scritta quando la ganja era finita e quindi non si sapeva bene che fare, propongono un pippone da assemblea delle scuole superiori. Rimasti al fervore sinistrorso tipico dei 15 anni, Appino inanella 18.631 parole parlando di 43 temi diversi con fare di vaga protesta e poi inneggiando all’anarchia, così a buffo. Dopo quelli che a spanne sono 5 ere questa interminale dissenteria vocale esplode nel più generico rock militare che possiate immaginare, con tanto di figuranti similfascisti. Ma a Sanremo è comunque lodevole, autosabotarsi così la vittoria.


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Il Volo con Musica che resta sul cazzo da subitospiazzano tutti con una canzone classicista, superomantica che regala frasi inedite nella storia della letteratura come “Siamo il sole in un giorno di pioggia” o “L’amore è per sempre” o ancora “Tu che sei davvero importante“. Questi anziani nel corpo di 3 giovani si confermano il male assoluto della musica italiana, un raro caso di una formazione che è nata istituzionale, perfetta per un pubblico di ultrasessantenni. Ora, io non voglio sollevare dagli insulti un Al Bano o una Patty Pravo, ma quella è gente con qualche decennio in più di questi ottuagenari d’accatto. “Grande Amore” faceva cagare, detto in poche semplici parole, eppure ha vinto. Quest’anno mi auguro che non si ripeta quest’errore, tipo con la stessa urgenza con cui mi auguro non si ripeta l’olocausto.


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Loredana “Benson” Bertè con Cosa ti aspetti da me, una canzone domanda che si meriterebbe una canzone risposta, Che smetti di cantare per sempre. Raglia fino all’inverosimile, si sbatte come in preda a una crisi d’astinenza e sfoggia due orrori estetici da antologia persino per la galleria degli orrori sanremese: una capigliatura blu-anime e una gonnellina che, con orrore degli astanti, stuzzica sull’orlo inferiore con il fare sensuale di una Tina Lagostena Bassi. Chiamiamola “Blue-waffle“, vista la curiosa fusione di erotismo e ripugnanza. Tutta questa attenzione su come si veste per sorvolare su un brano di puro imbarazzo, che spreme ancora un po’ sull’immagine di dannata rockers che ha coltivato negli anni a suon di brani dimenticabili, album dimenticabili, look cannot-be-unseen.


Intermezzo con Bocelli e suo figlio fighissimo giovanissimo. La Virginia Raffaele, che si conferma la uber-topa di Sanremo, gocciola come un tubo rotto e in preda a brividi orgasmici si confonde miseramente dinanzi al giovine Bocelli. La vera perla però con la coppia padre-figlio è tutta di Bisio, che nel presentare l’Andrea nazionale decide di salutarlo con il gesto della mano. Ed è subito Gianni Morandi. La canzone che i consanguinei cantano è cringe a non finire, tipo quando tua mamma ti dice “sei proprio bello” oppure “sei proprio intelligente” davanti agli sconosciuti, però in eurovisione. Potrebbe essere il momento più imbarazzante della serata se Virginia I’d Like To Fuck non decidesse di salutare il clan dei Casamonica, così, a caso.


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Daniele “Pompa” Silvestri con Argento vivo morto x decide di cantare con Rancore: arriva sul palco e caga a favor di telecamera, quindi si masturba sulla prima fila dell’Ariston. No scusate, il cartone che ho tirato giù da qualche minuto sta avendo effetto e mi son fatto trasportare. Daniele Paranza canta con rabbia, il sentimento non il rapper, e Rancore, il rapper non il sentimento, un brano-denuncia che è diviso in tre: solo Daniele Salirò nella prima parte, poi solo Rancore dopo un assolo di vocoder (!!!), grandioso nel suo rap cantautorale, e infine l’ideale sintesi fra le due voci. Menzione speciale per il testo e per Fabio Rondanini alla batteria, con tanto di maglietta di Propaganda Live.


Segue lungo, prolisso, poco divertente monologo volemosebbene di Bisio sull’improbabile veste riottosa, pro-immigrati di Baglioni. Bisio non sa neanche che De Gregori non ha mai fatto politica e lo cita vicino a Guccini.


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Federica Carta Igienica e Shade con Senza farlo apposta, un titolo che cerca goffamente di deresponsabilizzarli, dimostra che un freestyler non può mettersi a cantare senza perdere quasi tutto il suo fascino. La Carta, vestita da disco-ball rosa, canta in modo diligente. La canzone è banalotta, nonostante qualche bella idea nel testo (“Passavo a prendermi la colpa“, “Dammi il mio panico quotidiano“), ma farà grande successo in radio.


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Ultimo con I tuoi particolari modi di eseguire i deepthroat, davvero complimenti mai visto nulla di simile però magari ora smetti un attimo che sto cantando si siede al pianoforte, che si sente poco e che lui suona pochissimo e quindi funge soprattutto per fare scena, per cantare un pezzo pallosissimo, d’amore disperato. Lui decide di interpretarla come se stesse facendo il bis dopo la vittoria, con una carica drammatica ingiustificata. Birignao del melodramma, questo ci porta in dote il nuovo pop italiano? (la canterà molto meglio le serate successive)


La Virginia, che stasera a quanto pare si bagna per ogni maschio ancora fertile, va in confusione anche per Pierfrancesco Favino, nonostante il cognome. Segue dunque musical-collage di puro cringe, dove io assumo 16 droghe in ordine alfabetico inverso. Baglioni e Cazzino Favino cantano canzoni per bimbi. Io scopro che il dolore del corpo cura quello della mente e rinuncio a tre falangi.


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Enzo Paola Turci con L’ultimo ostacolo, un modo sicuramente poco sensibile per indicare il paraplegico del quarto piano che blocca l’ascensore, è una di quelle che io le farei vincere Sanremo per levarsela dal cazzo per un lustro. Canta diligentemente, si veste un po’ lesbo e sarebbe perfetta per diventare il Premio Della Critica quest’anno. Le perdoniamo anche un paio di ragliate, tutto sommato soprassedibili.


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Motta Una Papessa Se Ne Fa Un’Altra con Dov’è l’Italia, una denuncia sulle lacune geografiche della nuova scuola cantautorale, vince di slancio il premio come stonatore ufficiale di Sanremo 2019. Su disco Francesco Melegatti suona come un credibile erede di Battisti, ma sul palco di Sanremo (e dal vivo? qualcuno che l’ha visto lascia un suo contributo-commento?) suona come un dilettante allo sbaraglio da Corrida. Registrata, però, la canzone potrebbe non essere così male. Speriamo in una seconda, migliore esibizione.


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Boomdabashpumpowsbangstaklush con Un milione di onomatopee è una nuova canzone-elenco. Vi mancavano eh? Questa ci dice quante cose aspetta testa-da-ginocchio, il cantante dei Boomkrashsbang, prima che arrivi quello col moicano rosso, esiziale esempio di reggae terrone. Sto pensando come potrebbe essere peggio questa immondizia musicale, e ho trovato una risposta dopo il nono shottino di tequila kamikaze: potrebbe durare un secondo in più.


Patty Pravo Amicizia Lunga e Brigantony con Un po’ come la vita (infinita) si presenta con Briga, il suo giovane badante. arte un siparietto da antologia, dove non va una cippa e la Patty si spazientisce perché la sua criogenia non può essere interrotta per più di 6 minuti, pena il deterioramento dei tessuti. Una Patty vestita da albero di Natale, pettinata come dei gemellini di Matrix e apparentemente al limitare di un’overdose di Xanax e Lexotan. “Ma son venuta a fare una passeggiata o a cantare?“, dice dall’alto dei suoi 19 secoli, prima di iniziare a farfugliare il suo lamento funebre. Si evita il semaforo di merda perché a livello di spettacolo è sublime nel suo squallore.


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Simone “Antonacci” Cristicchi con Abbi cura di me, la prima seconda decima quarantatreesima canzone di Cristonacci sulle persone malate, è una messa funebre romantico-disperata. Mai fatto di peggio per Baz, che sembra essere affogato in una depressione raccapricciante.


Segue, non scherzo, commemorazione funebre di Fabrizio Frizzi, che scopriamo essere nato insieme al Big-Bang, visto che Baglioni dice che “è il primo 5 febbraio senza di te“. Giorgia dimostra che è ancora attrattiva l’idea di riprodursi con lei, basta non ascoltarla cantare con i suoi melismi.


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Achille “Willem Ruys” Lauro con Rolls Royce, il curioso caso di una nave che parla di automobili, è una grave delusione. Niente trap (ma si sapeva) ma un pop-rock che ricorda quel ruffiano ribelle di Grignani. Le idee sembrano finire dopo i primi versi, il vocoder rialza l’attenzione ma nulla toglie dalle orecchie le stonature evidenti, imbarazzanti e rimane forte l’impressione che il compromesso con Sanremo abbia eliminato ogni motivo d’interesse per Achille Lauro.


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Arisa con Mi sento bene ma non sembrerebbe fa la gag simpatica. Apre pallosissima e poi esplode in un dance-pop sbarazzino. Ci sa sempre fare, la Pippa nazionale. Possibile podio finale.


Baglioni fa la dab. Basta, chiudiamo tutto. Fra dieci anni ce lo ricorderemo con gli occhi lucidi.


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Ma Te Li Ricordi I Negrita con I ragazzi stanno bene è pop-rock da ospizio che si ricorda soprattutto per il vestiario da vampiro tarantolato di Pau, il testa-di-ginocchio della musica italiana risorto da chissà dove che si riconferma il gesticolatore migliore che abbiamo mai avuto. Il resto della band, anche dal punto sonoro e non solo visivo, è puro fondale. Brano per 40enni che farà breccia presso il pubblico che ascolta il “vero ruock“.


Segue, con Claudio Santamaria, una brutta rievocazione del Quartetto Cetra. Cantano anche Nella Vecchia Fattoria, peccapissi.


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Ghemon con Rose viola, un melodramma sul daltonismo, è presentato (da un Santamaria che infoia la Virginia come non mai) come cantautorato Soul-Rap, per non farsi mancare nulla. Vestito come uno spazzino albino, riesce a vincere il premio dimenticabile della prima serata. Puro sottofondo.


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Ryanair Einar con Parole nuove, ci invita da subito a coniare neologismi per parlare male di lui. Sei presto accontentato, giovane merdautore di canzonfeci. Cantato incerto, presenza scenica imbarazzata e imbarazzante, testo corrivo, ritornello tediante. Meglio i debiti.


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Ex-Otago con Solo una canzone, una canzone onesta sin dal titolo, che empatizza con il pubblico tediato. Me li ricordo quando erano il futuro dell’indie italiano e vederli ridottisi così a cantare d’amore con gli archi e il pianoforte mi deprime. Non infierisco per affetto.


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Anna Tatangelo si presenta con Le nostre anime di notte, un horror-pop dove descrive le sue notti di sesso sfrenato con Gigi D’Alessio, fra felching e rusty trombone. Gnocca come sempre, vestita come una che ha un’irrefernabile voglia di farsi lucidare le ovaie, sembra tornata a essere una trentenne dopo il balzo a quarantenne di qualche tempo fa. Sembra anche che canti, ma davvero non saprei cosa dire su questa sbobba informe, melodrammatica, cantata con gli occhi lucidi. Qualche imprecisione anche nella voce, mah.


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Iramarri con La ragazza col cuore di latta, storia di una sessione di passione carnale con una curiosa bambola gonfiabile, è un drammone su una bambina malata di cuore. C’è un coro gospel, così, come se fossimo all’improvviso in una riedizione low-budget di Sister Act. Incolore, ma dovendo sceglierne uno siamo sul rosso. quasi marrone.


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Enrico “Lion King” Nigiotti con Nonno Hollywood è uno pettinato come Axl Rose che canta come un palloso crooner degli anni ’70. Canzone nostalgica sul nonno morto, strappalacrime fino alla nausea, con frasi come “quanto è bella la campagna” o “la ricchezza sta nel semplice“. Bello schifo.


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Mahmood con Soldi ci dimostra che in Italia, nonostante Sanremo, c’è un mondo di giovani talentuosi. Arrangiamento curioso, con batti-mani contagiosi, e prova rap-cantata da segnalare. Testo originale, tematica drammatica ma non strappapalle. Grandissima sorpresa, anche perché si muove sul palco con la sicurezza di un professionista consumato. In un mondo migliore questa stravincerebbe.

Prima serata devastante per le gonadi ma che ha avuto il pregio di essere dominata dalla musica. Il supersemaforo vi segnala i miei giudizi sulle canzoni. Nei riassuntoni della seconda e terza serata vedremo se è il caso di aggiornare le pagelline, mentre mi sorbirò anche per voi una dose molto maggiore di “spettacolo” da Festivàl. Commentate con i vostri supersemafori, qua e sulla pagina Facebook del blog. (qui la seconda puntata)

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