Introduzione – 30 Anni Di Rime: La Storia Dell’Hip-Hop Italiano

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Introduzione: Perché Ho Deciso Di Scrivere Questo Libro

Rap, parola in effetto, coacervo di metafore che esprimono un concetto assoluto e perfetto, un colpo diretto assestato al sistema dal profondo del ghetto spirituale in cui vogliono relegarci ad affogare, in quel mare di chiacchiere impastate solo di quella morale falsa e opportunista che usa la censura come arma di difesa e spara a vista su quanti, credimi non tanti, rifiutano ogni forma di controllo messa in atto dai potenti, dai signori che controllan l’opinione, da quelli che correggono le bozze del copione chiamato informazione in scena tutti i giorni sugli schermi di un’intera nazione…

(Frankie Hi-NRG – Potere Alla Parola, 1993)

L’idea di un libro sull’Hip-Hop italiano è nata osservandone lo sviluppo degli ultimi 10 in modo più o meno diretto. Infatti ho iniziato ad ascoltare seriamente musica nel pieno della mia adolescenza, nel 2003. Avevo solo 14 anni e oggi direi che ero ancora un bambino. All’epoca, come tutti i teenager, ero convinto di saperne mille volte più di quanto effettivamente fosse vero.

Tre lustri fa (ma sembra sia passata una vita), chi voleva approfondire la musica online trovava soprattutto informazioni sul panorama Pop e Rock, all’epoca i due generi predominanti. Se non ci credete basta dare un’occhiata alle classifiche FIMI del 2002, 2003 e 2004.

Tanto nella musica italiana quanto in quella internazionale, a livello di carta stampata (che esisteva ancora, non come oggi che è il fantasma di quel che fu) che online, quindi, per essere informato leggevo siti come True Metal, Ondarock, Rockol, Rockit, il discutibile Debaser e il discusso quanto inimitabile Scaruffi oltre all’enciclopedia definitiva della musica, il vastissimo ma dispersivo All Music Guide.

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Ondarock nel lontano 2004

C’era proprio una vera e propria blogsfera, un cosmo con le sue regole e i suoi miti, che oggi conta forse un decimo dei siti dell’epoca, una comunità trasversale dove era bello discutere di musica. Chi scrive ha iniziato da un sitarello senza futuro, ha continuato su Splinder e poi ancora su OrnitorincoNano.com, Ondarock, PsyCanProg.

Per quanto riguarda la carta stampata, leggevo con entusiasmo La Repubblica XL (nato nel 2005, dal 2013 solo digitale), Metalshock (1986-2008), Metal Hammer Italia (1988, dal 2016 solo digitale), Rolling Stone Italia (2003-) e più raramente Buscadero (1980-), Mucchio Selvaggio (1977-), Rumore (1992-) e Blow Up (1995-). Dopo pochi mesi iniziai anche ad acquistare i primi libri di musica, credo che il primo elemento della mia biblioteca musicale sia stato Blues, Jazz, Rock, Pop. Il Novecento americano (2004) di Assante e Castaldo.

Xl numero 1

Il primo numero di XL

Che fossero riviste, siti o libri, fra le fonti che ho citato nessuna includeva seriamente nella sua analisi il mondo dell’Hip-Hop. In alcuni casi, come i siti Metal, il motivo era scontato, ma che sul sito di Scaruffi gli album Hip-Hop rimanessero fuori dalle migliori opere di tutti i tempi (che comprendono esclusivamente album i Rock in senso ampio) non invitava molto all’ascolto. Di più: tranne pochissime eccezioni, nessuno degli album Hip-Hop preferiti da Scaruffi è tipicamente nello stile. Basterebbe l’accoglienza tiepida e la recensione sbrigativa a Illmatic a destabilizzare un appassionato. Non andava meglio, e in buona parte ancora non va meglio, con Rolling Stone, rivista orientata da sempre a Rock e Pop e molto poco al resto dell’universo musicale. Timidi i tentativi di XL, rivista più coraggiosa nell’abbracciare anche Hip-Hop ed Elettronica, anche e soprattutto se capaci di incontrare i gusti di un certo pubblico di 15-30enni del centro e nord Italia, meglio se un pochino sofisticato intellettualmente.

Su i vari OndaRock, Rockol e Rockit il focus è chiaro sin dai nomi: ci arrivava magari un Eminem, visto il successo planetario, a davvero poco altro. E oggi, pur con sostanziali evoluzioni verso una concezione più libera della musica, il ritardo dei siti storici sul tema Hip-Hop è ancora molto forte (ma io ho cercato di contribuire). Molto banalmente, chi si è formato negli anni 90, ed è nato quindi nei 70, è diventato un critico online a inizio millennio e lo ha fatto seguendo l’impostazione di un decennio, quello del Grunge, del Brit-Pop, del Death-Black-Nu-Metal, in cui un futuro di chitarre, citazioni di Beatles, Rolling Stones e Black Sabbath sembrava plausibile. Ma si sbagliava la critica entusiasmata dei 90 e di conseguenza anche quella di inizio millennio, che secondo quella previsione si era formata.

Per fortuna le cose sono significativamente cambiate negli ultimi anni, soprattutto dal 2015 in poi. A fianco dei siti più blasonati ne sono nati molti fortemente orientati alla musica “urbana”, come Dance Like Shaquille O’Neal, Hano, Honiro e Rapburger. E nel tempo anche OndaRock, Rockol, Rockit, Scaruffi (quando aggiorna il sito), Sentireascoltare (il Pitchfork italiano, come linea editoriale) e altri siti hanno iniziato a considerare l’Hip-Hop seriamente. Intendiamoci, rimangono grosse lacune, ma la situazione si evolve verso webzine capaci di parlare di Pop, Rock, Elettronica e Hip-Hop con il peso degli ultimi due generi in forte crescita.

La situazione nella carta stampata era molto simile all’epoca, ma se possibile è cambiata ancora di più della blogsfera e delle webzine, con una dinamica simile di riduzione in termini quantitativi che solo in parte ha provocato un aumento della qualità. Mentre sono aumentate le riviste dedicate alla musica del passato, finanche glorioso, del Rock, poco o nulla si è mosso sul fronte dell’Hip-Hop. Necessario ricordare in questa sede almeno la storica Aelle (1991-2002), con firme come Paola Zukar, una delle figure centrali per la scena nazionale.

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Uno dei libri fondamentali per capire il rap italiano

Spesso le altre riviste cartacee lo trattavano e lo trattano in modo ancillare rispetto alla scena tipicamente Pop e Rock. In questo l’Hip-Hop è accompagnato dall’altro grande genere escluso dalla critica nazionale, il mondo della musica Elettronica. Fatto sta che, nonostante sia nato nel 1989 e cresciuto con Eminem in radio e persino sul palco di Sanremo, non ho considerato l’Hip-Hop una musica rilevante per molti, troppi anni.

Eminem a Sanremo nel 2001

Solo quando ho concluso il mio apprendistato di ascolti essenziali della musica Pop e Rock (che in fondo mi piace considerare mai concluso del tutto, neanche oggi) mi sono sempre di più interessato agli ambiti musicali stilisticamente estranei tanto al Pop quanto soprattutto al Rock. In primis perché il secondo è entrato in crisi, avvolto e stritolato in una spirale di revival che ha interessato movimenti come il Grunge, il Punk o la New Wave. Ma oltre a questo motivo più razionale, c’era già nel 2003 qualcosa dell’Hip Hop italiano che mi attirava ben più di tanto Pop e Rock nostrano: la capacità di narrare il mondo come lo vedevo intorno a me, di raccontare delle storie in modo molto più diretto e collegato alla mia quotidianità. Tutta un’altra storia rispetto al mondo astratto e filosofico del Pop e del Rock più celebrati.

Credo, in estrema sintesi, che la questione centrale qui sia l’influenza culturale molto forte del mondo anglosassone sul Rock italiano, che aveva causato un forte impronta imitativa, anche a livello di tematiche e di strutture lessicali, sintattiche e addirittura fonetiche. La mancanza di originalità linguistica finiva per diventare qualche cosa di imitativo o addirittura portava e porta ancora oggi molte band italiane a esibirsi cantando in lingua d’albione (nell’Hip-Hop questo è estremamente raro al giorno d’oggi). In pochi, illuminati, casi il Rock e Pop italiano fra il 2000 e il 2018 ha trovato il modo di far valere la propria personalità senza subire biecamente i modelli internazionali. E spesso lo ha fatto prendendo spunto proprio dall’Hip-Hop, ideale ingrediente contaminante di tutto il filone crossover e negli anni 10 anche seriamente preso in considerazione da nuove generazioni di cantautori, alcuni dei quali hanno trovato successo di pubblico, come Coez. In questa “Storia” avremo modo di parlare, quasi alla fine, anche di come l’Hip-Hop si sia scontrato con la tradizione cantautorale italiana.

Fatto sta che già a fine 2003 mi avvicino molto al mondo dell’Hip Hop italiano. L’attenzione è tutta sui contemporanei, rapper e producer di inizio millennio e poco, artisti ritenuti fondamentali all’epoca come Fabri Fibra, Marracash, Club Dogo e via dicendo, seguendo inoltre l’onda lunga di artisti della prima ora come gli Articolo 31 o Frankie HI NRG. Questi artisti erano in grado di raccontare un mondo che vedevo molto vicino a quello che potevo osservare nella mia città: microcriminalità, rapporti interpersonali difficili e conflittuali, razzismo, malcontento, tensione politica e sociale.

Inoltre utilizzavano uno slang dei giovani che sembrava estremamente più attuale del lessico imbolsito e istituzionale del mondo Pop e Rock. Nel 2003, poi, ascoltare Hip-Hop in Italia, soprattutto per un ragazzo molto giovane, era considerato qualcosa di atipico e quindi fortemente caratterizzante dal punto di vista della propria cerchia sociale. Ti dava personalità, saperne qualcosa, e quando hai 14 anni la necessità di distinguersi da tutti gli altri, vuoi per far colpo sulla cotta del momento o anche solo per racimolare un po’ di autostima, è fondamentale.

Mi sono quindi diviso per anni molti anni, quelli dove avevo davvero tanto tempo per ascoltare musica, fa ascolti Hip-Hop e ascolti Rock, una dicotomia che è ben rappresentata da una delle band che mi hanno segnato maggiormente da adolescente, i Red Hot Chili Peppers in cui Anthony Kiedis modella la ritmica della propria voce secondo gli stilemi del Rap. Solo molti anni dopo ho avuto modo di ritornare sulla musica Hip-Hop, dopo averla abbandonata a fine del primo decennio del nuovo millennio questo. Nel 2016 mi sono reso conto che una nuova ondata di novità stava arrivando a sconvolgere la musica popolare italiana ,una musica stilisticamente nuova presa a prestito da quello che stava succedendo in Inghilterra e soprattutto negli Stati Uniti.

Il figlio bastardo di due genitori d’eccezione: l’onda lunga della musica elettronica inglese, quella che tre lustri prima aveva portato Mike Skinner, in arte The Streets, a diventare il più rivoluzionario rapper bianco dopo Eminem; la sofisticazione Hip-Hop portata avanti dal massimalismo di Kanye West, e dalla tendenza di Drake sempre di più verso un ibrido di rap e cantato. Su tutti, esiste un nome che ritorna più e più volte quando si pensa all’ultima (per ora) rinascita dell’Hip-Hop italiano, ed è quello di Future: il suo stile di musica Trap, futuristica, robotica, cantilenante, androgina e scintillante è il vero punto di riferimento per la scena italiana, il modello inarrivabile e ineguagliabile.

Visto l’interesse trasversale verso questo sbocciare di nuovi rapper dal 2016 in poi, ho pensato di analizzare sistematicamente quello che è successo in Italia per quanto riguarda l’Hip-Hop.

La Storia che mi appresto a raccontare, ed è qui il motivo di questa introduzione, non è scritta da chi ha vissuto in diretta l’uscita sul mercato di SxM dei Sanguemisto o ancora meno ha potuto respirare l’aria dei centri sociali ai tempi delle “posse”. Chi scrive, poi, non è neanche un appassionato di Hip-Hop in particolare, ma un appassionato di musica in generale, cresciuto a dosi massicce di tutto quello che passa in radio, nelle riviste generiche e di nicchia, su Spotify e su Deezer. Non sono granché bravo a incastrare rime e i beat li costruisco solo per gioco.

Insomma, è una Storia dell’Hip-Hop scritta per chi vuole avere un quadro d’insieme di 30 anni di rime, conoscendo i protagonisti uno per uno, per un totale di 170 schede monografiche. In ordine cronologico passeremo in rassegna i nomi che hanno trasformato questo racconto più interessante epopea sonora del nostro paese dagli anni 90 in poi. Ma non basta, perché per delineare un quadro completo troverete approfondimenti specifici su 30 album che meritano la definizione di pietra miliare, oltre a interviste ai protagonisti della scena, esperti del settore, critici musicali e giornalisti. In più, approfondimenti su temi specifici che saranno evocati nelle varie schede monografiche.

Essendo un libro pubblicato in anteprima sul blog, siete tutti invitati a partecipare con commenti, suggerimenti o anche un semplice ma graditissimo commento di incoraggiamento. Grazie ❤

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3 pensieri su “Introduzione – 30 Anni Di Rime: La Storia Dell’Hip-Hop Italiano

  1. bellO l intro con potere alla parola penso che sia uno dei pezzi più belli della scena Rap anni 90, io sono fan dell underground … cioè seguo principalmente l’ H H come genere musicale ma l’ idea di un libro con punto di vista generico ci può stare ..bravo

    Piace a 1 persona

  2. Isaia ha detto:

    Iniziativa fantastica! Per quanto ancora io sia alle basi del genere – soprattutto ho un buco enorme degli ultimi anni – se ti servono suggerimenti vari non esitare a chiedere 😀

    Piace a 1 persona

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