Pink – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Alice Beth Moore è conosciuta da tutti come Pink (o anche P!nk) ed è un’attrice statunitense che ha venduto nella sua carriera oltre 40 milioni di album e 70 milioni di singoli in tutto il mondo. Questi la rendono non solo una delle cantanti più celebri di inizio millennio, ma anche una fra le titolari dei maggiori successi femminili di vendita di tutti i tempi.

Inizia la sua carriera come artista R’n’B dopo una gavetta nei locali della sua città , Philadelphia. Prende l’ispirazione per il suo nome dal mister Pink delle Iene di Quentin Tarantino. La sua carriera solista, dopo una presenza in una band di liceali, inizia nel 2000 con il fondamentalmente anonimo Can’t Take Me Home. Facile in questa prima fase della carriera confonderla con le artiste sue contemporanee o già affermate come Jennifer Lopez: Pink sembra semplicemente essere una delle voci femminili sensuali e ammiccanti nate a cavallo tra i due millenni. Nonostante il sostanziale anonimato di questo esordio, l’album vende più di 2 milioni di copie solo negli Stati Uniti, ottiene l’ambito disco di platino nel Regno Unito e diventa multiplatino sia in Australia che in Canada. Vende in tutto più di 4 milioni di copie in tutto il mondo, nonostante la critica rimanga dubbiosa. Nel 2001 il vero trampolino di lancio per Pink a livello mondiale è una collaborazione con Christina Aguilera, Lil’ Kim e Mya per la cover di Lady Marmalade nella soundtrack del film Moulin Rouge, uno dei più visti dell’anno.

Ma Pink vuole imparare a distinguersi da tutte le altre sue concorrenti e riesci a farlo solo con il suo secondo album, Missundaztood (2001) che la presenta come un artista molto più Pop e Rock che R’n’B. L’album, con i suoi 4 singoli di grande successo, trasforma l’ennesima popstar Pink nell’unica credibile, graffiante icona femminile Pop-Rock del panorama radiofonico del periodo. Le ritmiche si sono fatte robuste, i ritmi irresistibilmente ballabili ma anche sempre più aggressivi. Soprattutto, Pink interpreta lasciando da parte le posi sensuali e feline del primo album e prediligendo invece un ruggito Soul o un rocambolesco canto adrenalinico. Grazie a questo secondo album Pink ottiene la copertina su riviste di livello internazionale come Rolling Stone e Billboard. Il primo singolo, quello che fa la storia della party-music del periodo,  è l’esaltante giostra di Get The Party Started,  scritta Linda Perry delle 4 Non Blondes. Decisamente inferiori ma comunque interessanti anche il secondo il terzo singoli estratti, Don’t Let Me Get Me e Just Like A Pill.

Da segnalare anche la collaborazione con Steven Tyler per una ballata molto classica come Misery. L’album ha venduto negli Stati Uniti al Luglio 2014 qualcosa come 5,6 milioni di copie. È stato un grande successo anche in Gran Bretagna, dove con 1,82 milioni di copie ha ricevuto ben 6 dischi di platino. Grazie al successo internazionale, che ha interessato anche paesi come il Canada, la Francia, la Germania, il Giappone e l’Australia l’album ha venduto oltre 13 milioni di copie in tutto il mondo.

Di fatto nel 2001 Pink diventa una delle artiste pop più famose e amate al mondo. In un contesto Pop dove le artiste hanno quasi tutte un’estrazione R’n’B,  Soul, Country o  Hip-Hop Pink diventa la paladina della donna Rock per il pubblico più vasto.. Le popstar lo dovrebbero sapere bene però che di troppo successo si può anche rischiare, artisticamente, di morire. È il caso del terzo album di studio di Pink, Try This (2003) che vede la caratterizzante collaborazione di Tim Armstrong dei Rancid la cui influenza Punk si può avvertire attraverso molte delle canzoni e soprattutto nel singolo Trouble,  l’unico episodio che sembra essere al pari dei grandi successi radiofonici che aprivano il secondo album. Si tratta anche di un’opera decisamente più confusa, come prova la presenza a metà tracklist un pezzo come Catch Me While I’m Sleeping, una ballata che richiama i classici Rock di 30 anni prima. Spesso sembra di ascoltare Pink che tenta di imitare se stessa come in Walk Away.

Il secondo contributo per una colonna sonora con Feel Good Time, per la pellicola dedicata alle Charlie’s Angels, è decisamente meno accattivante del contributo per il Moulin Rouge.

Dopo questo mezzo passo falso, che comunque si traduce in un album certificato Platino negli Stati Uniti e capace di vendere qualcosa come 3 milioni di copie del mondo, Pink cerca di riappropriarsi dello scettro di regina del Pop dall’anima più Rock con il suo quarto album I’m Not Dead, sin dal titolo un album che nasce con la voglia di rivalsa. Quando lo pubblica, nel 2006, il suo astro è parzialmente opacizzato dal tempo e dall’agguerrita concorrenza. Ma il primo singolo Stupid Girls, che dialoga con il Pop e si caratterizza per un testo che accende le polemiche, raggiunge la top ten in 15 nazioni comprese Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Australia, Canada e la maggior parte dell’Europa. Negli Stati Uniti invece il successo è solo tiepido, con il raggiungimento della tredicesima posizione.

Il video è particolarmente curioso e vede Pink rivestire il ruolo di molte ragazze differenti.  È un album classicamente Pop-Rock, che rinuncia all’irruenza giovanilistica del secondo album e punta più al mestiere e a proseguire nel solco del Rock radiofonico. C’è persino la lettera al presidente Bush. I’m not Dead, che dà il titolo all’intera opera, è un Rock da stadio che potrebbe essere stato scritto dai Foo Fighters di Dave Grohl. La conversazione con la versione tredicenne di se stessi è un vertice del cattivo gusto e precede nella lista dei brani nella versione internazionale l’inno masturbatorio Fingers. Anche in questo caso l’impressione è che si sia voluto inserire all’interno dell’album una serie di brani incoerenti fra di loro, forse per rimpolpare il minutaggio.

Il quinto album di Pink, Funhouse, viene pubblicato solo nel 2008 ed è il lavoro di una donna con un matrimonio in crisi e una vita quotidiana piena di incertezze e difficoltà emotive. La sua reazione non poteva essere più Rock di così, sin dall’irriverente singolo So What, il più venduto della sua carriera di successi: decisamente Rock ma con sintetizzatori che ammiccano al mondo ballabile senza vergogna.

Si tratta fondamentalmente di un inno di self-empowerment che è riuscito a raggiungere la posizione numero uno in Australia, Austria, Canada, Repubblica Ceca, Germania, Israele, Nuova Zelanda, Scozia, Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti e che è riuscito a vendere più di un milione e trecentomila copie. Il travagliato momento emotivo di Pink viene anche ben fotografato da Sober. Il quarto singolo, Bad Influence, è forse il più sottovalutato dell’intera carriera, con il suo ritmo saltellante e l’andamento pestato. La melodia più notevole è quella che si snoda lungo Funhouse e il suo sferragliare Funk-Rock degno dei Red Hot Chili Peppers. Si tratta con tutta probabilità del miglior album che Pink abbia prodotto dall’inizio della sua carriera, il più coerente e probabilmente anche il più ispirato e non, più semplicemente, una raccolta di potenziali singoli.

Con un canzoniere pieno di successi internazionali Pink può permettersi nel 2010 di pubblicare la sua prima raccolta di successi, intitolata programmaticamente Greatest Hits…So Far!!!, un album che estrae dall’esordio un solo brano e addirittura sei brani da Funhouse: in sostanza la tracklist rispecchia le opinioni della critica.

The Truth About Love (2012) vede la collaborazione di pezzi grossi del Pop come Eminem e Lily Allen oltre a Nate Ruess dei Fun. È un ritorno che mostra una Pink più matura che mai, capace di parlare con maggiore cognizione della vita e delle emozioni, più cantautirce che esuberante popstar.

La ballata dolente, a due voci, con il già citato Ruess, di Just Give Me A Reason è un pezzo ruffiano ma il battito portentoso di Blow Me (One Last Kiss), che unisce ballabile e disperato, e soprattutto la sofferta Try, il gioiello della maturità, formano, insieme alla leggera True Love una dimostrazione della duttilità stilistica di Pink, che ha finalmente trovato una sua dimensione, un sound caratteristico che si declina anche in brani profondamente differenti. La versione deluxe comprende anche il party-banger My Signature Move.

Beautiful Trauma (2017) è un altro successo di pubblico, anche se più modesto rispetto a quanto la stessa Pink ci aveva abituato in passato. Soprattutto, il risultato negli USA è complessivamente deludente.

L’impressione è che l’intero lustro di silenzio sia stato utilizzato per scrivere il suo album più sontuoso in termini di produzione, con la lista dei collaboratori che è un elenco sconfinato di professionisti e artisti di fama internazionale. L’elenco dei musicisti si aggira intorno alla cinquantina di persone, più di quaranta sono invece i nomi coinvolti nella produzione e oltre quindici sono coloro che hanno contribuito al design e al management: anche considerando che molti di questi individui ha svolto contemporaneamente più ruoli, è comunque un piccolo esercito musicale. Considerando la spesa in termini di forza lavoro, il risultato è davvero deludente. E anche in assoluto se si esclude la ballata dal passo pestato di Beautiful Trauma e il duetto scherzoso con Eminem in Revenge bisogna ascoltare Pink imitare Rihanna o Avicii in What About Us o lo stile del ballabile Pop-Rock di moda nel periodo in Where We Go. Complessivamente si ammicca a un pubblico adulto, con una ballata pianistica come But We Lost It, la pensosa malinconia acustica di Barbies o la classica You Get My Love, degna di un’artista senile ormai a fine carriera. Che fine ha fatto l’esuberanza di un tempo e l’istrionismo che la rese diversa da tutte le altre popstar per il tempo di qualche singolo?


Discografia

Can’t Take Me Home 2000 5
Missundaztood 2001 6,5
Try This 2003 5,5
I’m Not Dead 2006 5,5
Funhouse 2008 7
Greatest Hits…So Far!!! 2010 7
The Truth About Love 2012 6,5
Beautiful Trauma 2017 6
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