Richard Dawson – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Da Newcastle, Inghilterra, arriva una delle poche emanazione del Folk che sembra suonare ancora creativa negli anni ’10 del nuovo millennio, ed è firmata Richard Dawson. Per quanto le lodi sperticate di testate di spicco quali il Guardian abbiano condotto a paragoni persino con Captain Beefheart, l’approccio è in realtà più legato al free-form e al misticismo acustico, un ideale punto d’incontro fra il più devastato John Frusciante e il più trascendentale John Fahey.

Nell’opera di Dawson ritroviamo anche l’intimismo esasperato di Elliott Smith, ricordi del genio psichedelico di Syd Barrett. L’esordio Sings Songs And Plays Guitar (2007) anticipa Motherland (2008) ma è una partenza in sordina, con The Magic Bridge (2011) che inizia a delineare uno stile più personale, ben ancorato nella tradizione Folk ma aperto a lunghe divagazioni libere, graffianti urla e distorsioni minacciose, ideali trasposizioni di un’anima distrutta. Dolcissima e tragica, è una musica che non disdegna riferimenti alla musica sufi, secondo una grammatica di raccolto misticismo lo-fi. La traiettoria sperimentale è intrapresa con totale decisione su The Glass Trunk (2013), sette brani vocali alternati a 12 frammenti cacofonici. A Parents Address To His Firstborn Son On The Day Of His Birth è un Gospel che dialoga col Folk, con ampi momenti corali, ma gli altri episodi per sola voce esprimono un minimalismo estremo, non potendo peraltro fare tesoro di una vocalità tanto varia dell’autore. In Joe The Quilt-Maker si usano 12 minuti e mezzo per sussurri e rantoli e nella conclusiva The Ice-Breaker Baikal (quasi 12 min.) si rischia di scadere nell’autocompiacimento. Inoltre, i brani cacofonici sono semplici bozzetti assordanti per chitarra, che poco aggiungono ai maestri del Noise.

L’opera successiva è ancora più estrema: Nothing Important (2014) conta quatto sole composizioni, due delle quali oltre i 16 minuti. La chilometria title-track funge da ideale sintesi di uno stile mutante, schizofrenico e violentemente attratto dagli eccessi: è un colossale esempio di Folk creativo. The Vile Stuff è una danza propiziatoria, tribale, che sfocia in un mostruoso Blue cacofonico. Mentre Judas Iscariot segue il suo stile più canonico di rumoroso folk-singer, l’altro brano breve, Doubting Thomas, esplora le possibilità dei droni. Ostica e imponente, quest’opera si staglia nel panorama Folk del periodo per originalità e spirito sperimentale, peraltro facendo perno su strumentazione minimale. È un tragico affresco, una trenodia lugubre che devasta l’anima prima che i timpani. Si tratta di un raro caso di album Folk davvero capace di lasciare sotto shock l’ascoltatore impreparato.

Il successivo Peasant (2017) è molto più umano, sia perché più musicale e meno minimale, sia perché decisamente più vicino alla forma canzone. Adesso nel caos emotivo c’è un punto di riferimento melodico più marcato, che rende un brano come Ogre, col suo coro rassicurante, un rigoglioso esempio di Folk trascinante.

E di nuovo un coro salva Waver dall’astrazione cacofonica, verso lidi Psych-Folk lisergici. Sua maestà Robert Wyatt si affaccia in Prostitute, per quanto il brano è fragile nella sua poetica, ma poi un fischio assordante, un feedback ondulante, ci ricordano che siamo al cospetto di un folk-singer sempre difficile da etichettare e ingabbiare in paragoni.

La gioviale Shapeshifter, la sofferta Hob, la sognante Beggar e la lunga, avventurosa Masseuse (11 min.) sono tappe di un viaggio entusiasmante, fiabesco e pieno di chiaroscuri, infantile e tragico allo stesso tempo. L’opera è anche un grande esercizio narrativo, con i brani che sono narrati dai personaggi che danno il titolo, a voler ricostruire un mosaico di esperienze di vita.


Discografia

The Magic Bridge 2011 6,5
The Glass Trunk 2013 5,5
Nothing Important 2014 8
Peasant 2017 8

 

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