Tchornobog – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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La propensione alle fusioni più mostruose è una delle costanti dell’Heavy Metal estremo degli anni ’10, una delle traiettorie evolutive più convincenti. Germogliano così alcune emanazioni musicali mefitiche, che si disinteressano ai confini che artificialmente dividono Black Metal, Death Metal e Doom Metal, come gli statunitensi Tchornobog, nome oscuro di una band che vede impegnati i soli Markov Soroka (voce, chitarra e altri strumenti) e Magnús Skúlason (batteria e percussioni). Il temibile esordio Tchornobog consta di sole quattro composizioni per 64 minuti. L’apertura The Vomiting Tchornobog (Slithering Gods Of Cognitive Dissonance), il brano più esteso, sfora persino i 20 minuti: una mostruosa chimera Black/Thrash/Death con la voce proveniente dalle più profonde caverne infernali e mulinelli chitarristici a sostenere i bombardamenti ritmici. Spaziando dal fulmineo Black Metal al più colloso Funeral Doom Metal, già i primi otto minuti coprono un ventaglio molto ampio di possibilità dell’estremismo sonoro, oltre a sfoggiare una prova vocale spaventosa per potenza e duttilità. L’inquietante desolazione che segue è spazzata da un grido lugubre e un fendente ferale di chitarra, abbrivio di una lunga seconda sezione tensiva, esaurita idealmente al minuto 12, quando torna un mid-tempo stentoreo, screziato da lamenti di chitarra prima di una portentosa accelerazione fino ai limiti del Black Metal sinfonico più prossimo all’assordante. Il gigantesco colosso sonoro poi rallenta, caracolla e sembra quasi arrendersi prima del minuto 16, ritrovando energia in un Death Metal dai tratti industriali e sci-fi, poi virato al desolante e dissonante fino all’ultimo sussulto (18:29), rabbiosa sfuriata finale prima della coda atmosferica ultraterrena, con rumori bestiali e ottoni post-apocalittici. Ideale sintesi di Sulphur Aeon, Deathspell OmegaEsoteric, Blood Incantation e The Great Old Ones, questa composizione mastodontica racchiude in sé molte delle più recenti evoluzioni in termini di estremismo metallico visionario.

Hallucinatory Black Breath Of Possession (12 min.) è relativamente più immediata, una slam-dance devastante in apertura che spaventa soprattutto quando diventa tanto intensa da risultare allucinata: una nube sonora che pare muoversi convulsa, e che ritorna a “scorrere” solo quando la velocità e l’arrangiamento si diradano. È una delle più spaventose descrizioni dell’incubo che la musica abbia mai proposto, un caos multidimensionale e fuori dal tempo, dove l’ascoltatore rimane disorientato e annichilito. Dopo 4 minuti un catastrofico rallentamento conduce a un corazzato ritmo Death Metal ornato da una chitarra galattica e un pianoforte (!) che al decimo minuto raddoppia di velocità, scivola in un gorgo psichedelico e porta alla coda, una grandinata ritmica degna dei Cattle Decapitation.

Non-existence’s Warmth (Infinite Natality Psychosis) (14 min.) è l’unica occasione per far rimarginare i timpani, la composizione che meglio rivela l’anima atmosferica dell’opera. Un oscuro rito tribale e una triste melodia di chitarra accompagnano il sospiro di un essere mostruoso. Rimasti i soli strumenti e dei lontanissimi fischi, una litania per un deserto alieno, vagamente jazzata, rintocca ipnotica, arricchita da una tromba. Solo dopo cinque minuti la mostruosa voce torna a lamentarsi, il ritmo tribale raddoppia di intensità e velocità, le chitarre spargono distorsioni tutt’intorno per preparare il sofferente, melodico strazio emotivo che segue, un’epica trenodia addolcita dagli archi (!). Dopo 8 minuti questa fragilità emotiva è risucchiata da un bad-trip mortifero, come se un buco nero risucchiasse l’intero brano e lo risputasse fuori poco dopo, per concludere il rito di trapasso al decimo minuto. La coda è una sonata per pianoforte, tromba e una solenne chitarra degna degli Earth.

Il quarto capitolo di questo viaggio nel più oscuro degli anfratti della mente è Here, At The Disposition of Time (Inverting A Solar Giant) (18 min.), in linea con il frullato di estremismi già protagonista dei primi due brani. Il fuoco di sbarramento iniziale è solo una preparazione per l’inno disegnato dalle chitarre distorte poco dopo, un pianto psichedelico che si staglia sulla mattanza generale. Dopo 5 minuti figure angolari di chitarra propellono un frangente ben più furioso, con scariche di Grindcore. Dopo il settimo minuto si spalanca il baratro su un Doom funebre, ridotto poi a mero drone. Una marcia militare risolleva dal semi-silenzio e la carica di un esercito di chissà quale altro mondo si muove a ritmo di ipnotiche percussioni e una tagliente chitarra, poi la voce si aggiunge devastante e proprio prima del finale, al solito devastante aumento vertiginoso di potenza e velocità, arriva un attacco frontale, come se ci si trovasse nel pieno della battaglia. Sfuma lentamente sull’orizzonte alieno questa grandiosa epopea sonora.

Con quattro colossali composizioni estese, tutte altamente creative, complesse, stratificate e arricchite di dettagli sperimentali, Tchornobog si configura come una magistrale sintesi di estremismo progressivo.


Discografia

❤ Tchornobog 2017 9

 

 

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