Johnny Cash – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist (1965-1979)

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La prima parte della biografia

La vicinanza con Bob Dylan si concretizza in tre brani del signor Zimmerman su Orange Blossom Special (1965), con una menzione speciale per il duetto con June Carter in It Ain’t Me Babe: è proprio la Carter a rappresentare la salvezza per Cash, che a metà decennio è ridotto a un fantasma in preda alle droghe. Dylan gli regala anche Mama You Been On My Mind, all’epoca un inedito. La voce scura, calda, avvolgente di Cash è esaltata dalla produzione.

Il momento è propizio per un nuovo album a tema, il più ambizioso finora: Sings The Ballads Of The True West (1965), un doppio da 64 minuti che raccoglie brani a riguardo del vecchio West. È un nuovo tentativo di raccontare la tradizione musicale americana da parte di Cash, secondo una struttura che alterna narrazioni a brani cantati. Dopo il concept album più importante e impegnato, arriva il leggerissimo Everybody Loves A Nut (1966), come l’uomo in nero si presta a canzoni frizzanti e scherzose, filastrocche gioiose che fanno scoprire un lato inedito del suo carattere. Questa curiosità per appassionati contiene in Joe Bean persino una citazione di Tanti Auguri A Te. Poco più impegnato è Happiness Is You (1966), che contiene una nuova e forse “definitiva” versione di Guess Things Happen That Way di Jack Clement. Proprio quando la vena artistica sembra più arida che mai, Carryin’ On With Johnny Cash And June Carter (1967) lancia un segnale importante: June Carter, che diviene la sua seconda sposa nel 1968, è al suo fianco e questo lo aiuterà a risollevarsi.

L’amore, come nelle più banali delle narrazioni, si rivela più forte della droga, della disperazione e dello stile di vita più dissoluto. E anche musicalmente, è la Carter a fare la differenza con il suo squillante ruggito in  Long Legged Guitar Pickin’ Man e What’d I Say, mentre i numeri meno Rock’n’Roll scivolano spesso verso un mellifluo sentimentalismo. Non è però From Sea To Shining Sea (1968), un concept album sugli Stati Uniti, a segnare la rinascita. È comunque il primo album dove compare come autore di tutti i brani, anche se in tale veste il risultato appare fin troppo modesto: un simile tema avrebbe meritato un formato, brani e musiche ben più ambiziose e creative, mentre nel contesto di fine decennio la musica di Cash suona obsoleta.

La seconda possibilità arriva con la concretizzazione di un’idea che Cash coltiva dall’inizio della carriera. L’uomo in nero ha sempre avuto un debole per i concerti nelle prigioni, partendo dal primo e soddisfacente tentativo nel 1957 alla  Huntsville State Prison. Un avvicendamento ai piani alti della Columbia apre una nuova possibilità per mettere su disco queste performance. Cash, ripulitosi dagli eccessi, vanta una forma che sembrava ormai destinata a rimanere solo sui libri di storia, e la location è quanto di più perfetto si potesse trovare: la Folsom Prison a cui ha dedicato uno dei suoi classici più acclamati. Da anni i carcerati reclamano Cash nel penitenziario e nel 1968 At Folsom Prison consegna alla storia la leggendaria esibizione del cantante davanti a un pubblico esaltato e adorante. L’impegno sociale, la tradizione americana e i temi tipici della musica Country confluiscono così, magicamente, in uno dei live album più importanti del periodo, un bestseller che riabilita anche Cash fra le superstar. Dall’apertura, tanto scontata quanto da antologia, con Folsom Prison Blues, in poi, è una raccolta di canzoni che parlano di dolore, peccati, sofferenza e speranza. Inavvertitamente, Cash scrive un concept album travestito da documento live e guadagna tanto credito da assicurarsi, da lì a poco, un proprio show televisivo: ha toccato il fondo ed è tornato sulla vetta.

È il momento ideale per sommergere il mercato di nuove pubblicazioni, ovviamente: Old Golden Throat (1968) contiene nove brani già pubblicati; Heart Of Cash (1968) è venduto tramite televendita e raccoglie molti dei successi della carriera; The Holy Land (1969) torna al Gospel, raccontando la visita nella Terra Santa con brani religiosi e lunghe, tedianti descrizioni turistiche in cui Cash racconta cosa va visitando. Quando cerca di replicare il live album in prigione con At San Quentin (1969) l’effetto è di una minestra riscaldata, costruita sul successo clamoroso dell’esibizione precedente e nobilitata da una grinta che il cantautore non dimostrerà mai più di avere.

Dopo More Of Old Golden Throat (1969), che raccoglie b-sides, arriva Hello, I’m Johnny Cash (1970), uno dei pochi album dell’intera discografia che raccoglie in sé l’anima poliedrica di Cash, capace di fare sua la tradizione Country, Gospel e Rock’n’Roll. Certo sono questi album che suonano timidi, creativamente, rispetto a quanto sta avvenendo nella musica popolare statunitense nel periodo. The World Of Johnny Cash (1970) raccoglie brani già editi e qualche ripescaggio, escludendo le hit più celebrate mentre The Johnny Cash Show (1970) fotografa il suo lato più accorato e sentimentale, oltre a presentare Sunday Mornin’ Comin’ Down, prima collaborazione con Kris Kristofferson. Due lunghi medley dominano l’opera e rispolverano l’idea di un canzoniere americano, fatto in questo caso di viaggi, avventure, treni e malinconia. Arrivano a inizio decennio due colonne sonore: I Walk The Line (1970), che contiene Flesh And Blood, un nuovo successo;  Little Fauss And Big Halsy (1970), solo in parte a suo nome. Man In Black (1971) contiene l’inno del titolo, uno dei suoi classici, e Singin’ In Vietnam Talkin’ Blues, una delle sue canzoni più impegnate.

Dopo le compilation Greatest Hits, Vol. 2 (1971) e Sunday Morning Coming Down (1972) si giunge a A Thing Called Love (1972), di cui si ricorda la title-track, e al nuovo concept-album dedicato alla propria gloriosa nazione,  America: A 200-Year Salute in Story And Song (1972), che cerca di riassumere due secoli di storia in 33 minuti scarsi: com’è già successo in passato, l’ambizioso progetto sembra decisamente inadatto alla forma scelta, una breve raccolta di brani intervallata da altrettanto brevi narrazioni. L’effimero The Johnny Cash Family Christmas (1972) diluisce i brani tradizionali con narrazioni che continuano a spuntare qua e là negli album. Il motivo per cui non vengano per sempre accantonate rimane un grande mistero per chi vi scrive. Dopo la raccolta doppia International Superstar (1972), che riesce a scansare molti dei suoi classici, si ritorna ai live in prigione con På Österåker (1973), nobilitato solo nella seconda edizione, del 2007: l’opera originale si sbilancia tutta sul materiale recente. Any Old Wind That Blows (1973) contiene soprattutto l’inno della working class Oney mentre The Gospel Road (1973) contiene 76 brani tratti dall’omonimo film sulla vita di Gesù, con buona parte del minutaggio occupato da Cash che descrive cosa avviene nelle varie scene. Johnny Cash And His Woman (1973) contiene zuccherosi duetti con June Carter, Ragged Old Flag (1974) affronta temi sociali e politici, The Junkie And The Juicehead Minus Me (1974) è il pretesto per presentare brani di Rosanne Cash e Carlene Carter, figlie d’arte, capaci di portare un po’ di aria fresca in uno stile ormai totalmente prevedibile. Five Feet High And Rising (1974) è l’ennesima compilation di brani editi, peraltro molti dei quali minori.

Fra i vari “filoni” del concept-album americano, il lavoro Gospel, la strenna natalizia, la compilation con inediti, i live in prigione e i duetti con la moglie la discografia di Cash si affolla ogni anno di nuove, trascurabili, pubblicazioni. Quel che c’è di buono della sua produzione è diluito, disperso, riproposto anche in un’epoca in cui la musica popolare regala opere di grandiosa ambizione, estrema creatività e sensazionale innovazione. Arrivato intorno al mezzo centinaio di pubblicazioni ufficiali (ma la conta vede dissentire varie fonti, tanto è vasta e dispersiva la produzione), Cash sembra aver perduto completamente ogni capacità di produrre opere di spessore. Interpreta e reinterpreta se stesso, allunga i vari “filoni” della sua discografia e colleziona qualche timido successo, sempre più sporadico all’altezza di metà anni 70.

The Johnny Cash Children’s Album (1975) raccoglie filastrocche per bambini, Sings Precious Memories (1975) altri inni Gospel, John R. Cash (1975) brani di altri (compresa The Night They Drove Old Dixie Down e Cocaine Carolina) ma con musicisti inediti per Cash, salvo tornare con i compagni di sempre in Look At Them Beans (1975): un poker di album di un artista alla disperata ricerca di una identità adatta al nuovo contesto musicale, fra timide spinte verso il rinnovamento e ritorni tranquillizzanti alla tradizione. Nel 1976 si aggiungono: un live con diverse chiacchierate fra le canzoni (Strawberry Cake) e un concept ricercato sulla working class come One Piece At A Time. L’anno successivo arrivano un misto di atmosfere western e Folk in The Last Gunfighter Ballad e un concept album sul viaggio come The Rambler, dove le canzoni sono inframezzate da dialoghi registrati con autostoppisti accolti da Cash durante la sua escursione automobilistica in piena tradizione americana. I successivi I Would Like to See You Again (1978), Gone Girl (1978), le raccolte per completisti The Unissued Johnny CashJohnny & June e Tall Man (i primi due del 1978 e il terzo del 1979, con dei rari casi di Country in tedesco per cavalcare il successo internazionale) ed ancora Silver (1979) e il nuovo doppio Gospel di A Believer Sings the Truth (1979) chiudono un decennio disastroso, dove la produzione torrenziale non corrisponde all’ispirazione latitante.

Il giudizio molto tiepido sulla produzione degli anni 70 è condiviso. Come riportato da Acclaimed Music, un sito che raccoglie con metodi statistici gli album che ricevono i voti più alti dalla critica internazionale, nessuno dei 7 album di Cash inclusi nell’esclusiva lista dei “Top 3000” è stato pubblicato nel decennio in esame (e tantomeno negli anni 80). Anche i voti assegnati dagli utenti su Rate Your Music suggeriscono una flessione importante nel decennio, proseguita anche in quello successivo. D’altronde il ritmo di pubblicazione è assolutamente insostenibile: non esiste artista al mondo che possa produrre 4-5 nuovi lavori l’anno senza vedere precipitare inesorabilmente la qualità media.


Discografia (1965 – 1979)

Orange Blossom Special 1965 6
Sings The Ballads Of The True West 1965 6,5
Everybody Loves A Nut 1966 5
Happiness Is You 1966 5
Carryin’ On With Johnny Cash And June Carter 1967 5,5
From Sea To Shining Sea 1968 5
At Folsom Prison 1968 8
Old Golden Throat 1968 5
Heart Of Cash 1968 7
The Holy Land 1969 <5
At San Quentin 1969 7
More Of Old Golden Throat 1969 <5
Hello, I’m Johnny Cash 1970 6
The World Of Johnny Cash 1970 5
The Johnny Cash Show 1970 6,5
I Walk The Line 1970 5
Little Fauss And Big Halsy 1970 <5
Man In Black 1971 5,5
Greatest Hits, Vol. 2 1971 6
Sunday Morning Coming Down 1972 6
A Thing Called Love 1972 5
America: A 200-Year Salute in Story And Song 1972 5
The Johnny Cash Family Christmas 1972 <5
International Superstar 1972 5
På Österåker 1973 5
Any Old Wind That Blows 1973 5
The Gospel Road 1973 <5
Johnny Cash And His Woman 1973 5
Ragged Old Flag 1974 5
The Junkie And The Juicehead Minus Me 1974 5,5
Five Feet High And Rising 1974 5
The Johnny Cash Children’s Album 1975 5
Sings Precious Memories 1975 5
John R. Cash 1975 5
Look At Them Beans 1975 5
Strawberry Cake 1976 5
One Piece At A Time 1976 6
The Last Gunfighter Ballad 1976 5,5
The Rambler 1976 5
I Would Like to See You Again 1978 5
Gone Girl 1978 5
Unissued Johnny Cash 1978 5,5
Johnny & June 1978 5
Tall Man 1979 5
Silver 1979 5
A Believer Sings The Truth 1979 5
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