Fugazi – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Gli eredi dei Clash sono i Fugazi, una band che ha applicato gli insegnamenti di Joe Strummer e soci al contesto dell’Hardcore Punk. L’idea stessa che si potesse urlare gli slogan dal palco ed effettivamente coinvolgere, condizionare e ispirare il proprio pubblico è un concetto che la band riprende dagli autori di London Calling. La passione per Funk, Reggae e Dub è un altro degli elementi che accomunano le due formazioni. Ma se i Fugazi possono essere considerati una delle formazioni fondamentali degli anni ’90 e una delle più influenti della propria generazione, questo è dovuto al modo in cui i concetti che furono dei Clash sono stati riletti in un nuovo contesto musicale, quello del Post-Hardcore.

I Fugazi nascono non i  contemporanea al movimento Hardcore, ma come una delle sue ultime propaggini, tanto che dopo di loro suonare Hardcore sembrerà quasi sempre obsoleto. Il cantante e chitarrista Ian MacKaye ha virtualmente coperto l’intero percorso dalle origini dell’Hardcore, grazie all’esperienza nei fondamentali Minor Threat, fino alle sue forme più evolute, sperimentate appunto nei Fugazi. Ad ffiancarlo, con un’altra chitarra e spesso anche lui dietro al microfono, Guy Picciotto, già attivo nei Rites Of Spring, una delle formazioni più importanti della prima scena Emo. Questa coppia di chitarristi rappresenta l’anima creativa della formazione, il fulcro che porta avanti i brani: una sorta di binomio protagonista-antagonista, uno scontro sonoro che vede Picciotto occupare le frequenze più alte e McKaye quelle più basse; il primo è tagliente quando il secondo è fragoroso.

L’altra metà della formazione è la coppia Joe Lally (un basso influenzato da Dub e Reggae) e Brendan Canty (una batteria incentrata sul groove, con spunti Funk). Sono l’ideale contrappeso alla coppia protagonista-antagonista di cui sopra, i binari che permettono ai brani di procedere senza disperdere le energie.

Questo quartetto utilizza l’Hardcore Punk come un pretesto per brani altamente creativi, che ne forzano i canoni stilistici mantenendosi in equilibrio, miracolosamente, fra slogan e sperimentazione, fra immediatezza e innovazione. La tensione è forse il vero cardine di tutto: quella fra i due chitarristi anarchici e la sezione ritmica geometrica; quella fra gli slogan da urlare in coro e gli spunti filosofici; quella fra strutture entusiasmantemente fisiche e composizioni magneticamente attratte dal sovvertimento delle regole conosciute. Molti dei brani migliori della band sono una sfida fra due opposti, uno scontro musicale e persino estetico fra scelte alternative. In quest’energia pulsante risiede ancora tutto il fuoco dell’Hardcore Punk, ma proprio questa battaglia di vividi contrasti porta a qualcosa che Hardcore Punk non è più, e che poco fantasiosamente viene etichettato come Post-Core.

L’Ep d’esordio Fugazi (1988) è già tutto orientato a superare l’Hardcore. Waiting Room (con il leggendario stop al secondo 22) già mostra la dinamica fra una sezione ritmica geometrica, compatta e chirurgica e le esplosioni delle chitarre, improvvise impennate emotive che lasciano spiazzati. Il clima di tensione si estende a Bulldog Front, piega verso l’orecchiabile in Bad Mouth e s’ammanta di Noise-Rock in Burning, prima di tante manifestazioni sperimentali della band. Give Me The Cure monta la tensione in modo magistrale, chiudendo in un baccano assordante imbrigliato in slogan urlati a squarciagola. Suggestion è il primo, vero, omaggio alla Giamaica della band. Il finale con Glue Man unisce Sonic Youth e Hardcore Punk, usando effetti psichedelici come collante. Sono 23 minuti di Hardcore come non s’era mai sentito prima, un amalgama di energia che strattona la tradizione in varie direzioni.

Il successivo Ep, Margin Walker (1989), è un’altra rilettura fantasiosa della tradizione (Margin Walker), con esplosioni improvvise (And The Same) ma anche qualche brano meno innovativo (Provisional, Bruning Too). I due Ep delle origini sono raccolti in 13 Songs (1989). Un terzo Ep, 3 Songs (1990), completa l’ideale periodo formativo: prima i due cantanti/chitarristi si alternavano e raramente interagivano con l’intensità che si ascolta in Song 1, dove la sezione ritmica dissemina pause di tensione e la struttura del brano è ormai completamente stravolta; Joe 1 ha un pianoforte (!) ed esclude il cantato; Break-In è il brano più Hardcore, un feroce attacco di 92 secondi.

I tempi sono maturi per un album, Repeater (1990). Avendo modificato il proprio approccio alla composizione, con i brani che nascono da jam collettive, le nuove composizioni sono più imprevedibili che mai e l’apporto dei due chitarristi/cantanti dona a molti brani due anime, che lottano intestinamente alla composizione o gioiosamente si alternano. L’opera è un susseguirsi di creative declinazioni del Post-Core: Turnover apre spettrale e poi dopo due minuti cambia pelle, fino all’esplosione finale fra Sonic Youth e Hardcore Punk; Repeater è una musica caraibica fusa al Noise-Rock, con l’abbozzo di una melodia Pop a contrasto con le spigolose trovate ritmiche e gli assalti chitarristici; Brendan 1, strumentale, permette di esaltare il gioco di contrasti fra ritmi e chitarre che propelle molti dei loro brani;  uno dei massimi manifesti contro la commercializzazione dell’industria musicale, Merchandise, si ricorda per frasi come “You are not what you own” e il distico dell’indipendenza “We owe you nothing/ You have no control“; Greed, forse l’apice di un album eccezionale, l’energia Hardcore Punk incanalata nei giochi ritmi, con l’esplosione trattenuta fino a pochi secondi dalla fine, 107 secondi di spettacolare strategia della tensione; Styrofoam evidenzia, più che altrove, quanto i due chitarristi abbiano ampliato enormemente la propria tavolozza sonora, e inseriscano tale creative soluzioni in convulsi brani urlati. C’è spazio anche per una fragorosa ballata, Shut The Door, un dramma di chitarre distorte e pause thriller, che fa filtrare un’emotività che attraversa più sotterraneamente l’intera opera.

Accolto con poco interesse dal pubblico, Repeater diventa nel tempo un best-seller del mondo indipendente, raggiungendo numeri da capogiro per un prodotto pubblicizzato in modo minimale da una formazione fortemente schierata contro l’industria musicale: sono state superate le 2 milioni di copie. Molte di queste copie sono vendute durante i lunghissimi tour della band, che diventa nel tempo anche un modello per il Rock che voglia stare lontano dalle radio, il gossip e lo star-system.

Seguendo posizioni sempre più critiche nei confronti dell’industria musicale, la band autoproduce Steady Diet Of Nothing (1991), il loro album più politicizzato e arrabbiato. La fluidità dei brani è minata da fratture vivide e sofferte, che spezzano le composizioni facendole somigliare spesso a spasmi nervosi dove Hardcore e Noise-Rock si scontrano (Exit Only, Stacks, il baccanale Noise-Rock di Steady Diet, Polish, Dear Justice Letter). Il sound dominante è più severo, scuro e violento che nell’esordio, con la sola Kyeo a ricordare le danze scatenate ed esplosive che furono. Quando rallentano in un Dub per una chitarra ronzante con Reclamation i Fugazi ricordano al mondo che oltre che dei profeti del do-it-yourself sono anche degli sperimentatori. C’è spazio per un brano dove dominano basso e batteria, Long Division, un tentativo di aprire una strada intimista.

Sono questi anni di cambiamento per la band, che inizia con In On The Kill Taker (1993) a godere anche di un timido successo di pubblico, comunque notevole vista la politica di promozione minimale. La produzione è affidata inizialmente a Steve Albini ma non soddisfa la band, che rifiuta il prodotto finale e collabora con Don Zientara e Ted Niceley per risolvere i propri dubbi. Dopo il suo violento predecessore, si recupera la fantasia incontenibile dell’esordio. È un concentrato di Post-Hardcore fantasioso, dalla grande intensità e dalla concitata creatività. L’inizio è bruciante, con due brani dinamitardi: il capolavoro Facet Squared singhiozza sui feedback ed apre a un Punk cubista degno dei Pere Ubu, prima di diventare un urlatissimo Hardcore sommerso dalle distorsioni e rasserenarsi solo nel finale, in un urlatissimo ritornello; Public Witness Program fa perno sulla formidabile sezione ritmica, ma nella scorribanda scopre un battere di mani deliziosamente coinvolgente. La “ballata” Returning The Screw ammicca ai lamentosi crescendo Post-Rock, ma è solo una pausa prima di un altro uno-due da knock-out: Smallpox Champion, un concitato incrocio di Noise-Rock e Hardcore, e soprattutto Rend It, un altro dei capolavori della carriera, con momenti di tensione lasciati alla sola voce o una malinconica chitarra e cariche dinamitarde che esplodono fino all’urlo disperato del finale. Spezza l’opera 23 Beats Off, insolitamente lunga nei suoi quasi 7 minuti e inedita nel suo lento, minaccioso, distorto incedere degno dei più cacofonici Sonic Youth. La band è capace tanto di piegare l’Hardcore alla propria fantasia, come dimostra in Cassavates, che di proporne una versione devastante e dissonante come Great Cop. In chiusura spazio per due tentativi di ballata: Instrument, un lento e distorto dondolare, una stravagante ballata Hardcore; Last Chance For A Slow Dance, un’anemica litania con impennate emotive.

La lunga transizione verso l’emancipazione dal leggendario esordio Repeater arriva solo con Red Medicine (1995), forse l’apice dell’intera carriera. Quasi ogni brano si concede ampie divagazioni dal canovaccio di forbito Hardcore del passato, secondo un approccio intellettuale da Art-Rock e da band sperimentale. Per esempio Do You Like Me, in apertura, potrebbe venire dall’esordio se non fosse introdotta da di chitarre Noise. Bed For Scraping infila un assolo Rock’n’Roll in una slam-dance Hardcore, generando un concentrato di violenza atipico. Lo strumentale Version, con tanto di clarinetto, usa persino bave psichedeliche di chitarre che imitano sintetizzatori su un pow-wow minaccioso: non è rimasto nulla dell’Hardcore e neanche della tradizione Rock.

Altri brani puntano su sviluppi lugubri e inquietanti, come la tormentata Latest Disgrace con le sue ubriache strutture fra Blues e Noise-Rock o il dramma emotivo di Forensic Scense con la chitarra a imitare un mandolino, in parte assimilabile alla tragica, funebre, desolante litania di Fell Destroyed, la ricerca timbrica più azzardata, con la seconda voce a inseguire sullo sfondo e le ormai celebri fratture ritmiche. I Fugazi rileggono gli Slint e Big Black con By You

Si arriva anche al delirio creativo fra Zappa e John Zorn di Birthday Pony, apertura per risate clownesche e poi un incoerente sviluppo di filastrocche infantili ed esplosioni assordanti. Quando tornano a modelli già rodati, lo fanno con la perfezione formale di Combination Lock, strumentale imperniato sulla sensazionale sezione ritmica e capace di frullare il Funk e il Rock iniettandolo di scorie Noise-Rock. In chiusura uno dei loro capolavori, Long Distance Runner: un Dub-Rock desolante con voce filtrata, fendenti assordanti e cantato inconsolabile, secondo uno stile multistilistico che poi diverrà caro a band come i System Of A Down.

Red Medicine è l’album che reinventa i Fugazi come sofisticata band senza una chiara appartenenza stilistica, una fucina di idee Rock che ha pochi paragoni in tutto il decennio. Se Repeater è stato il loro album più influente e venerato, Red Medicine è il vertice di una ricerca estetica portata avanti con ammirevole continuità.

Le rielaborazioni sofisticate sui modelli Rock toccano nuovi vertici di sontuosità in End Hits (1998), un album maniacalmente infarcito di dettagli e suonato da una band di professionisti dello studio di registrazione. Dell’energia epidermica di un tempo non è rimasto nulla nell’iniziale Break, con arrangiamenti vocali da Beach Boys in un balletto caraibico ornato di chitarre elettriche. È come ascoltare Repeater in una versione molto più studiata, con qualcosa delle sperimentazioni di Red Medicine, come la riverberata e distorta No Surprise e soprattutto altri tentativi di brani lontani dall’Hardcore, come il Dub-Rock di Closed Captioned. Purtroppo la traccia più estesa, Floating Boy, sembra essere una novità nell’intera discografia: è priva di idee che ne giustifichino la lunghezza (e Pink Frosty è similmente povera di trovate creative). Per la prima volta la band sembra passare dallo scalpello al cesello, rivedendo il proprio stile solo nei dettagli.

Dopo la colonna sonora fatta di rarità e demo Instrument Soundtrack (1999), corredo ideale del documentario a loro dedicato da Jem Cohen, la band pubblica l’ultimo album della carriera, The Argument (2001). Tutt’altro che un mero canto del cigno, è un album che conclude l’allontanamento dal suono rabbioso degli esordi, verso una forma di Rock sempre più sofisticata, che predilige i giochi delle due chitarre (Cashout, Epic Problem, Life And Limb) ed evita volentieri di alzare la voce (The Kill, Argument). Un sound riflessivo, malinconico ed emotivo, che è distante anni luce da quello di Repeater. Come fu per i Minor Threat, un tale cambiamento è meritorio di chiudere l’intera carriera: il percorso evolutivo costante della formazione ha reso quasi impossibile definire uno stile che sia ormai identitario per la band, grazie a una discografia di soli cambiamenti.


Discografia

Fugazi 1988 8
Margin Walker 1989 7
13 Songs 1989 7,5
3 Songs 1989 7
❤ Repeater 1990 9
Steady Diet Of Nothing 1991 7,5
In On The Kill Taker 1993 8
❤ Red Medicine 1995 9
End Hits 1998 7
Instrument Soundtrack 1999 6
Argument 2001 7

 

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