L’Orrore Del Lutto: “Girl In Amber” di Nick Cave And The Bad Seeds

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One More Time With Feeling è il titolo di un documentario del 2016 dove Nick Cave affronta la tragica morte di suo figlio, appena 15 anni spezzati da una caduta da un dirupo in Inghilterra. Le registrazioni dell’album che Nick ha in progetto da mesi si sono quasi concluse, ma l’evento è talmente devastante da portare a delle modifiche in corso d’opera, per rispecchiare un nuovo, devastato stato emotivo.

Nel documentario, oltre ad ascoltare per intero la nuova opera, Skeleton Tree, si può vedere sul volto scavato dell’artista una narrazione efficace del dolore più profondo. Il tempo si è infranto, e non è possibile sfuggire dall’abisso che risucchia tutta la vita di Nick Cave, prosciugato di ogni linfa vitale. Pur allontanandosi faticosamente dal gorgo, una forza ineluttabile rende vano ogni sforzo: in uno dei passaggi fondamentali del documentario si usa l’immagine di un “elastico”, che si tende sempre più quanto più si prova ad allontanarsi dal dolore ed inevitabilmente riconduce, alla prima debolezza, al punto di partenza.

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L’esperienza del lutto è, d’altronde, totalizzante. Ha un effetto distruttivo sul corpo, che viene drenato di ogni energia: vivere ancora è un tradimento, un’amara ironia che allontana dalla persona perduta. La mente, poi: come si può concepire davvero la morte? L’esperienza ravvicinata con l’ultimo limite di tutto, e dove tutto si infrange inesorabilmente?

Parlarne è più futile che parlare d’amore. Ma Nick Cave è un cantante, e con i Bad Seeds suona dal lontano 1984. I pezzi sono già scritti, quasi ultimati, e di canzoni sulla morte e sul dolore ne ha scritte più di tutti gli altri colleghi cantautori americani. E non ha solo le parole, Nick Cave, ma la musica: l’arte invisibile è forse più congeniale a descrivere l’indescrivibile.

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Un pianoforte lentissimo è la prima vibrazione che sentiamo, ma è come se suonasse da molto prima che a noi fosse concesso di ascoltarlo. La voce è un sussurro pietoso, che faticosamente sopravvive alla fine di ogni parola. Intrappolata nel tempo c’è una ragazza nell’ambra, immobile. Come un insetto, non dimostra nessun segno di corruzione sul corpo: la sua pelle non marcisce, la bocca non ha un ghigno funebre e l’olezzo della putrefazione non attraversa il suo guscio fra l’arancio e il giallo. La ragazza nell’ambra è quasi viva e quasi morta, ma essendo fuori dal tempo rimane sul confine. Ed è l’esperienza di quel confine così labile fra vita e morte che è parte della terribile esperienza del lutto.

Il presente esiste solo come negativo di quello che c’era. E la transizione fra il doloroso ricordo di vicinanza e il doloroso presente d’assenza è tragica nella sua banalità: ancora c’è un segnale di vita da un telefono (“The phone, the phone, the phone it rings, it rings“) ma subito dopo si rivela un macabro, ulteriore dettaglio funebre (“It rings no more“). Da qua, da un singolo dettaglio triviale come lo squillare di un telefono, improvvisamente l’inquadratura si allarga all’intera carriera della band: un disco che gira e rigira (“The song, the song, the song it spins since nineteen eighty-four“) nonostante quanto avvenuto. Il tempo scorre ancora, ma in cerchio: i solchi sono tracciati e saranno ripercorsi all’infinito. Il dolore e la morte che sono da sempre al centro delle canzoni di Nick Cave torneranno ancora, il vinile continua ad essere consumato lentamente dalla puntina.

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Ma servirebbe una pausa, perché l’anima infranta e il fisico spezzato non possono continuare a girare su questa tragica giostra, che per l’artista corrisponde poi alla carriera musicale. Uno spazio proprio e privato per liberare il dolore arriva come una concessione, lasciarsi sanguinare per ridurre la pressione della ferita come disperato tentativo di un sollievo (“And if you want to bleed, just bleed“). Ma non basta, è una consolazione fin troppo magra, e bisogna continuare a percorrere il solco ed affrontare un nuovo giro.

Facile arrivare a pensare alla propria morte, come unica via d’uscita. Il corpo e la mente così fragili, basterebbe smettere di respirare (“And if you want to bleed, don’t breathe“), anche solo per uscire dalle grinfie del tempo. Ma vita e morte sono, come abbiamo visto, facili da confonde: l’una compenetra l’altra, in una simbiosi angosciante. Così quel “non respirare” (“Don’t breathe“) si rivela un “non dire una parola” (al “Don’t breathe” si aggiunge dopo una breve pausa “A word“).

La seconda strofa, infine, svela più da vicino il lutto. Nick Cave la canta con il cuore in gola, con l’infinita dolcezza di una persona devastata dalla propria sofferenza. Ritorna l’idea di un tempo circolare, dal quale sarebbe un sollievo poter fuggire per un attimo (“Just step away and let the world spin“), rivelando peraltro l’identità fra la carriera musicale (il disco) e la realtà in senso più ampio (il mondo). Ma la morte del figlio avrebbe dovuto paralizzare tutto (“I knew the world it would stop spinning now since you’ve been gone“), nella soggettiva di una persona a pezzi: ogni cosa intorno avrebbe dovuto smettere di respirare, di esistere. Queste convinzioni ora non hanno più peso, perché solo il dolore può avere posto (“I used to think that when you died you kind of wandered the world/ In a slumber till you crumbled, were absorbed into the earth/ Well, I don’t think that any more“).

La musica continua a suonare, il mondo che si vorrebbe fermo in realtà prosegue la sua corsa inesorabile. L’unico vero controllo è sule nostre stesse azioni. Così gli ultimi versi rovesciano le prime immagini: si ferma il disco (“The song, the song it spins, the song, it spins, it spins no more“) e può tornare ad esserci un segno di vita (“The phone, it rings, it rings“). È un ultimo gesto disperato, un tentativo sovrumano di sacrificare se stessi, e nel caso dell’artista la propria stessa arte, in cambio di un simbolico segno di vita. Un gesto tanto estremo quanto effimero, visto che subito si rivela inutile (“And you won’t stay“). Uno strumento urla, come se la canzone si rompesse, ferita anche lei, sanguinante. eErimane solo una preghiera, ripetuta come un mantra: “Don’t touch me… Don’t touch me… Don’t touch me… Don’t touch me“.

 

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