Le Macerie Dell’Anima: Le Luci Della Centrale Elettrica e “Piromani”

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È il 2007 e ho 18 anni. Vivo la mia prima, tormentata storia d’amore, che finisce nel 2008, con strascichi emotivi proseguiti per mesi. Fra le cose imparate, la più importante e dolorosa: l’amore finisce e non torna, come la Senna che scorre sotto il ponte Mirabeau.

Mi ritrovo senza più alcuna forza di costruire, un impero di macerie su cui attecchisce solo una disperazione sterile, una frigida rabbia. Scrivo già su un blog, molto personale e lamentoso, i dolori di un giovane Werther senza talento che si autocommisera e sfoggia un lessico ripetitivo. Riscrivo sempre la stessa poesia. Sono ossessionato dal tempo che passa e dalla speranza, guardo al futuro con terrore e al presente con frustrazione. Salgo in corsa su un progetto musicale, per avere un palco sopra al quale urlare un nichilismo melodrammatico, mentre la mia vita mi sembra un tessuto che si squarcia, uno specchio che si frantuma e nei cui frammenti non voglio riconoscermi.

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Guardo la città dove vivo con gli occhi selettivi di chi sta leccando il fondo della vita, pur di levarsi dalla bocca il sapore di merda. Il tempo si è rotto, e niente sembra scorrere secondo una logica potabile per la mia mente spezzata. Spremo la vita come posso, raccogliendo pochi grammi di sorrisi in bottiglie di cinismo e sarcasmo. Gioco con le parole, strattono gli stereotipi e provoco solo per sentire il brivido di sorpassare qualche limite. Odio. Familiari e amici, ma soprattutto me stesso e le scelte che mi hanno portato a visitare questo seminterrato dell’esistenza che sono i miei 18 anni. Darei fuoco a tutto, solo per vederlo bruciare e gioire di una luce abbagliante in questo oceano di buio profondo. Leggerò poi Asimov: “In presenza dell’oscurità totale la mente trova assolutamente necessario creare la luce“.

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La vita mi torna su come quando cerco di infilare nel corpo più magro che abbia mai avuto l’ennesimo vodka lemon. A pezzi. Incoerente. Frasi che ci siamo detti, promesse che non abbiamo mantenuto e spezzoni di dialoghi che si sono svolti solo nel teatro della mia testa. Confondo quello che è stato con quello che volevo, quello che sono con quello che non vorrei mai essere diventato. Una battuta di spirito di una giornata freddissima e un pianto incontrollabile, una notte insonne che confina con l’ultima volta in cui abbiamo fatto sesso. Non ricordo più come sei, nuda. Non ricordo più il tuo odore. Le tue lacrime incomprensibili. La nostra prima volta. I pochi orgasmi di un amore rubato. La miseria infinita del non bastare, di non riuscire. Quella volta che mi dicesti che saresti partita. Quando mi sono morso una mano una sera intera, per trattenere un dolore che capirò solo fra qualche mese. La gelosia, l’invidia. Ascoltare una canzone cento volte per fermare l’emorragia dei sentimenti. Tornare dove andavamo a baciarci. Tornare fuori casa tua. Cancellare tutto quello che mi ricorda di te, buttare i regali. Tenere un regalo, risentirti. Scrivere ogni dettaglio, dissacrare ogni dolcezza. Bruciare il quaderno dove ho scritto. Regalarti il quaderno. Vederti per parlare. Non rispondere sinceramente ai tuoi messaggi. Essere felice di vederti, mai così triste di averti rivista. Non è cambiato nulla, è tutto irriconoscibile. Voglia di cambiare città, tornare nel giardino dove sono cresciuto. Cercare l’amore che avevamo, non volendolo trovare più.

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Un ragazzo ferrarese di nome Vasco Brondi ha un blog dove scrive flussi di coscienza pieni di riferimenti che capisce solo lui. Suona anche, sceglie un nome da band Prog-Rock anni ’70, un vetusto Le Luci Della Centrale Elettrica. Dentro le canzoni in-joke criptici e slogan stravolti, cantati con la devastazione nell’anima e attorniato da fischi miasmatici di una chitarra distorta. Sussurra, lamenta e intona a malapena, l’altro Vasco italiano, con la chitarra in mano come un De Gregori blogger, con la Grande Recessione che è il degno sfondo del suo paesaggio interiore malmesso. Chiama il suo primo album Canzoni Da Spiaggia Deturpata, una versione musicata dei suoi deraglianti post su internet. Un pezzo viscerale, che si impenna al centro in un urlo disperatissimo, concitato, dove le parole sono mangiucchiate come le mie unghie a 18 anni, fino al sangue. Non c’è uno svolgimento, le frasi si susseguono senza che il tempo entri in gioco, che causa ed effetto si identifichino. Sono le macerie dell’anima, aforismi di un Boris Vian della provincia che non riesce a tenere insieme la sua vita: come un marchingegno di molle e rottami, la canzone si sfascia e si ricompone malamente, orribile come quando finisce un amore e si esaurisce ogni speranza. Una bestia di emozioni che barcolla, ruggisce e piange, che ha già perso tutto quello che poteva. Un tenue augurio, alla fine:

Tornino a scoppiare a ridere
le nostre madonne bulimiche
e tornino a crepare,
ma dal ridere,
le nostre madonne anoressiche


Le immagini sono tutte di quadri di Francis Bacon.

 

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