Slint – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

SLINT

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In soli due album cinque musicisti hanno cambiato il corso della musica Rock, frantumandone la grammatica e la sintassi, trovando un nuovo modo di ricomporre i frammenti del genere secondo un’estetica che è stata etichettata come Post-Rock, a rimarcarne la distanza con quanto venuto precedentemente ma anche a ricordarne la chiara origine stilistica. Appartenendo al Rock e contemporaneamente emancipandosene, gli statunitensi Slint hanno innovato fino a stravolgere la musica degli anni ’90 e influenzato il modo di suonare del decennio successivo. Hanno indicato una via alternativa al revival, che in varie reincarnazioni dominerà il versante popolare della musica fra i due millenni.

Brian McMahan (chitarra e voce), David Pajo (chitarra), Britt Walford (batteria e voce), Todd Brashear (basso su Spiderland) e Ethan Buckler (basso su Tweez) hanno operato una sperimentazione chirurgica sulle spoglie del Rock, facendone musica d’avanguardia, dissonante, asimmetrica e rumorosa ma anche cerebrale, astratta e altamente creativa. In questo senso, è possibile ricollegare la breve parabola degli Slint alla lunga epopea dei Sonic Youth, ponendo le band ai due confini opposti del Punk: mentre la band di Daydream Nation estende le possibilità dell’Hardcore Punk e della New Wave integrando dosi di musica Industrial, di Psych-Rock e di Noise-Rock, gli Slint agiscono su un concetto di Hardcore Punk e di Rock già molto più frammentato, destrutturato e cervellotico. I Sonic Youth trasformano un suono epidermico, quello del Rock più rumoroso e “teppista”, in un esercizio d’avanguardia intellettuale, mentre gli Slint agiscono su un dizionario sonoro già molto più complesso ed evoluto, l’onda lunga dell’evoluzione dell’Hardcore Punk e del Punk che ha dato i natali a formazioni come Big Black e Jesus Lizard. Viene da sé, quindi, che gli Slint suonino come una delle musiche Rock più astratte e visionarie di sempre. Il fatto che McMahan e Walford suonassero negli Squirrel Bait rinforza il legame con il mondo Hardcore Punk. Pajo e Walford hanno suonato anche nell’ibirdo Punk/Prog-Metal dei Maurice, fintanto che il primo non è diventato ossessionato dai Minutemen.

Quando la band pubblica il primo, seminale album, Tweez (registrato nel 1987 ma pubblicato nel 1989), sceglie la produzione di Steve Albini: non è un caso. Difficile arrivare preparati al primo ascolto dell’album, 9 brani intitolati con i nomi degli 8 genitori del quartetto più un pezzo per omaggiare il cane di Walford, Rhoda. È tutto asimmetrico, scomposto e destrutturato nell’iniziale Ron, una versione Beefheart-iana dei Jesus Lizard. Nan Ding scopre invece un’anima Jazz e Psych-Rock, una tessitura di chitarra che cresce ma non esplode mai, mentre la voce borbotta sullo sfondo: è come un esercizio di Fusion suonato da una band Hardcore, con una ricerca timbrica e un’elaborata attenzione ritmica. Dopo questi due brani sotto i due minuti, arrivano composizioni più estese ma non per questo più prevedibili nello svolgimento. Carol è la claustrofobia di Big Black ma senza l’austera geometria ritmica, un brano che sembra collassare e ricomporsi malamente, recitato cantato o urlato con alienante distacco. La lunga Kent (quasi 6 min.) è l’Hardcore Punk riletto da Frank Zappa, un inizio strumentale fra il bandismo festoso e il più contemplativo e desolante passaggio atmosferico che trova una spinta ritmica dopo due minuti, instillando lentamente una tensione thriller resa surreale dal testo recitato a mezza voce. Violenti fendenti Metal aprono Charlotte, poi un ibrido mostruoso fra Faith No More e Laughing Hyenas. A tanta cupidigia si contrappone la dolce, quasi scherzosa, Darlene, con un parlottare distratto unito a tessiture soffuse di chitarra, pur su ritmi cerebrali. La tensione insostenibile dei Jesus Lizard è immersa in un mare di distorsioni degne di Big Black con Warren, il brano più feroce e assordante, chiuso con un “taglio” netto su gemiti maschili. Pat si preoccupa persino di riallacciarsi al Country, ma attorniandolo di voci deformate, bassi distorti, furiosi assalti ritmici e funamboliche escursioni nel Jazz. La conclusiva Rhoda suona come la versione strumentale di un brano punitivo di Steve Albini.

A ben guardare, poco è rimasto del Rock: la strumentazione, la centralità di chitarre e l’enfasi ritmica e la propensione ai volumi assordanti. Lo svolgimento dei brani è invece legato alle tecniche della musica sperimentale, del collage multistilistico e della ricerca timbrica. La voce interviene quasi sempre senza cantare: parlotta, borbotta, urla, sussurra e solo distrattamente intona. Rock è solo il “contenitore” in cui è più facile inserirli, se non si vuole considerarli un’entità a parte.

Quando finalmente pubblicano il secondo, e ultimo, album, Spiderland (1991) le aspettative sono pienamente soddisfatte. Le composizioni, ora tutte più estese, sono un’estensione della già abbacinante dose di creatività dell’esordio. La voce aggiunge il canto Rock tradizionale al proprio armamentario, mentre la sezione ritmica continua a spazzolare Rock, Jazz e musica tradizionale statunitense. La chitarra è forse l’elemento più sorprendente, anche solo perché inventare un modo che suoni innovativo di suonare la chitarra in un contesto Rock a inizio anni 90 è un’operazione ai limiti dell’utopistico. Per farlo si ricorre agli armonici, a ritmi fortemente irregolari e all’uso creativo del feedback come elemento fondante e non accessorio. Il primo capolavoro, Breadcrump Trail, è così un trionfo di chitarre atipiche, distorsioni e una sorta di ritornello, incorniciato dalla loro versione, altamente creativa, di una ballata semi-acustica. Un fischio assordante di chitarra sveglia Nosferatu Man, un gorgo di ansia che esplode devastante più volte ma senza mai liberarsi della tensione.

Ora la band suona inquietante anche quando rimane quieta, come in Don Aman, grazie alle ripetizioni ipnotiche dei suoni e all’uso delle pause, instillando tensione con i sussurri della voce o con accelerazioni snervanti, oltre a un’esplosione di distorsioni centrale. Washer (9 min.) riesce a dondolare fra agitazione e malinconia per 7 minuti, prima di erigere un inno funebre distorto e scivolare di nuovo verso l’apatia nottambula. For Dinner è l’ideale proseguimento, il fantasma di una canzone Rock. Finale ad effetto con Good Morning Captain (8 min.), un ritmo quasi Funk intorno al quale muovono gli altri strumenti, entrando e uscendo di scena fino a quando dalla più grandiosa esplosione non viene partorito un ticchettìo di chitarra e riparte la giostra, fino all’impennata tragica del finale, il momento forse più esplicitamente emotivo di un album che piega il Rock più brutale ai disegni intelligenti dell’avanguardia.

Spiderland è il classico caso di un album che vende poco ma influenza molti. Difficile immaginare i Mogwai, gli Isis, i Pelican, Dirty Three, Tortoise o i Godspeed You Black Emperor senza questi brani dalla dinamica esasperata e dagli sviluppi atipici, largamente strumentali e attenti alla sperimentazione. Fondamentale l’influenza della band anche sul filone Slo-Core di For Carnation e Codeine.

Al momento della pubblicazione la band era già un ricordo, anche se i singoli membri avranno ulteriori esperienze musicali. Il maggior credito è di Dave Pajo, considerato dalla generazione degli anni 90 uno dei chitarristi più originali del suo tempo.


Discografia

❤ Tweez 1987 9
❤ Spiderland 1991 10

 

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5 thoughts on “Slint – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Ho recuperato da poco Tweez mentre avevo Spiderland.
    Fra le diramazioni degli Slint ho scoperto i For Carnation di cui si sa poco, sono più notturni ma suggestivi. Ne sai qualcosa? Grazie.

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