Clash – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Il Punk inglese ha cercato nei decenni di ritornare sempre al suo stile originario, quello del biennio ’76-’77 e delle band della prima ondata. Questa lettura del Punk come stile “duro e puro” è in realtà contraddetta proprio da alcune delle band principali del movimento. È in senso lato anche il caso dei Sex Pistols, il cui John Lydon, ormai non più Johnny Rotten, ha creato con i Public Image Ltd. un Post-Punk con forti connessioni alla musica Disco e Industrial. Anche altre istituzioni dell’Inghilterra teppista come gli Wire hanno in seguito virato verso contaminazioni ballabili e adottato drum-machine insieme ai synth. Ma se esiste una formazione che abbia saputo estendere in modo totalmente inedito le possibilità del Punk, sono i Clash.

Nel corso di appena cinque anni hanno traghettato il Punk tradizionale verso contaminazioni con il Rock, il Reggae, lo Ska e la musica Dub, fornendo ai posteri mille traiettorie diverse su cui sviluppare intere carriere. Formazioni quali i Rancid, i Green Day e i NOFX possono considerarsi una diretta emanazione di questo lustro altamente creativo in cui i Clash hanno fatto del Punk un punto di partenza per fusioni con molte musiche “altre”. In particolare i Clash posero l’attenzione sulla musica della Giamaica, la stessa al centro delle discografie dei No Doubt o dei Sublime. E, oltre alla questione prettamente musicale, i Clash hanno conferito al Punk una forza politica che poche altre band hanno saputo veicolare, fungendo da ispirazione, anche in questo senso, per numerose altre formazioni impegnate su temi sociali e politici, come per esempio i Bad Religion (o persino i nostrani Modena City Ramblers, il cui Combat Folk è un chiaro omaggio all’album del 1982). Ribelli e politicizzati, orientati al meticciato stilistico più ampio e profeti del cambiamento continuo, i Clash sono la bandiera del Punk come musica matura, che supera la filastrocca sguaiata e gli slogan anti-sistema.

Il quartetto storico formato da Joe Strummer (voce e chitarra ritmica), Mick Jones (chitarra solista e voce), Paul Simonon (basso e voce) e Nicky “Topper” Headon (batteria e percussioni) nasce con l’intenzione esplicita di sfidare i Sex Pistols nel 1976, band che affiancano nel debutto dal vivo a Luglio dello stesso anno. Per i primi mesi Keith Levene si occupa della chitarra, ma abbandona pochi mesi dopo per andare a formare i Public Image Ltd., mentre Terry Chimes suona la batteria ma entra in conflitto prima dell’esordio (per spregio è infatti riportato nelle note come Tory Crimes). Lo stesso anno il concerto con i Buzzcocks, sempre in apertura ai Sex Pistols, sembra avere tutti i crismi dell’evento leggendario del Punk. Ad inizio ’77 il Punk era l’unica musica di cui si parlava in Inghilterra, o quasi, e i Clash si aggiudicano facilmente un contratto da 100.000£ per pubblicare l’incendiario esordio The Clash (1977), il loro album tradizionalmente Punk, pieno di inni politicizzati e riottosi. Veloci e incendiari, questi brani mostrano già un’attenzione anche all’orecchiabilità, con tanto di abbondante uso di cori degni dei Ramones (per esempio What’s My Name) e produzioni all’avanguardia (per es. Cheat e Career Opportunities). Ma c’è già l’epica dei Kinks che riaffiora in Remote Control, la potenza dell’Hard Rock che elettrifica le chitarre di I’m So Bored With The USA e una essenzialità praticamente Hardcore Punk in White Riot, forse il capolavoro di questo primo periodo.

In uno dei più sguaiati inni di rivolta dell’album, quel canto per ubriaconi di London’s Burning, la band si mette a capitanare la rivolta culturale del Punk mischiando in modo dissacrante critica sociopolitica e un motivetto deliziosamente appiccicoso. Si ricorda anche quel manifesto di ribellione che è Complete Control, uno dei momenti di satira più caustica: They said we’d be artistically free/ When we signed that bit of paper/ They meant/ Let’s make a lots of money/ And worry about it later. La cover di Police And Thieves di Junior Murvin è il primo tassello dell’esplorazione del Reggae, centrale nel futuro della band.

Con Strummer che canta col suo accento sguaiato e un’intera band a proporre stili musicali differenti per variegare il verbo Punk duro e puro, l’esordio dei Clash rappresenta in nuce tutte le possibilità della formazione, con un piede nel ’77 e con l’altro già ad inizio anni ’80. Salutato da Robert Christgau come “the greatest rock and roll album ever manufactured anywhere” e sommerso di premiazioni dalla critica, sia nel contemporaneo che in retrospettiva, The Clash rimane uno degli album essenziali del Punk inglese.

Lo stile essenziale dell’esordio è subito accantonato, anche per ammiccare al pubblico statunitense, che ancora non li aveva incoronati come una band di successo. Give ‘Em Enough Rope (1978) è la tipica opera di passaggio, meno urgente di The Clash ma anche privo della grandeur delle opere successive. L’epica apertura Punk-Rock colorato di Reggae con Safe European Home promette più di quello che l’album poi concede, sedato in brani come Julie’s Been Working for the Drug Squad, dai profumi vintage e in Hard Rock americani come Last Gang in Town. Le incendiarie canzoni Punk di un tempo sono rappresentate qua da brani come Guns On The Roof e All The Young Punks, ben più composti ed educati, così la vera carica dinamitarda va ricercata nell’Hard Rock mischiano al Punk più gotico di Cheapskates, vicina ai Blue Oyster Cult in alcuni frangenti (e difatti produce Sandy Peralman, già impegnato con la band Hard & Heavy americana). Col senno di poi, è un passo falso che la band non ripeterà più, un album schiacciato fra due opere entrate nella leggenda del Rock. Il colmo è che l’album, pensato per gli USA, arriva appena al numero 128 di Billboard.

Il successivo album, il doppio vinile London Calling (1979), dà finalmente sfogo alle più fantasiose contaminazioni e sfrutta la produzione più attenta per far risaltare tali dettagli. È uno degli album più celebrati, ricordati, analizzati del periodo e quello che traghetta il Punk negli anni ’80: sempre ribelle, aggressivo e tagliente, spesso sarcastico, ma anche capace di scendere a compromessi con il ballabile, l’orecchiabile, il radiofonico. Il pressappochismo del Punk-77 è sostituito da una conoscenza enciclopedica della storia del Rock e una attenzione maniacale per le contaminazioni con musiche “altre”, spesso della galassia “nera”. Dalla celebre copertina che cita Elvis Presley passando per le hit di maggiore successo, è un album che è entrato nella “leggenda”, un caposaldo dell’immaginario Rock.

L’apertura è di quelle che fanno parte della cultura generale dei rockers: London Calling è un inno saltellante, influenzato dallo Ska ma Punk nel messaggio, il loro manifesto politico.

Dopo un inizio solo in parte Punk, succede di tutto sul piano stilistico: il Country sottovoce di Jimmy Jazz, l’esagitato tributo ai Kinks di Hateful, lo Ska-Rock di Rudie Can’t Fail, i fiati festosi di The Right Profile o l’Hard Rock da stadio di Clampdown.

È evidente già sul primo vinile che la formazione possa spaziare lungo stili differenti di nazioni differenti, proponendo ibridi sempre nuovi. Il merito di queste composizioni è di aver dato nuovo respiro al Punk, ben lontani dall’estetica ortodossa. Sul finire del primo disco arrivano anche due dei brani maggiori della carriera, peraltro fra i più emancipati dal Punk: il ballabile Disco di Lost In The Supermarket, un motivetto radiofonico che nasconde nella sua malinconia una vita di deprimente consumismo (I’m all lost in the supermarket/ I can no longer shop happily/ I came in here for the special offer/ Guaranteed personality); The Guns Of Brixton, un Reggae tutto incentrato su un giro di basso poi diventato famoso (e campionato fra gli altri dai Cypress Hill).

Il secondo disco è un’altra sfilata di variazioni stilistiche, compreso un epico e drammatico momento degno di Bruce Springsteen come The Card Cheat o un Blues-Rock incendiario come Four Horsemen. Questa parte della scaletta ripesca dalla tradizione fino a suonare derivativa, musica già conosciuta suonata da una band che era partita con brani “di rottura”. Mentre il primo disco lasci spazio a contaminazioni nere, in questa seconda parte queste sono relegate soprattutto nel Calypso di Revolution Rock, suonata originariamente da Danny Ray and the Revolutionaries e alla conclusiva Train In Vain, l’unico brano del secondo vinile che sembra al pari dei loro classici: una fusione fra Disco, Country e Rock che nella sua essenzialità mostra una band alla ricerca di uno stile proprio, non solo orientata all’enciclopedismo.

È innegabile che London Calling sia celebrato come uno dei più grandi album Rock di tutti i tempi (secondo AcclaimedMusic il sesto meglio votato di sempre). Sicuramente è l’album in cui lo spirito eclettico della band fiorisce definitivamente, in un modo impensabile per i primi due album. Su Melody Maker James Truman evidenzia come la band abbia trovato se stessa abbracciando gli stili musicali americani, un’osservazione che peraltro si ritrova, più o meno esplicitamente, anche in molte recensioni dell’epoca o scritte a posteriori. L’analisi è quindi piuttosto condivisa: London Calling è intriso dell’immaginario tipico del Rock, e soprattutto del Rock americano e della musica statunitense. Il reinterpretare e rileggere gli stili classici è dominante soprattutto nel secondo dei due dischi, il meno coraggioso e contaminato. Proprio questo avvicinarsi a molti cliché ha portato una parte minoritaria della critica a leggere l’album come una regressione (così la definisce Garry Bushell su Sounds). Forse è l’estensione dell’opera a rendere più complesso il giudizio: London Calling è infatti l’album di London Calling, The Guns Of Brixton, Train In Vain e Lost In The Supermarket, cioè quattro brani che dimostrano grande personalità anche quando utilizzano stili ben lontani dal Punk. Tuttavia, London Calling è anche una sfilata di stili musicali che spazzolano la storia della musica popolare, comprese ben 4 cover: una dimostrazione di eclettismo che spesso piega verso l’imitazione dei classici. Opera di compromesso fra ampliamento delle possibilità del Punk e del Rock e ossequioso tributo alla sua storia, London Calling sembra mettere d’accordo UK e USA, punk e rockers, terzomondisti e liberali.

Con un album così americanizzato, e di spessore decisamente maggiore rispetto al precedente, la band sfonda finalmente anche negli Stati Uniti. La via verso una contaminazione fra il Rock e le musiche del resto del mondo trova l’ideale compimento nel mastodontico triplo-vinile Sandinista! (1980), un colosso di 144 minuti che ha pochi precedenti nella storia del Rock. Con 36 brani che spaziano fra Funk, Reggae, Jazz, Gospel, Dub, Disco e persino qualche tracci di Rap i Clash si ergono a massimi esponenti della iperfusione stilistica. È registrato fra Londra, New York e la Giamaica, come a indicare il tripolo delle ispirazioni principali.

Sparsi nei tre album solo una manciata di brani sensazionali: The Magnificent Seven è un Rap-Rock che incrocia i futuri Red Hot Chili Peppers con i Funkadelic anticipando uno stile destinato a diventare famoso negli anni ’80; The Crooked Beat è una Dub psichedelica e dilatata che fa sembrare timidi tutti i precedenti esperimenti di contaminazione con la Giamaica; la malinconica Corner Soul, fra Soul, Gospel e musica da strada, trova un equilibrio fra creatività ed emotività; il motivetto oscuro di Call Up, il più sofisticato dei loro Pop-Rock funky; Washington Bullets, una filastrocca caraibica che nasconde un testo impegnato che ricostruisce la politica internazionale con un focus sull’area sudamericana. Fa pensare che una delle canzoni più coinvolgenti sia Police On My Back, una cover degli Equals.

Certo proporre due volte di seguito One More Time, la seconda in una versione Dub, sembra davvero voler abusare della pazienza degli ascoltatori, e brani che paiono semi-improvvisati come If Music Could Talk o stiracchiati come Lose This Skin rafforzano quest’impressione di diluizione. Mensforth Hill è una versione al contrario di Something About England e Career Opportunities una versione alternativa di un brano già edito, cantato dai figlioletti del tastierista Mike Gallagher (!): siamo ai limiti della presa in giro. L’ultimo lato del terzo vinile conta 4 versioni Dub di altri brani già presenti nella tracklist: è il trionfo della prolissità. L’album sembra adottare inoltre una produzione Dub in brani che ne escono stravolti, come The Sound Of Sinners, un Blues-Rock tinto di Gospel che sembra registrato in una cattedrale.

Senza più nessuna preoccupazione ad allontanarsi dal Punk e spesso anche dal Rock, la band è libera di azzardare gli arrangiamenti più disparati, forte di una strumentazione mai così estesa (presenti anche armonica, trombone, sassofono, violino e xilofono). Peccato che Sandinista! suoni estremamente dispersivo, pieno all’inverosimile di versioni alternative, prolissità inutili e composizioni che sembrano voler dar fondo a qualsiasi idea passasse in testa ai membri della band, compresi i trucchi di studio. Se ne poteva fare un eccellente album singolo invece di un triplo senza capo né coda.

Dopo l’indigestione dei due album precedenti, Combat Rock (1982) cerca di tirare le fila del proprio stile. Le peregrinazioni degli ultimi tempi hanno reso la band senza una chiara personalità artistica, ma scendere a soli 12 brani e rimanere sotto i 47 minuti rende molto più facile costruire un quadro stilistico coerente. Ma tolte le avventurose iniezioni di altri stili, riscopriamo una band ormai orientata a un Rock sofisticato ed etnico (Car Jamming, Red Angel Dragnet), quando non si lancia semplicemente nella World Music (Sea Flynn, altamente allucinata e dilatata e il Reggae per armonica e spoken-word di Allen Ginsberg di Ghetto Defendant). Il quartetto graffia nella sola Should I Stay Or Should I Go, un Garage Rock ruspante, l’unico momento in cui si percepisce il pedigree da teppisti. Subito dopo troviamo Rock The Casbah, Disco e Funk adrenalinicamente frullati con ritmi esotici (un’idea riproposta anche in Overpowered By Funk).

Secondo un meccanismo tipico dell’industria discografica, questo diventa l’album più venduto dell’intera carriera, benché sia quello di una band al capolinea che ricerca in qualche modo di definire la propria identità dopo averla dispersa in opere enciclopediche.

Di fatto la band non esiste più quando esce nei negozi Cut The Crap (1985): il batterista Tom Headon e il chitarrista Mick Jones sono stati allontanati dalla band, ora tutta dominata da Strummer, incapace di gestire la composizione da solo. Un suono impoverito e banale, fra Rock e Punk, appiattito da cori da stadio a iosa, domina l’opera, che disperatamente tenta un inno in We Are The Clash e scade nel ruffiano Pop-Metal in This Is England.


Discografia

❤ Clash 1977 9
Give ‘Em Enough Rope 1978 7
London Calling 1979 8,5
Sandinista! 1980 7
Combat Rock 1982 6,5
Cut The Crap 1985 5
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