Wire – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

wire

Wire su Spotify

L’Inghilterra del Punk ha visto nascere anche band che hanno sfruttato la libertà “teppista” del nuovo stile per esplorare soluzioni del tutto innovative per la musica Rock. Insieme ai Clash, i più titolati in questo senso sono i Wire di Colin Newman (voce e chitarra), Graham Lewis (basso), Bruce Gilbert (chitarra) e Robert Gotobed (batteria). Ma a differenza dei Clash, che traghettano il Punk verso uno stile accattivante, ballabile e Pop, i Wire prendono una strada intellettuale, di sofisticazioni sempre maggiori. Maestri della miniaturizzazione, contrappongono una sempre più spiccata apertura a strumenti atipici per il Punk, come i sintetizzatori, con il gusto non privo d’ironia per composizioni brevissime (ch influenzarono i Minuteman). La loro lunga carriera ha poi portato a un’evoluzione incostante e indecisa, segnata anche da lunghi periodi di pausa.

Esiste un periodo particolarmente celebrato, quello dei primi tre album: Pink Flag (1977), Chairs Missing (1978) e 154 (1979). Una lunga pausa e la formazione ritorna con le opere del periodo intermedio, intente a fondere lo stile degli esordi con il ballabile elettronico, fino ad abbandonare l’uso della batteria in favore della drum-machine. Gli album di questa seconda fase sono The Ideal Copy (1987), A Bell Is A Cup… Until It Is Struck (1988), IBTABA (1989), Manscape (1990), The Drill e  The First Letter (entrambi 1991) e nessuno rinnova l’entusiasmante innovazione delle prime tre opere, tanto che nelle opere dei primi anni 90 non è più chiara l’identità stessa della band. Una seconda, lunga, pausa e la formazione ritorna con Send (2003) alla ricerca di uno stile che coniugasse le origini Punk e Post-Punk con lo stile produttivo del nuovo millennio. Ci vogliono però altri cinque anni per Object 47 (2008), primo album di una ultima fase discograficamente regolare, che vede gli Wire pubblicare molti album che mischiano il trapassato Post-Punk, il passato a base di synth e drum-machine e un presente di Rock post-moderno. Le opere di questo periodo sono Red Barked Trees (2010), Change Becomes Us (2013), Wire (2015), Nocturnal Koreans (2016) e Silver/Lead (2017).

L’esordio Pink Flag (1977) totalizza 21 brani in 35 minuti, con 3 brani persino sotto il minuto. Vicino a composizioni più estese come l’iniziale Reuters, che scioglie le distorsioni in una psichedelia atmosferica, e l’esaltante Punk-Pop di Ex Lion Tamer si sviluppa un turbine di variazioni stilistiche incorreggibili, che giocano con il Punk per stravolgerlo, minarlo, destabilizzarlo a suon di stravaganze armoniche, inaspettate svolte stilistiche e improvvise interruzioni. Che sia il frenetico ballo di Surgeon’s Girl, il massiccio mid-tempo della title-track, la scatenata bagarre di Mr. Suit, l’inquietante aura gotica di Strange, il coro sbronzo di Mannequin o il feroce Hardcore Punk della conclusiva 1 2 X U, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Proprio per questa sua incontenibile capacità di proporre alternative e sfumature del Punk, Pink Flag è stato tributato, soprattutto a posteriore, di essere una pietra miliare del Post-Punk e dell’Art-Punk.

E proprio la traiettoria più intellettuale diventa quella dominante su Chairs Missing (1978), tanto che Practice Makes Perfect è un terrificante concentrato di angoscia e psichedelia che ha ormai solo qualche collegamento con il Punk. Anche quando sono miniaturizzati i brani sono stravaganze come Another The Letter, un ballabile per synth troncato nel finale, o una scorrazzata psichedelica come Men 2nd o ancora un delirio assordante come Sand In My Joints. La robotica Psych-Disco di I Am The Fly, la pestatissima From The Nursery, l’esaltante ode al rumore di Too Late e la lunga, torbida miscela Blues/Punk di Mercy sono accomunate da una tensione molto più tragica rispetto all’esordio.

Quando nel 1979 la band pubblica il capolavoro 154 consegna alla storia l’alternativa inglese alla “danza moderna” dei Pere Ubu. Colin Newman non è però un cantante istrionico come David Thomas, bensì un lugubre cerimoniere per brani in cui la tensione diventa un presagio funebre. La vena sperimentale è quantomai predominante e trasforma le chitarre in strumenti rumorosi, incubi industriali che si accoppiano a ritmi ancora frenetici, ma secondo un’estetica tragica che era assente nell’esordio. In sostanza, la prima parte dlel’opera è una lunga sfilata di incubi: la desolazione di I Should Have Known Better; la tensione intollerabile di Two People In A Room; la malinconia inconsolabile e fosca di The 15th, chiusa in un clima da thriller; la messa per fantasmi di Other Window; la danza tribale post-apocalittica di A Touching Display (7 min.), il punto più profondo dell’abisso.

Dopo questa discesa nella notte, c’è un parziale ritorno alla luce con la versione anemica dei primi Pink Floyd in A Mutual Friend e la febbricitante Once Is Enough, che nasconde comunque un assortimento di clangori metallici. Persino orecchiabili in Map Ref. 41°N 93°W, che ricorda i brani corali dei primi album, gli Wire chiudono comunque nella pece asfittica di Indirect Enquiries e, soprattutto, nel paludoso Psych-Rock malaticcio di 40 Versions.

L’impressione è che la formazione si sia fermata a un passo dalla piena coesione, sfiorando un miracolo: quello di riproporre la lunga carrellata stilistica che ha fatto definire l’esordio Pink Flag una “punk suite”, solo in una versione decisamente più sperimentale, gotica e austera. Ma l’alleggerimento e il ritorno a forme più canoniche della seconda metà ha precluso agli Wire di scrivere un album che suonasse come il risultato di un’unica estasi creativa. Le spinte sperimentali e quelle più conservatrici stavano infatti dilaniando la band, stremata dall’evoluzione compiuta nel giro di soli tre album pubblicati in 2 anni.

Tornano solo nel 1987 con The Ideal Copy e sono praticamente una nuova band, molto più orientata all’Elettronica e alla musica ballabile. Giungono a questa dance-music attraverso il Punk minimale di un tempo, come dimostrano Ahead e la scheletrica Over Theirs, e conservando anche l’anima angosciata in Feed Me, la versione nerissima e ansiogena di una ballata industriale. La novità risiede semmai nella morbidezza di una Cheeking Tongues o nel Synth-Pop di Madman’s Honey. Sicuramente ci sono vicinanze a Depeche Mode e New Order, ma è un ritorno sulle scene che non manca di fornire aspettative su una seconda vita della band.

La via tracciata da The Ideal Copy trova con A Bell Is a Cup… Until It Is Struck (1988) un approdo più personale e deciso. È sempre una raccolta di ballabili di derivazione Post-Punk ma arricchiti da arrangiamenti ricercati, sia sul fronte più orecchiabile (Silk Skin Paws e le sue pose sensuali; la gotica The Queen Of Ur And The King Um; la filastrocca esanime di Kidney Bingos) che su quello più ricercato del Rock notturno di It’s A Boy, virato al cacofonico nel finale, o della lunga The Boiling Boy, una via di mezzo fra Brian Eno e i Talking Heads. L’oscura Follow The Locust suona così come un esercizio di rendere particolarmente artistica e intellettuale la musica di Simple Minds e Depeche Mode. Solo A Public Place recupera, senza aggiungere molto, il tono lugubre di 154. Per quanto opere di cambiamento, questi due album non portano gli Wire a ruoli paragonabili a quello ottenuto con i primi tre album: nel ballabile di fine anni 80 rappresentano una variazione più intellettuale, non una trasfigurazione inaspettata né una esplorazione di numerose possibilità stilistiche.

IBTABA (1989), titolo che sta per It’s Beginning to and Back Again, rimaneggia in sede live diverse composizione già edite, aggiungendo qualche inedito. Compare qua anche Eardrum Buzz, il loro unico vero successo commerciale. Ma non è ben chiaro cosa l’opera sia: né un vero e proprio live né un album di remix, peraltro con degli inediti. Questa impressione di una band confusa è confermata da Manscape (1990), l’approdo al ballabile elettronico più convinto dell’intera carriera, con tanto di drum machine a sostituire la batteria. Un approccio sicuramente intellettuale all’era della cultura Rave, ma la perizia nell’utilizzare i più recenti ritrovati della musica sintetizzata non risolleva composizioni nelle quali accade spesso molto poco, nonostante i minutaggi generosi. La conclusiva You Hung Your Lights In The Trees / A Craftsman’s Touch (10 min.) è un ottimo esempio in tal senso: un ritmo tribale riverberato, di sicuro effetto, diventa la struttura portante di un brano chilometrico.

The Drill (1991) li vede persino impegnati in un’imitazione dei Nine Inch Nails (In Every City?, Jumping Mint?) e spesso n completa balia di effetti digitali, usato spesso come giocattoli di cui si stiano esplorando le possibilità (Arriving/Staying/Going?, Do You Drive?). Per comprendere quanto la band fosse alla ricerca di una propria identità artistica basta prendere in considerazione The First Letter (1991), un album che è stato pubblicato a nome Wir vista l’assenza di Robert Gotobed, lo storico batterista ormai rimpiazzato dalle drum-machine. Qua troviamo alcuni esperimenti che sembrano appartenere a fine anni 70 come A Bargain At 3 And 20 Yeah!, ballabili robotici che suonano a dir poco attempati nell’epoca d’oro della dance inglese (Ticking Mouth, It Continues, Looking At Me) e un brano, Nake Whooping And Such-Like (7 min.) che quantomeno sfrutta il nuovo arsenale sonoro per ricollegarsi all’angoscia esistenziale di 154.

Per rivedere i quattro Wire di nuovo insieme si deve aspettare Send (2003), che sembra fare quello che invece non è successo dopo la prima, lunga, pausa della carriera. Così il loro Post-Punk abrasivo è finalmente aggiornato a una nuova epoca del Rock, come dimostrano l’esplosiva In The Art Of Stopping e l’anemica voce che si accopia all’assordante musica di Mr Marx’s Table. In generale si tratta della musica degli esordi prodotta come si usa nel nuovo millennio (The Agfers Of Kodack, Spent, Red & Burn) o come si usava pochi anni prima nelle fusioni con Elettronica (Nice Streets) e Industrial (You Can’t Leave Now). Il tour-de-force finale, 99.9 (8 min.) sembra mettere insieme il meglio del primo periodo, quello più Punk, con le ambizioni atmosferico-meccanico-tecnologiche del secondo periodo, imperniando il tutto su una tensione spasmodica.

Quando, passato un altro lustro, la band ritorna con Object 47 (2008), senza lo storico chitarrista Bruce Gilbert, regala un mix di passato Post-Punk e un presente più Pop (One Of Us, Mekon Headman), a tratti ballabile come fu negli anni 80 (Four Long Years) o industrialoide (Hard Currency). Chiude All Fours, imbevuta di distorsioni acide, sembra il colpo di coda tanto atteso: un brano dilaniato dalla tensione, la loro versione dei Sonic YouthRed Barked Tree (2010) ha un Pop-Rock atmosferico in apertura come Please Take, brano che farebbe sentire fiero Brian Eno, ma il resto spazzola il solito mondo Punk e Post-Punk. Sorprende la conclusiva title-track, un Folk/Rock psichedelico. Change Becomes Us (2013) rimaneggia vecchie composizioni del biennio 1979/1980, più precisamente Doubles And Trebles, Keep Exhaling, Reinvent Your Second Wheel, Stealth Of A Stork, Time Lock Fog, Eels Sang, Love Bends, & Much Besides e Attractive Space sono versioni alternative di, rispettivamente, Ally in Exile, Relationship, ZEGK HOQP, Witness To The Fact, 5/10, Eels Sang Lino, Piano Tuner (Keep Strumming Those Guitars), Eastern Standard e Underwater Experiences, brani suonati un tempo solo nei live. Almeno l’allucinazione malaticcia di Time Lock Fog è degna di 154, e il Post-Punk lugubre di Magic Bullet ha pochi rivali nella loro discografia, peccato siano arrivate fuori tempo massimo. La soffusa psichedelia di & Much Besides collega i Flaming Lips al Post-Rock e la conclusiva Attractive Space prova a trasformare la pigra allucinazione dei tardi Pink Floyd in un baccano Hardcore Punk: c’è, insomma, di che rimpiangere che il seguito in studio di 154 non sia arrivato quando avrebbe dovuto, a inizio anni 80.

Il quattordicesimo album è omonimo: Wire (2015) sembra voler confermare che la band è tornata a pieno regime, pronta a sfornare album su album come un qualsiasi formazione di trentenni entusiasti di suonare a più non posso. Riecco, ancora una volta, l’approccio minimalista di Pink Flag, questa volta riletto secondo una produzione pieni di effetti di contorno elettronici (Blogging, In Manchester, Split Your Ends), oppure ancora una volta piegata all’atmosfera (Shifting). Due composizioni estese: il minaccioso passo paludoso di Sleep-Waling (7 min. e mezzo), che sembra cercare la catarsi ipnotica; la devastante Harpooned (8 min. e mezzo), che sembra proporre l’impossibile progenie che nascerebbe unendo gli Wire con i Monster Magnet, un monolito di distorsioni e claustrofobia, un canto disperato nella tempesta atomica. Così, pur senza stravolgere la musica del periodo, questo potrebbe essere il miglior album della band dal lontano 1988. Otto brani scartati da Wire finiscono sul successivo Nocturnal Koreans (2016), appena 25 minuti per dei brani pesantemente ritoccati con tutti i trucchi di studio possibili, verso una sofistificazione simile a quella che ha tarpato le ali alla band negli anni 80. Il vuoto pneumatico di Forward Position, forse persino più inquietante e desolante dei momenti inquietanti e desolanti degli anni d’oro, soffre solo della propria ingenuità a cospetto dell’Ambient contemporanea. Oltre al poco materiale, l’album numero 15 dimostra che quando si lanciano sul sound più tecnologico gli Wire risultano più attempati di quando si limitano a proseguire il loro verbo Post-Punk. Il paradosso è poi solo apparente, perché il futuristico suono sintetizzato degli anni 80 non è invecchiato come concetto ma sono differenti i mezzi utilizzati oggi per suscitare quel tipo di immaginario. Gli Wire invece sono rimasti ai più ingenui echi, riverberi e filtri, mentre il resto della musica ha sortito esperimenti molto più azzardati sui timbri, sulla post-produzione e anche sull’idea stessa di composizione. Quei suoni “nuovi” da retrofutirsmo suonano oggi molto più obsoleti dei riff di chitarra distorti dell’era Punk, che erano sostanzialmente un tributo al passato già nel 77 e rappresentano un elemento estetico che non ha conosciuto negli ultimi decenni grandi evoluzioni (è stato semmai un elemento spesso evitato da nuovi stili del Rock e dai più vivaci generi musicali). Sono finiti, insomma, in una delle trappole del post-moderno.

Silver / Lead (2017) è l’album più pacato dell’intera carriera, il primo dove gli anni si sentono anche sull’energia. Brani riflessivi e malinconici come Forever & A Day sono il risultato di una nuova sensibilità, che sfrutta le tecniche dello Psych-Rock per smussare gli angoli. Come dei Pink Floyd uniti ai Cure, gli Wire riescono con  Sleep On The Wing a mirare al cuore più che al cervello, con un’emotività per loto inedita.


Discografia

Pink Flag 1977 8
Chairs Missing 1978 8
154 1979 8,5
The Ideal Cup 1987 6
A Bell Is A Cup… Until It Is Struck 1988 7
IBTABA 1989 5,5
Manscape 1990 6,5
The Drill 1991 5
The Firstletter 1991 6
Send 2003 6,5
Object 47 2008 6,5
Red Barked Tree 2010 6
Change Becomes Us 2013 6,5
Wire 2015 7
Nocturnal Koreans 2016 5
Silver/Lead 2017 6
Annunci

One thought on “Wire – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...