Tim Buckley – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Tim-Buckley

Tim Buckley su Spotify

Timothy Charles “Tim” Buckley III è stato in grado di traghettare la sperimentazione più intransigente nella musica tradizionale statunitense, fonendo Folk, Rock e psichedelia secondo una logica sbilenca, perennemente tesa alla ricerca di soluzioni innovative, atipiche e azzardate. La sua carriera è, in questo senso, una parabola sensazionale di evoluzioni portentose, che fanno assomigliare la sua discografia al percorso che alcuni grandi musicisti compiono nell’arco di diversi decenni. Tim Buckley questo percorso l’ha però sviluppato fra il 1966 e il 1975, quando muore ad appena 28 anni per overdose di eroina, lasciando i figli Taylor e Jeff, quest’ultimo destinato a una carriera musicale altrettanto breve.

Tim Buckley ha dato alla voce le stesse possibilità che Hendrix ha dato alla chitarra: l’ha trasformata in uno strumento dalle infinite possibilità. Non più solo lo stumento asservito al testo, ma anche portentoso veicolo melodico e struggente canto poetico, specchio dell’anima tormentata. C’è astrazione nel canto di Tim Buckley, un’emancipazione dal contesto sociale e politico che pure era al centro del cantanti coevi. Ma lui era più interessato allo spazio infinito che si estende nei due cosmi, quello esteriore e quello interiore. In questo, l’arte di Tim Buckley è sovrumana: cerca di rappresentare il tutto e le sue contraddizioni, le più sconfinate bellezze dell’anima e dell’Universo. Per inseguire questo obiettivo irraggiungibile ha sperimentato sulla voce unendo il popolare all’avanguardistico, in un gioco di equilibri impossibili. Padrone di una tecnica sopraffina, un controllo totale sulla propria voce, Tim Buckley è stato anche un compositore d’eccezione, che ha fatto suoi linguaggi profondamente differenti, fondendo Free-Jazz e Gospel, Folk e Psych-Rock, latino-americano e musica orientale, scheletrico cantautorato e maestosa musica da camera.

Con soli 9 album di studio, Tim Buckley ha lasciato ai posteri l’epopea di un poeta disperato e delirante, un angelo tormentato che nasce, esplora il cosmo e rovinosamente precipita a terra. Se l’esordio Tim Buckley (1966) lo configura come un essere umano, più Fred Neil o Nick Drake che un cantore sovrumano, le opere di fine decennio prendono una direzione sempre più personale: Goodbye And Hello (1967), Happy Sad (1969) e Blue Afternoon (1969) sono già piene delle sue contraddizioni irrisolvibili. Nel 1970 arriva la pubblicazione di due delle opere maggiori del periodo: Lorca e Starsailor fotografano il genio poetico delirante di Tim Buckley e rappresentano il lascito più peculiare della carriera, inserendosi nelle doppiette clamorose che si trovano nelle discografie leggendarie di pochi altri artisti (del calibro di Bob Dylan e Tom Waits). Inevitabilmente arriva poi il ritorno a terra, dopo il volo ultraterreno, con opere di minore caratura, che ingabbiano l’estro di Tim Buckley in categorie più canoniche: dalla morte artistica a quella vera e propria il passaggio è tragicamente breve.

Mai famoso né celebrato, a differenza del figlio, e raramente citato fra i geni della musica del ‘900, Tim Buckley è un caso più unico che raro nella storia della musica. Forse nessuno, prima e dopo di lui, può rappresentare meglio l’archetipo del poeta delirante, del sognatore ucciso dai suoi stessi desideri. Figura tragica e commovente, Tim Buckley rappresenta il lato più oscuro dei sogni di fine anni ’60, una devastante discesa nell’abisso della solitudine e del malessere compensata con allucinazioni, sogni e droghe inevitabilmente seguite da dolore, delusioni e infine la morte. Avventurarsi nella discografia significa, quindi, seguire il percorso che porta a carpire con una sfuggevole occhiata l’incommensurabile per poi ritrovarsi sommersi dal dolore e dalla sofferenza.

Nato a Washington e poi trasferitosi nello stato di New York, inizia a suonare dopo il trasferimento in California. Impara a suonare il banjo a 13 anni e continua a interessarsi alla musica durante l’età scolastica. Sposa una compagna della Loara High School, Mary Guibert, credendo che la ragazza fosse incinta: non lo era. Poco dopo però il figlio arriva davvero e Tim Buckley non è pronto ad affrontare questa nuova responsabilità: divorziano prima che nasca. Il college è un disastro, visto che Tim Buckley è impegnato completamente a suonare. Quando il manager delle Mothers Of Invention lo vede suonare lo coinvolge in un concerto a New York. L’esordio Tim Buckley (1966), quando aveva appena 19 anni, è registrato in soli tre giorni e non sviluppa un sound granché personale, nonostante mostri i semi di una voce che diverrà leggenda. Ci sono già la tensione tragica in I Can’t See You, il Jazz in Song For Janie e qualche stralcio poetico in Song Of The Magician e Valentine Melody. Solo in un caso si intravede il Buckley che verrà: Song Slowly Song, che cantata da un cantante più maturo potrebbe essere uno dei suoi classici.

L’estro di Buckley sboccia con Goodbye And Hello (1967), fra lo stile lugubre di Cohen e l’arringa di Bob Dylan (soprattutto in No Man Can Find The War), oltre che verso territori lirici struggenti che trovavano pochi paragoni all’epoca ne ne trovano pochi di più cinquant’anni dopo. Capace tanto del fiabesco falsetto di  Carnival Song quanto del ruggito Soul di Pleasant Street, esplosivo amalgama fra il liturgico e il sessuale, Tim Buckley è androgino, umano ed etereo, candido e demoniaco a seconda dei momenti. Poi l’immersione nell’onirico di Hallucinations, da balzo al cuore, in un vortice lisergico scomposto che quasi distrugge l’anemico Folk che funge da scheletro: sono le prime avvisaglie sperimentali. Una scia di ricerca stilistica che coinvolge anche I Never Asked To Be A Mountain, febbricitante orgia percussiva, una giungla di ritmi e chitarre sferraglianti, un tuffo in un sognante caos.

Il momento più toccante non solo del disco, ma uno dei più struggenti e dolorosi di tutto il Folk, è Phantasmagoria In Two: un canto disperatissimo, poesia della più terribile fragilità emotiva e canzone dell’amore disperato, agognato e irraggiungibile, è una filastrocca psichedelica dove Buckley può muoversi con una voce sottile, scurendola fino al lugubre nello svolgersi della terribile preghiera. È una tensione emotiva che sembra sempre a un passo dal pianto, è l’ultimo grammo di speranza prima del tuffo definitivo nell’abisso. E qua Buckley dimostra un’attenzione all’uso tragico della voce e dei contrasti fra cosa canta e come lo canta: l’atroce sussurro di “Tomorrow I must go”, il lugubre modo in cui intona “Everywhere there’s fear” e l’urlo malcelato di “Tell me of sin and I’ll laugh” che anticipa il tetro “I’ll never smile again”. Quando arriva al secondo ritornello è sull’orlo di un tracollo emotivo, consona apertura per il distico “Need I beg to you for one more day/ To find our lonely love” e per il terzo ritornello, ormai un sussurro da moribondo febbricitante. Già qua Buckley si allontana dalla forma canzone, solo in modo poco evidente: i ritornelli sono variazioni che servono a seguire il tracollo emotivo del brano, con le tre strofe che si fanno progressivamente più funebri, supportate da un tono febbricitante, da un cantato che vibra fragile e intona lugubre a seconda dei momenti.

L’ambizione progressiva si concretizza nella lunga title-track (9 min.), una maestosa composizione di Folk cameristico, fra danze medievali e sofferte melodie dei fiati. Buckley qua sfoggia tutta una serie di stili canori più canonici, dal teatrale al Rock.

L’emancipazione totale dalla forma canzone arriva con Happy Sad (1968), dove dominano i brani estesi: su appena sei pezzi in scaletta, due superano i 10 minuti. Qua Buckley può finalmente spiccare il volo, anche perché l’arrangiamento jazzato lascia ampio spazio ai suoi voli canori. Strange Feelin’ (quasi 8 min.) è già un esercizio di modulazioni da vertigine, che esplorano l’estensione vocale portentosa di Buckley e mettono in primo piano il grande controllo del respiro, la dinamica e la carica emotiva del suo stile maturo. Musicalmente è un notturno e jazzato viaggio soffuso che sfuma come un sogno al risveglio. Appena più corporea Buzzin’ Fly, se non altro per uno stile più vicino a un Blues astratto, ondeggiante e vagamente caraibico. La funebre Dream Letter mostra bene la relazione che esiste fra l’accompagnamento e il canto: il primo sottolinea gli aspetti emotivi del secondo, ben emancipato dal ritmo e dalle forme tradizionali, sempre più libero nella forma.

Nei due brani estesi il volo di Buckley è ancora più libero: Love At Room 109 At The Islander (11 min.) apre dimessa, voce ferma che poi, condotta dalle dolci parentesi strumentali, si scioglie in lunghi sospiri, in dilatate modulazioni malinconiche accompagnate da rumori marini. Qua Buckley usa i registri più bassi per accompagnare l’ascoltatore all’abbandono, in una intorpidita tristezza. Sarebbe questo l’apice dell’opera se solo non fosse presente un brano clamoroso come Gypsy Woman (12 min.), Folk della giungla intriso di un sudatissimo erotismo che dopo l’ennesimo sussulto si infrange, rinasce dalle proprie ceneri ancora più in estasi, delirante di un piacere che le grida acute di Buckley trasformano in terrificanti vibrazioni orgasmiche.

Blue Afternoon (1969) prosegue questo cantautorato Folk progressivo e libero nella forma, che ruota attorno al canto sempre più sicuro di Buckley, protagonista negli 8 minuti di The Train, unico brano esteso dell’opera e l’unico tormentatamente fisico, erotico, percussivo. Predominano il malinconico, il depresso e l’apatico fra sfumature oniriche. Si scivola leggeri in Chase The Blues Away, il momento più Jazz e più ectoplasmatico, e si assaggia il drammatico in The River. come se Buckley prendesse in prestito il tono severo di Bob Dylan piegandolo ad uno stile dilatato e incorporeo. Il capolavoro dell’opera è forse Cafe, ad un passo da una sonnolenta stasi lisergica, leggerissima e dilatata. Pur di grande caratura, Blue Afternoon è comunque inferiore tanto all’opera precedente che a quelle successive: non contiene i chilometrici capolavori di Happy Sad e suona meno innovativo di Lorca e Starsailor.

Con la pubblicazione di Lorca (1970) però cambia tutto, verso un livello di sperimentazione e di libertà dalle forme canoniche che ha pochi precedenti nella storia. Tim Buckley trasforma definitivamente la voce in uno strumento con il quale ululare, urlare, sussurrare, intonare, balbettare secondo una fusione di ispirazioni che ereditano dal Jazz, dal Folk e dal mondo delle avanguardie. Mancano strumenti ritmici, così Buckley può fluttuare “senza rete” fra melismi psichedelici, fughe cosmiche e angoscianti tuffi nel buio. Una tensione emotiva costante attraversa l’opera, che è nel complesso una danza zoppicante, asimmetrica e malata sull’orlo dell’abisso, un corteggiamento della morte infuso di un disperato lirismo, di una poetica che vibra di straziante intensità. Questa volta i brani sono tutti “estesi”: il più breve di 6 minuti, il più lungo di 10, per un quintetto che sfiora i 40 minuti. Apre la title-track, un impressionante flusso di coscienza che scandaglia l’anima fino agli angoli più scuri, con Buckley che sfrutta il controllo del respiro per prolungare all’infinito le note, mentre brulica un Folk frammisto a Jazz sullo sfondo.

Blues, Soul e Folk vengono sottoposti alla cura astrattiva in Anonymous Proposition, cascate di note che seguono il canto, questa volta impegnato a fondere il lugubre con il fanciullesco, con alcune note nei registri più bassi che vibrano di angosciante paura. Il contraltare di tanto buio è il ritmo caraibico soffuso di I Had A Talk With My Woman, il brano più vicino a Blue Afternoon. Driftin’ (8 min.) è il capolavoro notturno di Buckley, un Soul deformato e dilatato, che fluttua vaporoso e potrebbe continuare all’infinito. In chiusura l’unico brano adrenalinico dell’opera, la selvaggia Nobody’s Walking (quasi 8 min.), uno show canoro da virtuosi.

Lorca inaugura l’anno della sperimentazione per Buckley, quello che è completato dal “gemello diverso” Starsailor, sempre del 1970. Qua trova compimento l’intero percorso artistico, con un recupero di tempistiche più brevi che permettono di inserire 9 composizioni in 36 minuti. Ogni brano ha una sua identità e l’astrazione in nubi psichedelica ha ora lasciato il passo a angoscianti turbini di inquietudine, a partire dalla convulsa Come Here Woman in apertura.

Musicalmente è l’opera più ambiziosa, con contrabbasso, basso, chitarra, piano, organo, fiati, percussioni e flauto ad alimentare il fuoco emotivo che arde incessantemente. Ormai assistiamo a visioni oniriche che riassemblano stili, come i suoni da colonna sonora vintage di I Woke Up o il Blues/Rock incendiario di Hendrix in Monterey, arrivando anche al motivetto in francese di Moulin Rouge, quasi uno scherzo che ben si inserisce nella carrellata di visioni emotive.

Al centro la sua ballata definitiva, la sognante, onirica, metafisica, impalpabile, struggente Song To The Siren, canzone dell’amore disperato e irraggiungibile, manifesto della fragilità dell’anima.

Mai come in Starsailor, Buckley costruisce alcuni brani per esaltare le sue sconfinate possibilità vocali: Jungle Fire e Starsailor sono in questo senso manifesti di un cantante alieno. In chiusura due brani minori di un artista eccezionale, che sembrano contribuire soprattutto al raggiungimento del minutaggio: persino Tim Buckley non poteva permettersi questo ritmo di pubblicazioni pazzoide.

Il settimo album Greetings from L.A. (1972) è un completo voltafaccia, dalla sperimentazione più selvaggia al più ammiccante dei Funk. Ovviamente Buckley è perfettamente all’altezza del compito (si senta Get On Top o Devil Eyes), ma sia musicalmente che a livello prettamente canoro non c’è spazio per esplorare i piani metafisici protagonisti degli album precedenti. Persa anche la carica sessuale, Tim Buckley si riduce a sfruttare la propria voce ultraterrena per del Soul educato o del Funk sensuale nei successivi Sefronia (1973) e Look At The Fool (1974). Sul primo compare Martha di Tom Waits, Dolphins di Fred Neil e qualcosa del Buckley di un tempo solo in Sefronia: After Asklepiades, After Kafka. Il secondo recupera la carica Funk, soprattutto in Bring It On Up. Ma è ormai vicina la fine della carriera, nel più tragico dei sensi: dopo aver paventato un ritorno con un live album, Buckley muore a Dallas il 29 Giugno 1975 dopo aver ingerito dell’eroina a seguito di una serata alcolica.

Solo negli anni 90 sono state pubblicate delle documentazioni dal vivo ufficiali, a testimonianza di una considerazione di pubblico e critica sempre piuttosto limitate. In ordine cronologico di registrazione la prima registrazione live ufficiale è quella del Live At The Folklore Center 1967 (pubblicata però solo nel lontano 2009), istantanea del periodo più Folk e tradizionale della sua rocambolesca carriera. Registrato in solitaria,solo voce e chitarra, è una sorta di diamante grezzo. Dream Letter: Live in London 1968 (1990) fotografa il periodo di Goodbye And Hello e Happy Sad. La versione qui presente di Phantasmagoria In Two, veloce quasi la metà, fa perno più sulla malinconia che su una nevrotica tensione. Nella Dolphins di Fred Neil si può avvertire la forte influenza che questi ebbe su Buckley. Le quasi due ore di musica mostrano la padronanza del canto di Buckley, particolarmente evidente grazie a un arrangiamento minimale. Molti i momenti estesi che lasciano senza respiro: The Earth Is Broken (7 min.), Who Do You Love (9 min. e mezzo), Love from Room 109/Strange Feelin’ (12 min.), la versione estesa di Hallucinations (oltre 7 min.), Dream Letter/Happy Time (9 min.e mezzo), il brano tradizionale Wayfaring Stranger/You Got Me Runnin (13 min.). Al momento della pubblicazione 6 di questi brani erano completamente inediti. Dream Letter è così non solo una testimonianza dal vivo, ma un eccellente completamento della discografia. Sempre del 1968 esiste anche la documentazione dei Copenhagen Tapes (2000), che contengono una clamorosa versione di quasi 22 minuti di I Don’t Need It To Rain.

Molto meno peculiari le Peel Sessions (1991), che contengono appena 23 minuti di musica, peraltro riproposte con altri due brani in Morning Glory (1994). La vera alternativa a Dream Letter arriva con Live At The Troubadour 1969 (1994), più “umano” nei suoi 78 minuti ma comunque capace di mostare tutta l’arte sopraffina di Buckley. Inedite la jazzata e funky Venice Mating Call, strumentale, e la lunga I Don’t Need It To Rain (11 min.), un canovaccio di musica nera su cui far volteggiare il canto di Buckley. Sensazionale la versione da 14 minuti e mezzo di Gypsy Woman, che fa coppia con una Nobody Walkin che passa da 7:35 a 16:05. Solo questa testimonianza live fotografa l’entrata di Buckley nel suo periodo più Jazz e sperimentale, e registra l’autore al suo apice vocale.

Honeyman: Live 1973 (1995) racconta infatti un momento di trasformazione diverso, quello verso l’erotico Funk e Soul di fine carriera. Rimane un performer eccezionale, che dilata e rimodella anche questi brani piuttosto canonici per piegarli al virtuosismo e la creatività canora.


Discografia

Studio

Tim Buckley 1966 6,5
Goodbye And Hello 1967 8
❤ Happy Sad 1968 9
Blue Afternoon 1969 8
❤ Lorca 1970 9
❤ Starsailor 1970 9
Greetings From L.A. 1972 7
Sefronia 1973 5
Look At The Fool 1974 5

Live

Dream Letter: Live In London 1968 1990 8
Peel Sessions 1991 5
Morning Glory 1994 5,5
Live At The Trobadour 1969 1994 8
Honeyman: Live 1973 1995 6,5
Copenhagen Tapes 2000 8
Live at the Folklore Center 1967 2009 7
Annunci

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...