Microphones – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

philelverum

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Phil Elvrum nasce ad Anacortes, Washington, e non ha mai utilizzato il suo nome per i propri progetti musicali. A nome Microphones ha esplorato l’Indie-Rock e il Folk-Rock con fare malinconico e un certo gusto per la stravaganza. Dopo alcuni lavori amatoriali, esordisce con Don’t Wake Me Up (1999), che fonde le melodie più fragili ed emotive con l’elettricità del Rock più sgraziato e distorto, sin dall’iniziale Ocean 1 2 3. Colpisce la fantasia compositiva: si può ascoltare nel medesimo album tanto la liturgica Here With Summer quanto l’allucinata cacofonia di I’m Getting Cold; dalla ballata anemica di I’ll Be In The Air a quella Shoegaze di Don’t Wake Me Up. Lo-fi, amatoriale, sconnesso e incompleto, questo esordio ufficiale è comunque una dimostrazione del potenziale di Elvrum come compositore atipico di Indie-Rock e rappresenta il primo capitolo di una carriera a nome Microphones che lascerà un profondo segno nella music di inizio millennio.

Il seguito It Was Hot, We Stayed in the Water (2000) è meno approssimativo ma non meno ossimorico. Sand, con un ritmo Country e una melodia commovente, è un episodio tanto breve quanto toccante. All’opposto c’è The Glow, 11 minuti che diventeranno poi lo spunto per il terzo album: un’avventurosa composizione che parte dal Folk e lo trasforma in una jam Psych-Rock che sfocia nel cacofonico e quindi nell’atmosferico. Nonostante ogni tanto si abbia l’impressione che siano poco più che giochi dell’autore (Drums), sono comunque divertissment che donano spunti fantasiosi, anche un po’ freak. Lo spirito dell’esordio è rimasto, anche se l’effetto sorpresa si è un po’ sopito.

Il terzo The Glow Pt.2 (2001) è un compendio di 20 brani dove si erge a reincarnazione dei Magnetic Fields per la generazione fra i due millenni. Il soffuso e commovente Folk di I Want Wind To Blow scopre una dostorsione nel finale inaspettata, mentre la title-track apre con un arrembaggio degno dei Sonic Youth per poi trasformarsi in un gioiello incatalogabile, con chitarre distorte che si confrontano con organi liturgici. Non è però un caso isolato, visto che molte composizioni si evolvono in modo imprevedibile, forti di arrangiamenti sopra le righe.

Moon sussurra sconsolata in un turbine musicale reso pigro dai fiati malinconici. My Roots Are Strong And Deep potrebbe passare come nenia acustica, salvo per le distorsioni cacofoniche che la minacciano. Instrumental scopre un lato cameristico. Le due (Something) al centro dell’album sono meri esperimenti rumoristici, apprezzabili nel contesto dell’opera come l’ennesimo frammento del puzzle. Map stordisce con una distorsione assordante, poi si lancia in una marcia, in una danza d’altri tempi perturbata da un momento di caos psichedelico. I Want To Be Cold sommerge una desolata canzone di Rock anemico sotto un bombardamento a tappeto di Hardcore Punk foratimpani, coniando un trucco in parte ripetuto con I Felt My Size. Ancora più violenta è Samurai Sword, come se Big Black facesse di tutto per non far sentire nulla di una canzone strappalacrime. Opera contraddittoria e finanche dispersiva, The Glow Pt.2 è un viaggio nelle possibilità dell’Indie-Rock che si staglia sulla concorrenza del periodo. Contiene diversi episodi che acquisiscono un proprio peso solo se calati nel contesto di una sfilata di venti brani, un puzzle imperfetto i cui pezzi non si incastrano mai perfettamente. Gli otto minuti finali di My Warm Blood, quasi completamente silenziosi, suonano però soprattutto come autoindulgenza.

Il successivo Mount Eerie (2003) supera quanto fatto dall’album precedente, con una delle opere più ambiziose del periodo e una dimostrazione sfacciata di creatività. La storia di Phil Elvrum che vaga in territori pericolosi, viene ucciso da uno spirito malvagio, mangiato dagli avvoltoi e infine ascende nel cosmo. Album psichedelico, allucinato, sperimentale e scurissimo, Mount Eeerie conta appena cinque brani per 41 minuti totali ed è diviso in 5 capitoli. Il primo, The Sun, totalizza 17 minuti totali: 3 minuti di lugurbi droni perché arrivi un ritmo frammentato, un Hip-Hop stravolto che muta in un ipnotico pattern tribale, quindi in una danza Folk febbricitante, ormai assordante all’altezza dell’ottavo minuto; esplode tutto prima dell’11esimo minuto, arriva la voce a riecheggiare nel vuoto, quindi in frammenti musicali che ricordano gli album lugubri e disorientanti di Scott Walker; finale esplosivo e assordante. The Sun è uno dei pezzi più ambiziosi del periodo, forse il più ambizioso dell’intero Indie-Rock. Solar System, il secondo capitolo, apre in una tempesta di rumore bianco ma poi si adagia in un Folk da tramonto nostalgico, mentre Universe è un pachiderma di distorsioni mostruose, batteria compressa e voci ectoplasmatiche, come se i Red House Painters fossero diventati una band astratta e psichedelica. È quest’ultimo brano un altro vertice, un’avventurosa divagazione sperimentale sul tema Indie-Rock. Mount Eeerie (9 min.) è un collage di brani completamente differenti: desolante in apertura, poi Funky e distorta, Folk e lo-fi, inquietante e cinematografica, infine meramente rumorosa. Si chiude con Universe (quinto capitolo, con nome uguale al terzo), un coro liturgico con contatti Jazz. Opera di grandiosa fantasia, complessa e multiforme, Mount Eerie è uno dei capolavori di inizio millennio, che vanta in apertura una delle composizioni più sperimentali che il Rock abbia prodotto negli anni 00.


Discografia

Don’t Wake Me Up 1999 7,5
It Was Hot, We Stayed in the Water 2000 7
The Glow Pt.2 2001 8,5
❤ Mount Eerie 2003 9
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