Thundercat – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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A raccontare che Stephen Bruner era il bassista dei Suicidal Tendencies, istituzioni del crossover fra Thrash e Punk, non è facile immaginare come suoni la sua musica solista e soprattutto è quasi impossibile immaginarla come poi è realmente. Già la sua collaborazione con uno dei più grandi artisti degli anni Zero, Flying Lotus, in Cosmogramma (2010) aiuta a intuire come suona The Golden Age of Apocalypse (2011), un abum intriso di Funk, Soul e profumi Fusion. Lussuosi arrangiamenti in cui i synth hanno un ruolo centrale, dove i ritmi ballabili sono stati riassemblati con fantasia cubista o rievocati con nostalgico amore. Anche l’aspetto psichedelico, pur da una prospettiva black music, è ben presente, con For Love (I Come Your Friend) che suona come un’avventura fra Fusion e Prog-Rock, un po’ Canterbury Sound. Il Funk mutante di It Really Doesn’t Matter To You è uno dei momenti centrali, ma la sfilata di ricordi vintage, assemblaggi Hip-Hop e momenti più tipicamente Jazz è un’incessante tempesta di spunti musicali.

Visto che funziona, la formula è ripetuta anche in Apocalypse (2013), che si concede anche il più orecchiabile momento di Heartbreaks + Setbacks, una lussureggiante produzione Electro-Funk che si dimostra di rara creatività pur mantenendosi godibilissima. Il ballabile cosmico di Special Stage, la citazione dei Gentle Giant in Seven, la libertà strumentale di Lotus And The Jondy e soprattutto la suite finale A Message For Austin/Praise the Lord/Enter the Void usano l’elettronica per addensare, mischiare e confondere i confini fra vari stili musicali. Trovare tracce di Frank Zappa, Stevie Wonder, George Clinton, Weather Report e Flying Lotus (che è presente come produttore) in questi primi due album è facile e sempre sorprendente: sembra che il Neo-Soul abbia trovato il suo assemblatore, musicofilo invaghito del passato ma non impaurito dal rileggerlo e stravolgerlo in chiave contemporanea.

Il terzo album, Drunk (2017), è quello più autobiografico e, come il titolo suggerisce, ubriaco. Dal freak canterburyano di Captain Stupido, aggiornato però alle produzioni di Flying Lotus, ci si lancia nell’esuberante imitazione di Squarepusher in Uh Uh e la filastrocca acida i Bus In These Streets riporta alle allucinazioni anni 60. In un erotismo sudato con A Fan’s Mail e in un Quiet Storm contemporaneo come Lava Lamp si esplica l’aspetto più sensuale della musica di Thundercat, non meno conturbante in Jethro – Show You The Way, nono brano, sembra anche il primo pezzo pensato per realizzarsi anche senza collegarlo al flusso stilistico dell’opera: un Funk da soft-porn che introduce la collaborazione di grido con Kendrick Lamar in Walk On By, deus ex machina che toglie l’album dall’abisso di pigra carnalità in cui rischierebbe di scivolare.

Fortuna che Blackkk, forse il capolavoro del basso di un album che conta un numero strabiliante di linee di basso da antologia, svegli dal torpore, così che rinfrescati e riposati si possa ballare nel Synth-Funk di Tokyo. Riempire la pista si può, con Friend Zone, l’ideale singolo da estrarre da un album difficile da sezionare nel suo inarrestabile progredire. Dimezzata la velocità con Them Changes, con il testo più curioso “Nobody move, there’s blood on the floor/ And I can’t find my heart”, Wiz Khalifa prova a destare di nuovo l’ascoltatore dal rischio di abbandonarsi alla morbidezza di alcuni frangenti, riuscendoci a metà in Drink Dat. Gli ultimi cinque brani sembrano un’unica avventura allucinata, erotica e incoerente, un’ideale suite di Neo-Soul sperimentale.

Certo i primi due album hanno delineato lo stile del Thundercat solista, ma Drunk suona come un lungo viaggio in 23 brani che, pur assopendosi qua e là in dilatazioni morbide e avvolgenti, premia l’ascoltatore attento con arrangiamenti di classe, letture contemporanee di modelli classici e con meravigliose, creative, sempre differenti creazioni al basso.


Discografia

The Golden Age of Apocalypse 2011 7
Apocalypse 2013 7,5
Drunk 2017 8
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