Sonic Youth – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Thurston Moore (chitarra e voce), Kim Gordon (basso, voce e chitarra) e Lee Ranaldo (chitarra e voce) formano insieme al batterista Steve Shelley (che entra dopo dal 1986 per rimanere in pianta stabile) la band modello dell’intero Rock alternativo statunitense: i Sonic Youth. Partiti dal ruolo centrale della chitarra, hanno stravolto la forma tipica della canzone Rock, ampliandone esponenzialmente le possibilità grazie a un continuo, spesso puramente sperimentale, utilizzo di tutti i suoni che lo strumento potesse produrre, con una sadica passione per i rumori più truci, angoscianti, distorti e malati.

Profeti dell’attitudine Punk (secondo Moore i Minor Threat sono “the greatest live band I have ever seen”), che ripropongono però da un’angolazione d’avanguardia, sono stati capaci di minare dall’interno il brano tipico del Rock, con testi alienanti, di psichedelia malsana, completati da arrangiamenti lugubri, violenti, psicotici o claustrofobici. Un senso generale di tedio esistenziale traspare dalla loro musica, come se la dimensione più intellettuale della loro musica fosse solo l’estetizzazione di una noia di vivere inestinguibile. Poeti decadenti di una New York inumana, ne interpretano i suoni con due livelli di lettura: la mostruosa, percussiva fusione di clangori e cacofonie è tanto la mimesi dei suoni della megalopoli quanto, in astratto, la sinfonia del collasso psicologico degli uomini che la vivono.

Se fosse necessario attribuire ai Sonic Youth un unico merito, il maggiore, allora hanno rifondato l’uso della chitarra nel Rock, usando strumenti con accordature atipiche, “preparando” gli strumenti, effettuando ogni tipo di esperimento timbrico e sfruttando al massimo l’interazione di più chitarre. Spesso la band ha viaggiato in tour con numerosi strumenti, fino a soffrirne in termini organizzativi, perché ognuno era utilizzato per pochi brani, in modo da ottenere all’interno dei concerti suoni sempre diversi.

Reinterpretando la violenza degli Stooges, lo spirito nichilista dei Velvet Underground, la depressione nervosa dei Public Image Ltd e prendendo spunto dalle sperimentazioni chitarristiche di Glenn Branca, i Sonic Youth hanno creato la ricetta del malessere urbano, lo stesso che poi sarà protagonista di tanto Rock chitarristico degli anni 80 e 90.

Confusion Is Sex (1983) è una sequela di sevizie strumentali, perpretrate in un clima tragico. (She’s In A) Bad Moon è un magma distorto che ondeggia inquieto, Protect Me You una danza funebre fra rintocchi mortiferi. Si scorge sempre lo scheletro del Rock, ma atrocemente deformato, come in The World Looks Red o nel capolavoro Confusion Is Next, rallentata fino a sfibrarsi, mentre il testo suona come il manifesto dell’intera carriera: “confusion is next and next after that is the truth”. Quando manca la voce, il quadro diventa agghiacciante: l’industriale colonna sonora della crisi di nervi intitolata Lee Is Free è l’orrore fatto musica, un incubo fatto di allucinazioni aberranti e un magistrale trattato di sperimentazione sulla chitarra Rock.

Bad Moon Rising (1985) compie una distorsione, in tutti i sensi, del Rock canonico molto più meditata, ma non meno feroce. In sostanza, la sperimentazione è innestata sulla tradizione, la corrompe dall’interno. Per esempio c’è più ritmo, sin da Brave Men Run, a recuperare una fisicità che era spesso assente nel cervellotico esordio: ma è un balletto nervoso e teso, che subisce bombardamenti a tappeto di distorsioni e tribalismi indemoniati. La noia e l’angoscia guidano Society Is A Hole, un lago di distorsioni infette. Quando anche la forma si estende, è l’occasione per rileggere la psichedelia tribale sprofondando nell’abisso più nero (gli 8 minuti e mezzo di I Love Her All The Time, il “negativo” della canzone d’amore). In Ghost Bitch il Rock s’è ridotto a una serie di scorie cacofoniche, un mostro incoerente che infine si muove scoordinato e orribile. Non c’è tregua, il viaggio all’inferno prosegue con I’m Insane (7 min.), chiusa da interferenze spaccatimpani: è il margine estremo della cacofonia. Dissipato il disordine in un desolante silenzio, Death Valley ’69 recupera energia Hardcore Punk, anche grazie a Lydia Lunch, ma poi si sfalda come un cadavere marcito, ricomponendosi come in un orribile spettacolo di zombie. L’attacco all’ascoltatore è totale, quando non si fiaccano i timpani allora si disorienta, traumatizza la mente a suon di incubi impenetrabili ed esoterici come Satan Is Boring. Al Rock moribondo di Halloween spetterebbe solo una liberatoria eutanasia, che concluda l’agonia atroce. Tutt’altro che liberatoria, questa sinfonia del terrore sotto forma di album Rock si chiude con un gorgo spaziale nerissimo come Echo Canyon. Forse nessuno aveva composto ancora musica Rock così brutta.

La sfida, dopo aver esplorato il fondo dell’abisso del Rock, è stato quello di risalire dalle profondità e ritrovare pian piano la strada verso la luce. Dopo aver fatto detonare la musica dall’interno, assaltandola con fluidi velenosi e cacofonici, il processo di corruzione diventa sempre più sottile nelle opere successive. Inizia un percorso che, dalla sperimentazione apocalittica di Bad Moon Rising, risale la china fino a ricostituire un nuovo modo di fare “guitar rock”, che ingloba in modo sempre più elegante le soluzioni avanguardistiche degli esordi. Ogni passaggio del percorso è una nuova, entusiasmante tappa di questa rifondazione del Rock. Avendo dato fondo alle più turpi soluzioni armoniche nell’opera precedente, da qua in poi i Sonic Youth iniziano a sviluppare una poetica cacofonica che scorre parallela al resto della carriera. Evol (1986) inizia con un magistrale manifesto stilistico come Tom Violence, che è la loro versione di una ballata Folk/Rock: apre lenta e malinconica, poi scorie radioattive di chitarra la decompongono prima che trovi miracolosamente la forza di ricostituirsi e procedere, a passo cadenzato e solenne, fino alla conclusione. Per esempio la lussuriosa Shadow Of A Doubt è puro erotismo esotico (ma usando le chitarre come strumenti etnici!), salvo scivolare nel nero pece al centro. Starpower è New Wave lugubre che si scioglie, risorgendo poi da una danza tribale. L’Hardcore di In The Kingdom #19 è riletto come un recitato espressionista. Ogni brano è una versione malsana di un modello musicale Rock, una serie di classici riletti da dei terroristi del suono che sono capaci delle più indicibili sevizie ai loro strumenti: e sono ottime dimostrazioni in questo senso lo strumentale Death To Our Friends (che titolo!) e Secret Girl. In chiusura uno dei vertici del Rock del periodo, Expressway to Yr. Skull: 7 minuti abbondanti che mettono insieme lo spleen tragico dei Joy Division, il suono da eroinomani dei Velvet Underground e soprattutto un crescendo che diventa vortice, gorgo devastante, per poi fluire nuovamente verso un’apatica ballata che si decompone nel buio; coda da antologia, fra droni industriali e rintocchi funebri. Trivia: il brano è indicato con durata infinita, visto che l’ultimo solco del vinile si ripete prolungando in eterno l’agonia sonora. Mettendo insieme i frammenti della musica che Bad Moon Rising ha raso al suolo, Evol segna una traiettoria di sviluppo e conferma lo spirito sperimentale della band, che a dispetto del suono caotico esegue con precisione ingegneristica le proprie “detonazioni controllate”.

Sister (1987) stempera la depressione e l’ansia in formule ancora meno esplosive, portando alla luce la terribile malinconia di Schizophrenia, che poi si scatena in una cavalcata psichedelica, e di Beauty Lies In The Eye, una trenodia onirica degna di Nico. La desolazione traspare in Pipeline/Kill Time quando si dirada l’assalto sonico e conquista, con sfumature desolanti, Pacific Coast Highway. Cotton Crown applica l’alluvione distorsiva a una ballata desertica. La sfida più ambiziosa non è tanto nelle nuove versioni Noise-Rock di classici modelli musicali, come è il caso di Catholic Block, in costante e precario equilibrio sul mare di rumore, o Stereo Sanctity, vorticosa esplorazione tribale che accumula una tensione insopportabile senza esplodere mai completamente. Piuttosto negli avvicinamenti alla melodia Pop, dentro alla quale sono iniettate le turpi sperimentazioni chitarristiche in modo mimetico, come in Tuff Gnarl, con chiusura in climax ascendente da infarto. Opera di transizione, Sister continua ad allontanarsi dalla sperimentazione sonora degli esordi, dalla No Wave più oltranzista e dal rumorismo senza compromessi per spostare le contaminazioni cacofoniche sempre più sotto la superficie: se Bad Moon Rising è uno lavoro di forti contrasti, che strattona e sconvolge l’ascoltatore, questa volta la corruzione del Rock è più subdola.

La consacrazione finale arriva con Daydream Nation (1988), un album che rappresenta un Rock che invece di nascere dalla tradizione nera si costituisce di sperimentazioni piegate all’immediatezza ritmica, all’impatto emotivo e alla spettacolarità. Dal Noise al Pop, passando per il Rock, i Sonic Youth tirano le fila da veri esperti della storia del Rock, con il mestiere di consumati strumentisti e l’estro creativo dei rivoluzionari. Per farlo ricorrono a un formato insolitamente imponente: 71 minuti totali e ben 4 brani sopra i 7 minuti. Ai contrasti esplosivi degli esordi è stata sostituita una scrittura fluida, che con fare progressivo congiunge universi stilistici lontani anni luce, fa sfogare le pulsioni strumentali e sperimentali a margine di brani chiaramente riconducibili ai modelli tradizionali, soprattutto quelli del Post-Punk e dello Psych-Rock.

Il capolavoro nel capolavoro è Teen Age Riot (7 min.): il canto asettico di Lou Reed incorniciato in un’avventurosa e arrembante cavalcata chitarristica, con malinconiche parentesi melodiche. Un Hardcore melodico come Silver Rocket si fa sorprendere da una cascata di distorsioni, come se qualcuno avesse fatto esplodere i Bad Brains. Sprawl (quasi 8 min.) è divisa fra il buio della Dark Wave, la febbricitante tensione di Siouxsie And The Banshees e un più umano “guitar rock” pirotecnico, almeno fino a quando non si liquefa in un raga dissonante. ‘Cross The Breeze (7 min.) apre trasognata e splode come un brano Thrash Metal invaghito del Noise-Rock, solo per dimostrare la vicinanza dell’Heavy Metal estremo con il Voodoobilly dei Gun Club e la nevrosi dei Feelies: non c’è virtualmente stile chitarristico che la band non riesce a fare suo, stravolgere e rileggere. Velvet Underground e Rolling Stones si fondono in Total Trash (7 min. e mezzo), con vertici di estremismo degni di Sister Ray. La band scompone anche la struttura dell’Hardcore, in modo non troppo dissimile da quanto poi faranno i Fugazi, in brani come Hey Joni e vira al nero assoluto il Pop con Kissability, agghiacciante inno di perversa sensualità che deflagra in una tempesta incendiaria. In chiusura una composizione in tre parti, Trilogy: 14 minuti totali. La prima parte, The Wonder, punta tutto sul ritmo e sulla tensione, aprendo per Hyperstation, una delle più intense esplorazioni sonore dell’ansia che rievoca il clima tragico degli Stooges senza nessuna liberazione violenta, incanalato in un tessuto di ripetizioni, sussulti e clangori. Per chiudere, l’orgasmo di Elimination, Jr., riduzione Hardcore della tensione costruita nelle due parti precedenti e definitivo amplesso, troncato, dopo tanta punitiva e ossessiva ansia.

Ormai padroni di tutti i linguaggi del Rock decadente, desolante e malinconico, i Sonic Youth li rileggono con consumata professionalità e certosina precisione in un’opera imponente, forse la più importante per il Rock chitarristico degli anni 80 e 90. L’album è salutato come un capolavoro dalla critica: Rolling Stone “the definitive American guitar band of the Eighties at the height of its powers and prescience”; Robert Christgau “a philosophical triumph”; Record Mirror “the best band in the universe”. Nel 2002 Pitchfork inserisce l’album al primo posto nella classifica dedicata agli anni 80. Non è difficile intuire che Kurt Cobain lo abbia elencato fra i suoi album preferiti di tutti i tempi: il Grunge deve più di qualche spunto alle esplorazioni sonori dai forti contrasti dei Sonic Youth. Qualcuno apprezza anche i sottotesti politici e sociali dei brani, mai così impegnati a criticare la desolante vita contemporanea: è solo un nuovo livello di lettura per una musica che è già fisica e intellettiva, epidermica ed estetizzante. Fondamento del Rock alternativo americano, Daydream Nation è il definitivo approdo nell’Olimpo del Rock.

Il primo album per una major, Goo (1990), non registra un suono tanto più smussato. La band morde ancora al collo l’ascoltatore, anche quando con una Dirty Boots in apertura sembra aver rinunciato ai decibel: è sempre più un sussulto al cuore, un gioco di tensione ed epica, con scarsa affinità al terrorismo anarchico di un tempo.

E sempre Dirty Boots, che chiude con una coda da Pink Floyd, basta a confermare l’incredibile ampiezza stilistica delle loro soluzioni. C’è ancora spazio per un brano esteso come quelli ritmici di Daydream Nation: Tunic (Song For Karen), recitata come Nico ma sospinta da una calvacata degna di un Neil Young al doppio della velocità.

E pur a fronte di pezzi insolitamente vivaci come Kool Thing e soprattutto Mary-Christ (dei Replacement rivisti in versione rumorosa), persino momenti al limite del demenziale come il call-and-response di My Friend Goo, la band tira una zampata devastante in Mote (7 min. e mezzo): nevrotica avventura ritmico-elettrica che dondola fra violenza e malinconia, spezzata da turpi eccessi cacofonici che ribadiscono quanto l’abisso nerissimo continui a minacciare l’ascoltatore.

Gli incubi sono dietro l’angolo, così in Mildred Place si rischia di saltare dalla sedia. Titanium Expose chiude con il loro brano più spettacolare, seguendo l’estetica pirotecnica più degli AC/DC che dei Velvet Underground: l’ideale chiusura di un’opera che istituzionalizza e rende ancora più potabile il loro Rock decadente, rumoroso e minaccioso.

Opera minore solo se collocata nella striscia positiva di album della band, Goo non prosegue l’evoluzione portentosa ma piuttosto cementifica il dominio nel mondo della musica alternativa, con un po’ di sadico divertimento a condire il tutto.

Su Dirty (1992) invece le concessioni ad un pubblico più ampio si sentono chiaramente, sin dall’iniziale 100% e poi soprattutto con Sugar Kane, che ricorda Neil Young e Bruce Springsteen. E ritorna anche la vena psichedelica in Theresa’s Sound-World, chiusa in modo sommesso.

Certo rimangono i Sonic Youth, capaci di suonare un Grunge più lercio dei Mudhoney in Drunken Butterfly o prodigarsi nell’erotico malsano di Shoot, facendo esplodere Wish Fulfillment da una pozza allucinata di miagolii di chitarra. On The Strip si sfalda e poi, dopo un’orgia assordante delle loro, rimette insieme i cocci per un finale malinconico. A metà album un vertice dell’intera carriera, Orange Rolls Angel’s Spit, Noise-Rock fuso al Grunge che vive momenti di intensità spasmodica, con urla a pieni polmoni e cori grotteschi: è horror musicale. JC rilavora sulla ballata elettrica, qua in versione litania pesantemente dissonante. Certo la band capitalizza sulla propria storia in Dirty, il secondo album in cui si lima, si ripropone e si affina una serie di intuizioni già ben sviluppate in passato. In certi momenti la componente sperimentale e cacofonica sembra ormai istituzionalizzata in una serie di gesti musicali catalogabili: il feedback, il fendente distorto, la coda rumorosa oppure la potente carica ritmica con tutti gli strumenti a “battere” il medesimo ritmo. Sicuramente l’album più facile per iniziare ad ascoltare la band.

Il primo album minore la band lo pubblica solo nel Experimental Jet Set, Trash And No Star (1994), ovviamente il loro più grande successo commerciale. È la fine di un’epoca. Depotenziati come non mai (Winner’s Blues, Bone, Quest For The Cup, Doctor’s Orders, Tokyo Eye) o impegnati a ripetersi (Bull In The Heater, Starfield Road, Screaming Skull), non riescono neanche con la lunga Sweet Shine (8 min.) a piazzare la zampata da esperti del Rock rumoroso.

Il più conservativo e sedato dei loro album segna la fine del periodo maggiore, quello creativo e rivoluzionario. Rimangono giusto alcuni assi nella manica, quelli di Washing Machine (1995), un testamento stilistico ben più consistente. In primis, tornano gli sfoggi chitarristici che hanno costituito lo scheletro dell’intera discografia: un dizionario sconfinato di turpi tecniche rumoristiche, dosate con eleganza e precisione, anche mimetizzate in brani tutto sommato canonici, come Becuz e Junkie’s Promise. C’è persino un momento trasognato e sessantiano come Little Trouble Girl, vicino al Blues Rock disciolto di No Queen Blues, la versione “terminale” di Neil Young.

I brani meno convincenti sono quelli dove i rumoristi scelgono strade più melodiche, come in Unwind, puntando fin troppo sul canto. Due i brani che meritano posto nel canzoniere maggiore: Washing Machine (9 min. e mezzo), la versione brutale delle ballate progressive di Daydream Nation e soprattutto il compendio dell’intera carriera, The Diamond Sea (20 min.), la loro paradossale Stairway To Heaven, dalla ballata malinconica verso il Noise spaccatimpani, con un arsenale di soluzioni chitarristiche atipiche messe in fila dalla coppia di guitar-hero più rumorosi del Rock.

A Thousand Leaves (1998) mette insieme il lato sperimentale (Contre Le Sexism, Heather Angel) e quello più legato alla canzone, rivista in chiave Noise-Rock (Sunday, French Tickler, la ballata Folk mutata di Hoarfrost). Ma sopra a tutto questo, che è tutto sommato ordinaria amministrazione, svettano le jam cacofoniche che ereditano l’idea di base da The Diamond Sea: una versione Psych-Blues con Hits Of Sunshine (11 min.), che si gingilla son gli effetti e cerca una via Funk al Noise; una variazione di psichedelia atmosferica in Snare Girl; l’Heavy Metal masticato e riproposto in Female Mechanic Now On Duty (8 min.) secondo un intellettuale gioco post-moderno; la versione intinta negli acidi di Teen Age Riot con Wildflower Soul; Karen Koltrane (9 min. e mezzo), a riacchiappare gli studi avanguardistici di inizio carriera e la meccanica industriale, ossessive e angosciante, ricollegandola al Rock intimista. Pur confermando che il periodo maggiore si è concluso, A Thousand Leaves ribadisce lo sconfinato bagaglio artistico della band, che ha trovato nella forma estesa nuove possibilità stilistiche, scorrazzando in lungo e in largo nella propria discografia e azzardando qualche nuova strada.

Per il successivo NYC Ghosts & Flowers (2000) la band mette in mostra l’amore per la poetica beat e ritorna agli strumenti preparati di John Cage, già sperimentati agli esordi. Entra nell’orbita della formazione anche Jim O’Rourke. Nonostante sia il più parlato e recitato dei loro album, le distorsioni e le chitarre rimangono prepotentemente protagoniste, combustibile da utilizzare per incendiare queste composizioni adatte più da museo d’arte contemporanea che da palco Rock. È un tentativo di ritornare nell’universo delle avanguardie, ma in realtà c’è poco che non sia già stato sperimentato in passato nei territori sperimentali e che sia invece proposto qua dalla band. L’album, clamorosamente, ricevette su Pitchfork un sonoro 0.0/10.

Murray St. (2002) torna invece al formato classico, sempre sulla scia lunga di Daydream Nation. Jim O’Rourke al basso e chitarra è ora una presenza fissa mentre Don Dietrich ai fiati rappresenta una gradita sorpresa in Radical Adults Lick Godhead Style, un’iniezione di Free Jazz selvaggio. Ma, in generale, si naviga mari ben conosciuti: The Empty Page e Disconnected Notice aprono con 11 minuti di tradizione Noise-Rock come da canone, seguiti dall’ennesimo brano-jam (Rain On Tin, 8 min.); nemmeno gli ultimi 11 minuti (Plastic Sune e Sympathy For The Strawberry) aggiungono qualcosa di nuovo a una eccellente discografia. Karen Revisited (11 min.) trova invece una astrazione più Post-Rock che Psych-Rock in cui far galleggiare gli intrecci di chitarre, le tessiture armoniche, ed è la dimostrazione che il suono si è ormai fatto classico, ma la band non si limita mai a ripetersi.

La “variazione” di Sonic Nurse (2004) è quella di suonare leggermente più Pop, senza per questo smettere di essere l’opera degli dei del rumore Rock. Pattern Recognition è un assalto che sembra incredibile per una band con quasi 30 anni sulle spalle, soprattutto per quanto riguarda il cantato velenoso di Kim Gordon, ma non presenta adeguatamente l’opera, molto più orientata al malinconico e all’intimista (Unmade Bed), anche in versione jam (i quasi 8 min. di Dripping Dreams, i 7 min. di Stones e la sensuale I Love You Golden Blue sempre di 7 min.).

Rather Ripped (2006) si focalizza su una versione più docile del loro Noise-Rock che pure è stata sperimentata qua e là nel corso della discografia. La sfida è di continuare a infarcire il tutto di dissonanze, conservando l’assalto chitarristico,suonando tuttavia decisamente più melodici. Si può vedere l’opera come una versione più umile, dimessa, pacata di Daydream Nation, con brani brevi e orecchiabili che non rinunciano al suono tipico della band. Reena, Incinirate e la ballata Do You Believe In Rapture sono un biglietto da visita niente male, la dimostrazione che questo Noise-Rock-Pop è perfettamente padroneggiato dalla formazione, come confermano What A Wastee la lunga Pink Steam (7 min.). Passare dall’inferno assordante di Bad Moon Rising alla malinconia soffusa di Rather Ripped suona come una senile presa di coscienza e un gesto di rassegnazione, un nuovo “livello” di tristezza nella loro musica.

Come si può concludere l’epopea rumorosa di una band che ha continuato sempre a evolversi e a infrangere confini? Impossibile farlo in modo appropriato, così l’ultimo album della discografia, The Eternal (2009) può solo deludere le aspettative di un finale all’altezza della caratura della band. È un’opera “media”, che parla il linguaggio Noise-Rock per cui sono famosi ma che non lo stravolge neanche nei dettagli. Nemmeno Massage The History (10 min.) trova il gran finale che ci si poteva attendere.

La carriera dei Sonic Youth è iniziata nel più truce dei paesaggi urbani, nel più devastato degli stati psicologici. L’esplorazione metodica di questo violento malessere ha poi lasciato il posto a una malinconia sociale, post-adolescenziale e intimista, un’astrazione sonora della nostalgia dei rivoluzionari che hanno compreso quanto fosse impossibile ogni rivoluzione. L’ultima parte della carriera ha, alternativamente, recuperato lo spirito sperimentale di un tempo o ha individuato soluzioni più smussate, addolcite, potabili per veicolare il Noise-Rock. Vista nel suo complesso, la discografia dei Sonic Youth è un caso più unico che raro di una produzione che si estende per più di 30 anni mantenendosi sempre aperta al cambiamento e alla sperimentazione.

 


Discografia

Confusion Is Sex 1983 8
❤ Bad Moon Rising 1985 9
Evol 1986 8,5
Sister 1987 8,5
❤ Daydream Nation 1988 10
Goo 1990 8,5
The Peel Session 1988 8
Dirty 1992 8
Experimental, Jet Set, Trash And No Star 1994 6
Washing Machine 1995 7,5
A Thousand Leaves 1998 7,5
NYC Ghosts & Flowers 2000 6
Murray Street 2002 7
Sonic Nurse 2004 6
Rathed Ripped 2006 7,5
The Eternal 2009 6
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