Doors – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

the_doors_long.jpg

Doors su Spotify

I losangelini Doors, con il nome preso da un libro di Aldous Huxley che citava a sua volta William Blake, sono una delle band più celebrate del Rock. Benché la loro carriera sia durata pochi anni, alcune loro canzoni sono entrate a far parte del canzoniere essenziale dell’ascoltatore di musica Rock, al pari di quelle dei Velvet Underground, dei Pink Floyd, dei Rolling Stones o dei Beatles. L’uomo simbolo dei Doors è anche uno dei frontman più famosi di sempre, Jim Morrison. Poeta, attore, provocatore, istrione e cantante, è lui il fulcro della formazione, quello che trasforma le invenzioni musicali in un’opera al confine fra letteratura e musica, fra teatro e arte performativa. Jim Morrison è in grado di sorreggere con la sua voce le dilatazioni dei brani, guidandone lo svolgimenti fra attacchi psicotici, lugubri sfoggi del suo baritono, sussurri sensuali e penetranti sussulti. Carismatico come forse nessun altro nel Rock, Morrison è un “maudit” edonista, perverso e affascinante, un intellettuale dedito alle droghe e ossessionato dalla morte.

Intorno a lui, tuttavia, ci sono musicisti di grande inventiva. Mentre John Densmore è impegnato a spargere ritmi di matrice Blues e Jazz spicca soprattutto l’avventuroso uso delle tastiere di Ray Manzarek, intento a sopperire all’assenza del basso e contemporaneamente sfruttare tutte le possibilità del suo strumento, ritmico e melodico quando non atmosferico e visionario. Il chitarrista Robby Krieger aggiunge spezie esotiche al sound, oltre a riff Blues e Hard Rock a seconda dell’esigenza.

Questa formazione traghetterà le gioiose fioriture acide del Rock in una spirale che porta dritta all’abisso, secondo uno stile sensuale, erotico, decadente, psicotico e simbolista. Bruciandosi velocemente, i Doors in generale e Morrison in particolare conoscono una breve e folgorante stagione creativa. L’inizio della carriera è di quelli che colpisce inaspettatamente, lasciando la scena dell’epoca sotto shock: The Doors (1967) è uno degli esordi che hanno segnato la via al Rock del periodo. C’è qualche canzone psichedelica (The Crystal Ship e Take As It Comes) e qualche meno canzone poco impegnativa (Twentieth Century Fox, Back Door Man e I Looked At You), brani che risultano minori soprattutto se paragonati ai capolavori dell’album. Da segnalare anche una divertente rivisitazione di un classico di Bertold Brecht in Alabama Song (Whisky Bar).

La storia si fa altrove, in due brani brevi e due estesi. Il primo brano breve, meno di due minuti e mezzo, è Break On Through (To The Other Side): un Blues elettrico che esplode con carica attribuibile più al Punk e all’Hard Rock, sospinto dalla chitarra ruggente e dalla voce di Morrison che troneggia su tutto, capace di riempire gli spazi e alternare i registri magistralmente; ruggisce fino alla mimica orgasmica del finale, poi destinata a diventare una costante della loro musica (la musica cresce fino all’estasi e poi si spegne). L’altro brano breve è la languida avventura al termine della notte di End Of The Night, un sonno funebre che si colora dei colori del trip, grazie all’organo liturgico e la chitarra sognante. I due brani estesi sono entrambi capaci di scardinare il modello musicale dell’epoca. Light My Fire è un delirio tastieristico di oltre 7 minuti, un’avventurosa esplorazione delle possibilità sonore della band, una jam allucinata dove anche la chitarra s’immola, sempre in un clima fra danza caraibica e celebrazione apocalittica (peraltro suggerita nel breve testo). E proprio l’apocalisse, o meglio la fine, è il tema di uno dei più incredibili esperimenti sonori che il Rock abbia conosciuto, un tentativo di fondere musica mediorientale, teatro, canzone e psicanalisi tramite un testo simbolista dalle sfumature erotiche, perverse e inquietanti: The End (quasi 12 min.) è non solo il capolavoro dei Doors, ma uno dei massimi capolavori della musica Rock, uno dei vertici visionari e la definitiva consacrazione di Morrison a frontman d’eccezione, dalle grandiose capacità interpretative. Il verso, auto-censurato, “Mother, I want to … you” è uno dei più memorabili, estremi, provocatori che si ricordino fra tutti quelli mai messi su disco.

Dopo pochi mesi, forse anche troppo pochi per permettere alla formazione di replicare l’exploit dell’esordio, la band torna con Strange Days (1967), che sfoggia arrangiamenti ancora più sofisticati. Strange Days fa rimbalzare la voce di Morrison mentre bave acide avvelenano motivetti circensi. Un nuovo inno, questa volta meno incendiario di Break On Through, arriva con il Blues ammiccante di Love Me Two Times. Ma Morrison ha ancora spazio per le sue avventurose esplorazioni teatral-canore, soprattutto in Horse Latitude, con tutta la band al suo servizio in un paesaggio di selvagge dissonanze. Due nuove canzoni sono interpretazioni di modelli conosciuti fatte da una band d’eccezione: Moonlight Drive, ancora uno show di Morrison con supporto della chitarra; People Are Strange, balletto da vaudeville virato nero dalle liriche alienate. Anche questa volta, è un brano esteso a spiccare su tutto: When The Music’s Over (11 min.), aperta dall’organo e poi fatta esplodere dall’attacco doppio di chitarra e voce, una versione più tradizionalmente Blues e Rock dell’avventura sonora di The End, ma con grande spazio alle allucinazioni strumentali e con una nuova occasione per Morrison di portare all’estremo il suo stile teatrale. Sciamano, messia, angelo e diavolo, sensuale e mortifero, è il gran cerimoniere che si esalta soprattutto quando ha lo spazio e il tempo per alimentare i rituali con il suo carisma.

Proprio in sede live Morrison non conosce confini: nelle versioni dilatate dei brani ha modo di spaziare, sproloquiare e guadagnarsi anche molte attenzioni della polizia. Sul palco è un vero selvaggio, che non disdegna di spogliarsi, sgridare il pubblico, indulgere in simulazioni di sesso orale e tutto un ampio arsenale di gesti sopra le righe.

Di tutto questo, e anche dellla forza prorompente dei primi album, rimane ben poco su Waiting For The Sun (1969). La canzone orecchiabile Hello I Love You trova giusto qualche sussulto sul finale. Morrison sembra sedato, normalizzato, così il resto della band ha occasione di mettersi in mostra: per esempio lo scintillare dell’arrangiamento di Wintertime Love e soprattutto il chitarrismo esotico in Spanish Caravan. The Soft Parade (1969) nasce in un periodo in cui Morrison si dedica sempre più a poesia e cinema. Con fiati e violini i brani diventano sempre più innocui, mentre il Rock sta esplorando territori prima completamente sconosciuti: direzioni opposte. La lunga title-track riduce le avventurose jam incendiarie di un tempo a un esotico girovagare.

Per fortuna Morrison Hotel (1970) inverte la tendenza, tornando allo spirito Blues di un tempo anche se si è ridotto lo spazio per l’anima psichedelica. Roadhouse Blues è un nuovo classico, uno show delle tastiere e della chitarra prima che di Morrison. Proprio Krieger sembra fare la differenza, con suoni più distorti e un gioco di parti con Manzarek che avvicina la band anche agli Iron Butterfly (Waiting For The Sun). Il Funk Rock di Peace Frog e la graffiante Queen Of The Highway svegliano la band dal torpore, ma le esplosioni di un tempo rimangono ben lontane.

 

L.A. Woman (1971) è il vero disco della rinascita, con uno stile elaborato che mischia Prog-Rock e Hard Rock, lasciando da parte la parte allucinata. The Changeling è un robusto Hard Blues, Love Her Madly il nuovo singolo da cantare, dominato da Manzarek. La lugubre L’America, tornando ai cupi presagi di Strange Days. La differenza, anche questa volta, la fanno due brani estesi: L.A. Woman, quasi 8 minuti di locomotiva ritmica con Morrison che ha spazio per dialogare con la chitarra come nei classici neri, mentre flessuosamente la musica si contrae e si estende, rallenta e accelera nuovamente. Ma il capolavoro, una ballata noir da antologia del Rock, arriva solo in fondo: Riders On The Storm, 7 minuti abbondanti in cui Morrison sussurra esoteriche verità, con un lungo assolo centrale che si scioglie in una lunga scala discendente. Torna qua, più docile ma non meno magnetico, il Morrison degli esordi, profeta e leader dalle doti quasi ultraterrene. Peccato che sia anche l’ultima pubblicazione per Morrison: viene trovato morto il 3 luglio 1971 a Parigi, entrando nella leggenda e confermando l’animo di poeta maledetto.

La band maldestramente prosegue la carriera senza Morrison, ma è un fuoco di paglia: Other Voices (1971) soffre l’assenza dello sciamano, del Re Lucertola, come lui stesso si definì, Jim Morrison. Full Circle (1972), con spunti Funk e Jazz, si chiude la carriera. Virtualmente però i Doors continuano a vivere con reunion volatili e soprattutto una serie sconfinata di raccolte, ripescaggi e compilation.


Discografia

❤ The Doors 1967 9
Strange Days 1968 8
Waiting For The Sun 1969 5,5
The Soft Parade 1969 6,5
Morrison Hotel 1970 6,5
L.A. Woman 1971 7,5
Other Voices 1971 <5
Full Circle 1972 5
Annunci

2 thoughts on “Doors – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Isaia ha detto:

    Addirittura 5.5 a Waiting for the sun? nemmeno io lo considero uno dei lavori migliori della band, però sicuramente non così tanto mal riuscito alla fine.

    Concordo pienamente su quasi tutto il resto; reputo solo Morrison hotel ed L.A. woman allo stesso livello (ad entrambi ho dato 7). Ho trovato, inoltre, interessante il lavoro postumo la morte di Morrison del 1978 An american prayer

    Liked by 1 persona

  2. Grazie del commento! Sui lavori postumi non so bene come approcciarmi: sarebbe interessante An American Prayer, che consigli tu e anche tanti altri, ma ci sono anche tanti scarti messi insieme con fini speculativi, e mi piacerebbe ascoltare anche quelli, finendo poi per riempire la scheda di una grande band con giudizi non proprio lusinghieri. Magari An American Prayer lo ascolto e mi tengo l’opinione per me 🙂

    Mi piace

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...