Spoon – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Prendono il nome dal singolo di maggiore successo dei tedeschi Can, gli Spoon, dal Texas. Niente a che fare, però, con il Krautrock della formazione di Tago Mago, visto che l’esordio Telephono (1996) li fa accomunare facilmente ai Pixies e ai Nirvana (Don’t Buy The Realistic, All The Negatives Have Been Destroyed, Claws Tracking, Dismember), a tratti con un piglio più divertente e Punk (Wanted To Be Your, Primary). L’Ep Soft Effects (1997) contiene brani più creativi: Mountain To Sound potrebbe stare nel nervoso canzoniere dei Polvo; I Could See The Dude prende la via della psichedelia; Loss Leaders è una ballata accorata, come quelle che scrivono i migliori Foo Fighters.

A Series Of Sneaks (1998) è un’opera decisamente più orecchiabile, che si è allontanata da Pixies e Nirvana. The Minor Tough è un Rock sofisticato e al contempo radiofonico, una descrizione che si adatta a molti altri brani dell’album. In Car Radio sembrano i Green Day, quelli più divertenti. Quindicesimo brano in scaletta, Laffitte Don’t Fail Me Now, ballata notturna d’atmosfera, che supera e al contempo rimpicciolisce il resto dell’opera. Il finale lo-fi cerca di replicare, con un tocco di Indie-Rock. Più personale dell’esordio, si tratta comunque di un album che ha poco di nuovo da proporre e suona un po’ attempato, con strutture e soluzioni che spesso ricordano i decenni precedenti.

Girls Can Tell (2001) è un altro mondo, un album di elegante, sofisticato Rock dai ritornelli facili da ricordare. È scomparsa la carica chitarristica, la composizione ha preso il posto di protagonista che era prima del sound: arrangiamenti curati nei dettagli, testi meno immediati e produzione cristallina. Everything Hits At Once, malinconica e sensuale, forma insieme alla spigolosa Believing Is Art una coppia d’apertura promettente. Viene anche dettata la linea: ritmo che guida i brani, pathos da Emo-Punk e arrangiamenti che dimostrano una inedita attenzione alla ricchezza. Lines In The Suit si ficca in testa già dal primo ascolto, con il suo ritmo spezzato e il canto triste. Anche la più graffiante The Fitted Shirt trova in un tempo medio la potenza del groove. La seconda metà dell’album sembra però decisamente meno ispirata: molti anni 60, con diversi momenti che paiono appena bozzetti.

Kill The Moonlight (2002) segue la traiettoria di Girls Can Tell, ma spaziando ancora di più fra gli stili e concedendosi più stravaganze. Small Takes sembra un arrembaggio degli Who e degli Stooges, ma rigorosamente senza batteria, se non per qualche intervento nel finale, peraltro ben poco ritmico. The Way We Get By si fa guidare dal pianoforte e l’handclap, ma è ben poco stravagante rispetto al beatbox che propelle Stay Don’t Go. Paper Tiger stravolge il ritmo con effetti disorientanti, la (fin troppo) breve You Gotta Feel It si colora di riverberi e fiati. Anche questa volta diversi brani sembrano abbozzati e involuti, mentre gli arrangiamenti sono tempestati di dettagli atipici ma impiegano poche idee in ogni canzone, inseguendo una nuova essenzialità.

Gimme Fiction (2005) regala gli intarsi rumorosi di The Beast And Dragon Adored e il Rock un po’ Folk e un po’ desertico di The Two Sides Of Monsieur Valentine e prosegue su questa scia nel resto della tracklist. My Mathematical Mind, Merchants Of Soul e Sister Jack giocano ancora con le distorsioni, mentre They Never Got You ha un passo Country. Was It You si gingilla con la psichedelia, ma in giro ci sono molte band che lo fanno negli stessi anni con molta più originalità. In compenso questo stile essenziale e un po’ cacofonico viene esplorato in Ga Ga Ga Ga Ga (2007), che contiene ritornelli graffianti e orecchiabili come quelli di Dont’ Make Me A Target, la kinksiana The Underdog e You Got Yr. Cherry Bomb, lo stravagante ritmo pianistico (senza batteria e basso) in un arrangiamento a dir poco minimale di The Ghost Of You Lingers.

Non sono mai stati canticchiabili e ballabili come in Don’t You Evah, Finer Feelings e soprattutto Rhtm & Soul, che suona come un Post-Punk che farebbe sculettare anche un cadavere. L’atipico Reggae-Rock di Eddie’s Ragga sta in quota freak, ma è un dettaglio di un album che appare molto più equilibrato, fruibile e memorizzabile dei precedenti, pur senza mai riuscire a stupire per creatività né innovazione.

Una maturità artistica che sembra mandata alle ortiche con Transference (2010), spesso retrò e un po’ psichedelico, ma nuovamente confuso. Per esempio The Mystery Zone sembra infiorettare una canzone senza idee da portare avanti a suon di riverberi stupefacenti. I Saw The Light arriva in fondo solo perché si stravolge a metà, anche se non è ben chiara l’evoluzione. Indovinano comunque Who Makes Your Money, Psych-Dub da trip. Quando un passo Disco conquista Nobody Gets Me But You sembra provenire da un album né degli Spoon né della medesima band che ha suonato quelli direttamente precedenti.

They Want My Soul (2014) tributa varie rockstar e popstar, suonando meno derivativo in Inside Out e Knock Knock Knock, più eccentriche negli arrangiamenti. Non c’è nulla di noioso, come invece è accaduto in passato, ma neanche qualcosa che spicchi, che si distingua da tante altre declinazioni del Pop più Rock.

Hot Thoughts (2017) espande l’idea di un Rock ballabile che già è emersa numerose volte nella discografia: l’elegante title-track, la loro versione degli Underworld in WhisperI’lllistentohearit, una nuova mutazione dei Rolling Stones in Do I Have To Talk You Into It, un numero tutto da sculettare come il Rock lussurioso da dancehall di Can I Sit Next To You, un’imitazione dei Kiss in Shotgun e il momento più ipnotico, Pink Up, un gioiello d’atmosfera e sensualità, con visioni psichedeliche e tessiture strumentali raffinatissime, vicine ai ritmi sudamericani.

Chiude l’atmosferico fra New Age e rarefazioni Jazz di Us, un finale che suggerisce nuovi futuri Pink Floyd-iani per la band, capace con Hot Thougths di sfoggiare arrangiamenti ricercati e un’unitarietà stilistica attorno al concetto di ballabile in contatto con il Rock che rende l’album fra i più coesi della carriera.


Discografia

Telephono 1996 6,5
Soft Effects 1997 7
A Series Of Sneaks 1998 6
Girls Can Tell 2001 7
Kill The Moonlight 2002 6,5
Gimme Fiction 2005 6
Ga Ga Ga Ga Ga 2007 7,5
Transference 2010 6
They Want My Soul 2014 6,5
Hot Thoughts 2017 7
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