Nine Inch Nails – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Michael Trent Reznor, nato in Pennsylvania, è il protagonista del Rock industriale con i suoi Nine Inch Nails (abbreviati in NIN), una delle più influenti band degli anni ’90 e una di quelle capace di affiancare al plauso della critica anche un notevole successo di pubblico, soprattutto se si considera la violenza della proposta musicale. Reznor è stato inserito nel 1997 nella lista delle persone più influenti dell’anno dal Times. I suoi Nine Inch Nails sono tenuti in grande considerazione anche da Rolling Stone, che li ha inseriti nella lista delle 100 band più importanti di sempre.

Inizialmente Reznor si improvvisa multistrumentista e registra i primi demo in completa autonomia. L’esordio Pretty Hate Machine (1989) è così un fulmine a ciel sereno. Si potrebbe descrivere l’opera con una raccolta di incubi ballabili: violenza e orecchiabilità, spirito Pop e scorie industriali che si uniscono in assordanti chimere di Depeche Mode e Ministry. Trent Reznor è un lascivo, provocatorio, nevrotico interprete del malessere di fine anni ’80, vittima dell’edonismo tecnologico e del nichilismo urbano. I brani sono attorcigliati in dolorose delusioni, in rabbiose rivendicazioni e in manifestazioni di dolore, ma tutto questo è dissimulato da melodie accattivanti, ritmi ballabili e uno sfarzo nell’assemblaggio proprio della musica Pop. A tratti l’energia distruttiva è incanalata in ritmi febbricitanti, come per Sin o in pose erotiche come in The Only Time.

L’apertura è un uno-due epocale: Head Like A Hole è la bestia malsana Depeche Mode/Ministry mentre Terrible Lie, uno dei capolavori della carriera e di tutto il Rock industriale, è una pop-song interpretata con la violenza cieca di un uomo sul punto di fare una strage. Spogliata del ritmo, tolta la rabbia, questa musica si rivela un gorgo di depressione senza fondo, come testimonia la spettrale Something I Can Never Have, astratto e desolante momento di commozione industriale.

Già nell’esordio Reznor si dimostra magistrale dietro al microfono, capace di trasmettere fra il sussurro e l’urlo tutta l’angoscia e la rabbia di cui un uomo è capace. Usa la voce in modo duttile e creativo, i testi che recita a formare un quadro emotivo disastrato e tormentato. Tutto questo è portato a un portentoso livello di creatività con The Downward Spiral (1994), opera-concept che descrive la discesa agli inferi del protagonista e alter-ego di Reznor, Mr. Self Destruct. Rinnegando la società, l’amore, dio e indulgendo in ogni vizio alla ricerca di una via d’uscita, l’opera si configura come una terrificante rappresentazione della perdita di ogni speranza, fino al suicidio finale, con conseguente rimpianto.

Musicalmente, è come se il sound di Pretty Hate Machine fosse sbocciato, integrando nuove forme e soluzioni, anche irregolari e sperimentali. Il gioco di contrasti è dominante: il sesso violento che si contrappone alla fragilità dell’amore; il sussurro disperato che si alterna all’urlo indemoniato; il lento e il veloce che strattona l’ascoltatore. Opera magistrale nei suoi 14 brani, The Downward Spiral ha comunque alcuni singoli brani che spiccano anche se estrapolati dal contesto.

In primis, l’esplosione di rabbia assordante di Mr. Self Destruct, con al centro un bisbiglio inquietante: un concentrato di potenza che si staglia come uno dei più spaventosi inni nichilisti del periodo (“I am the end of all your dreams”). Heresy è la versione brutale del sound dell’esordio, con folate di rumore bianco e un testo a tema religioso di dolore e disperazione (“He sewed his eyes shut because he is afraid to see/ He tries to tell me what I put inside of me/ He’s got the answers to ease my curiosity/ He dreamed a god up and called it Christianity”). Altro momento maggiore, March Of The Pigs è un mix da infarto di accelerazioni Industrial Metal, cassa-dritta e ironici momenti da ballata pianistica, con una ripartenza al centro da far saltare dalla sedia. La frase “Now doesn’t that make you feel better?” è la sarcastica conferma dell’ennesima sconfitta, dell’ennesimo tentativo fallito di fuggire dalla spirale. Il lato più erotico torna con Closer, il testo più torbido dell’opera (ed è tutto dire!): “I wanna fuck you like an animal/ I wanna feel you from the inside/ I wanna fuck you like an animal/ My whole existence is flawed/ You get me closer to God”. In chiusura una poesia distorta, anche questa ad alto tasso erotico, è l’ennesima dimostrazione del genio compositivo di Reznor e della sua creatività vocale.

Sensazionale anche Big Man With A Gun, come se i Gun Club avessero figliato con i Godflesh. Uno dei più suggestivi incubi industriali che la musica abbia mai prodotto si chiama Eraser, un passo meccanico infarcito di dissonanze e lamenti, con un finale drammatico e ossessivo (“Lose me/ Hate me/ Smash me/ Erase me/ Kill me/ Kill me/ Kill me/ Kill me/ Kill me/ Kill me/ Kill me/ Kill me”). Infine, chiude la canzone della resa, del suicidio e della desolazione: Hurt, la ballata Pop vista dal fondo del baratro nichilista, a cuore aperto e senza più prospettive di rivincita. Il Signor Autodistruzione ha perso tutto, rinnegato tutto e rimane solo, deluso dall’esistenza: “You could have it all/ My empire of dirt/ I will let you down/ I will make you hurt”.

Dopo cinque anni arriva il seguito della discesa all’inferno di Reznor, il doppio album The Fragile (1999). In quasi 104 minuti c’è tutta una nuova serie di possibilità sonore, soprattutto in territori Ambient, più intimisti e dilatati e soprattutto una voce meno presente. C’è una grandeur tutta nuova, un utilizzo dello spazio musicale assente nella “spirale”, come dimostrano The Day The World Went Away, chiusa con un coro Beatles-iano distorto fino all’eccesso e Just Like You Imagined, infernale Heavy Metal da stadio. Ci sono anche più chitarre, come evidenziano The Wretched e We’re In This Together, quest’ultima una rock-song prodotta in modo industriale.

Presenti, ancora, degli sviluppi imprevedibili, come in Pilgrimage quando subentrano suoni da banda anni ’30, ma in generale è tutto più lineare e semplice, votato allo spettacolo più che al messaggio. L’abisso continua a minacciare l’ascoltatore (Where Is Everybody?) e la rabbia è ancora palpabile, nei suoi miasmi malsani (Please, Somewhat Damaged), con una nuova Mr. Self Destruct in Starfuckers Inc., forse il brano più potente dell’intera discografia. In un solo caso Reznor rinuncia all’efficacia immediata, verso un approccio decisamente più severo:  Underneath It All, turbine di frammenti assordanti che atterrisce e spaventa, attanaglia allo stomaco con una tensione insostenibile. Inoltre, la band si riconferma maestra nelle chiusure con Ripe (With Decay), strumentale allucinato, incubo surreale di clangori, pianoforti e ammorbanti insetti malarici che ronzano.

Reznor è diventato cinematografico, immaginifico, pomposo e formalmente attento alla spettacolarità, la potenza e la precisione dei suoi affondi. Per fare tutto questo, utilizza le armi che già maneggiava nei primi due album, in contesti più dilatati e spaziando in lungo e in largo nelle 23 composizioni. The Downward Spiral è una storia, una narrazione che conduce dritto all’inferno personale del suo autore tanto quanto The Fragile è uno spettacolo del dolore, pieno di esplosioni che lasciano stupefatti e di frangenti commoventi che solleticano l’emotività. Da una parte un’opera urgente, devastante e dall’altra uno show industriale e catastrofico, opulento e sovrabbondante. In ogni caso, solo perché preceduto da un simile capolavoro, The Fragile può sembrare un’opera minore.

With Teeth (2005) è l’album di un Reznor diverso, decisamente più pacato e attento ai dettagli più che al messaggio. I sussulti sono ormai pochi, eccezionali: You Know What You Are? è il momento più violento, un frullato di ritmi Metal assassini e urla distorte. Il singolo The Hand That Feeds fotografa bene la normalizzazione, ballabile e innocuo com’è.

A illuminare l’ultima parte dell’opera la tormentata The Line Begins To Blur, incapace comunque di mascherare i limiti dell’opera, soprattutto rispetto al capolavoro The Downward Spiral. La caduta libera di Reznor artista, che curiosamente corrisponde all’emancipazione dalle droghe del Reznor uomo, sembra subire un’inversione di rotta con Year Zero (2007), un parziale ritorno all’estrosità e la rabbia di un tempo, anche spronato dall’opposizione a George W. Bush. E proprio un’energia violenta muove dall’iniziale The Beginning Of The End, Rock intriso di elettronica e industriale che sfocia nel nevrotico balletto Survivalism. Musicalmente si sperimenta un approccio robotico mai tentato dalla band con tanta determinazione, come ben evidenziano Vessel e The Great Destroyer.

In rottura con l’industria discografica, Reznor si toglie uno sfizio Ambient con Ghosts I–IV (2008), una raccolta di 36 brani che sembra semplicemente dare spazio alle idee confuse e atmosferiche del suo autore. Reznor decide di regalare al proprio pubblico The Slip (2008), che fa anche tanto baccano (Letting You, Head Down) ma raramente utilizza quest’arsenale sonoro per fare qualcosa più che un guazzabuglio industrialoide. La lunga Corona Radiata (7 min. e mezzo) è un pezzo che avrebbe fatto la differenza sul precedente Ghosts. Il Blues meccanico e inquietante di The Four Of Us Are Dying  rimane uno strumentale affascinante, ma senza il canto di Reznor la band perde il suo lato più umano, viscerale ed emotivo.

Hesitation Marks (2013) segna il ritorno sulle scene dopo una lunga pausa. L’opera parte con dei brani affogati in un’Elettronica ballabile ma malsana come Copy Of A e soprattutto Came Back Hunted.

Il resto dell’opera però svela anche un’anima molto più docile, che si pone al lato opposto dello spettro Elettro-Industrial, quello più dilatato ed atmosferico (si ascolti Find My Way e While I’m Still Here). In mezzo ci sono tante interpretazioni diverse del sound, tante sfumature differenti. Le più interessanti sono: Disappointed, un veloce ma flebile ritmo che poi esplode al centro in portentosi droni distorti; Everything gioca con il Rock ed il passato della band, alternando Pop-Punk e Industrial assordante; Various Methods Of Escape contorna una ballata con beat Hip-Hop di strati di chitarre distorte, concludendo in un Rock malinconico e vagamente rumoroso; I Would For You è una lunga ballata che lentamente viene sommersa dal ritmo e dalle chitarre. Spesso vengono ripetuti i medesimi trucchi per più brani, come ad esempio la stratificazione cacofonica su ritmi morbidi.


Discografia

Pretty Hate Machine 1989 8
Further Downward the Spiral 1994 7,5
❤ The Downward Spiral 1994 10
The Fragile 1999 8,5
And All That Could Have Been 2001 7
With Teeth 2005 6,5
Year Zero 2007 7,5
Ghost I-IV 2008 5
The Slip 2008 6
Hesitation Marks 2013 6
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