Radiohead – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Radiohead

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Il cantante e chitarrista inglese Thom Yorke conosce il bassista Colin Greenwood, il chitarrista Ed O’Brien e il batterista Phil Selway ad Abingdon, nell’Oxfordshire. Iniziano a suonare insieme nel 1985, ma firma un contratto solo nel 1991. In questa occasione sceglie il nome Radiohead, ispirandosi a un brano dei Talking Heads.

Cresciuti nel decennio del Brit-Pop e dell’elettronica inglese all’apice della sua spinta futuristica, i Radiohead hanno contaminato il Rock con la sperimentazione secondo uno stile sofisticato, mantenendo sempre ben presente il concetto di forma canzone. Hanno agito sulla musica chitarristica con lo spirito contaminante dei Talking Heads e dei Clash, portato avanti con l’eleganza raffinata dei Pink Floyd.

Gli esordi non sono dei più entusiasmanti, mai il suono di Pablo Honey (1993) avrebbe potuto renderli la band di culto che sono diventati per una platea mondiale. Ancora molti i collegamenti ai Pixies, Dinosaur Jr, Smiths e REM, così i nostri tirano fuori brani trascinanti come You e una ballata struggente, generazionale, come Creep, il manifesto del “weird” anni ’90. C’è del puro spirito Pop/Rock in Anyone Can Play Guitar.

Neanche il secondo The Bends (1995) fa il grande passo nel mondo degli dei del Rock. Certamente i brani sono più complessi, anche nel modo in cui sono prodotti. C’è qualche scoria Grunge (The Bends), qualche momento di commozione da Morrissey (High And Dry) e qualche assordante Pop/Rock (Bones). Sperimentano anche qualcosa: in Just, ma nello stesso periodo dei Polvo la loro esuberante chitarra sembra timida; in My Iron Lung, un caotico Grunge disarticolato che sfigura dinanzi alle destrutturazioni selvagge degli US Maple. Yorke sembra soprattutto un cantore delle debolezze dell’anima, come dimostra Black Star.

Il motivo per cui ancora oggi si parla dei Radiohead è la svolta che arriva con il terzo album, Ok Computer (1997), un’opera che trasforma le fragili tentazioni dei primi due album in meccanismi sonori rigogliosi di dettagli, manipolazioni, spezie sperimentali che insaporiscono canzoni Rock. L’album è considerato dalla critica internazionale come una delle opere fondamentali del periodo, uno dei massimi capolavori musicali del Rock. Il pubblico ha trasformato l’opera in un album di culto, uno degli ultimi ad ottenere riconoscimenti duraturi e trasversali.

Ci si ritrova dentro il lascito di numerose band che hanno segnato la storia della musica popolare con il loro modo di rendere sofisticate, adulte e intellettuali le caratteristiche più giovanili ed elettrizzanti del Rock: c’è la psichedelia barocca dei Beatles e dei Beach Boys, il Folk allucinato dei Byrds (imitati in Let Down), il dipanarsi onirico delle melodie dei Pink Floyd (soprattutto in Subterranean Homesick Alien e Lucky), il tono tragico di David Bowie. Oltre a tutto questo, c’è la produzione scintillante, che arricchisce i brani di dettagli elettronici a profusione.

Airbag lascia sferragliare le chitarre in un’estasi allucinata mentre Yorke intona il suo lamento, chiudendo con dettagli cacofonici. Costruita su un sample di batteria, ispirata da Dj Shadow, è una canzone che segna l’ideale prima e dopo della band: testimonia una elaborata estetica di contaminazione ed esplorazione stilistica che diverrà poi centrale nella carriera. Il momento maggiore è Paranoid Android, il brano che segna la distanza abissale dagli esordi: ancora forte la presenza del falsetto di Yorke, ma la musica sviluppa un’avventura fra Art-Rock e Prog-Rock che mette insieme Genesis e Post-Grunge, con qualcosa del kitsch dei Queen nell’abbondare sul pirotecnico.

Happiness Is a Warm Gun dei Beatles e Bohemian Rhapsody dei Queen sono così aggiornate alla fine del millennio: è il Prog-Rock per gli alternativi anni ’90. Yorke accantona anche il suo stile di canto più comune per Exit Music (For A Film), altro brano che fotografa la loro arte emotiva ai limiti del lezioso: una trenodia che si impenna in un climax tragico, aperta come un sussurro e sviluppata come un monologo drammatico, chiusa in lacrime. Karma Police è la più fulgida dimostrazione di come riescano a modellare in modo originale la forma-canzone: una ballata affranta che diventa infine psichedelica e cacofonica, chiusa da un gorgo distorto.

Esclusa la breve Fitter Happier, un esercizio atipico di voce computerizzata e musica astratta, è Climbing Up The Walls che porta alta la bandiera della sperimentazione della band, che deforma senza mai perdere di vista l’estetica Rock: un lamento Post-Punk e la tempesta elettrica del Noise-Rock sfociano in un momento fra lo psichedelico e l’orchestrale. La semplice No Surprises funge da contraltare di questi pastiche funambolici.

Ok Computer racchiude la paranoia della gioventù del periodo in una serie di rimandi culturali tanto vasti quanto difficili da comprendere, seguendo lo stile dei Pink Floyd più criptici. Si parla di capitalismo, alienazione, amore, consumismo e malessere politico in modo vago ed estetizzato.

L’album contribuisce alla fine del Brit-Pop, dando la stura a un’ondata di Pop/Rock più sofisticato e atmosferico, come è il caso dei Travis o degli Stereophonics. Ok Computer spazzola stili su stili in un modo che la compagine Brit-Pop non può neanche sognare: anni ’60 e ’70 fusi con i ritrovati tecnologici più recenti. È una delle opere che segna, anche a livello popolare, la fine del Rock intesa come musica che possa vivere esclusivamente delle ispirazioni Rock. Virtualmente, segna la fine del decennio e la necessità di allargarsi a nuove realtà sonore, come l’Hip-Hop e l’Elettronica: una verità che certo non sono stati i Radiohead a portare alla luce, ma che mai era stata palesata con tanta efficacia da una band Rock inglese di successo.

Il successivo Kid A (2000) spiazza nuovamente gli ascoltatori puntando molto di più sulla componente elettronica e allontanando le chitarre e l’anima più prettamente Rock. L’influenza della scena sperimentale tedesca del Kraut-Rock si fa palpabile, insieme a spunti appartenenti alle avanguardie classiche. Everything In Its Right Place si muove su un vortice deformato di bisbigli vocali, sospinta dalle tastiere e modellata da una gestione dello spazio psichedelica, a tratti quasi cosmica. Il carillon distorto della title-track è decisamente più estremo nel suo minimalismo elettronico, verso il motorik krauto e le manipolazioni glitch. Una vena Jazz, poi destinata a ripresentarsi nella liquida In Limbo, diventa protagonista dell’ipnotica The National Anthem, fra Neu e Can, sfregiata di lunghi momenti Free-Jazz. Il momento più smaccatamente elettronico però è Idioteque, la versione cantata di Aphex Twin e degli Autechre.

Affiancati a momenti decisamente più classicheggianti come Motion Picture Soundtrack o l’organo lugubre di Treefingers, alcuni scampoli di galassia Rock: la straziante anemia di How To Disappear Completely, che nella sua componente strumentale sembra una rivisitazione della dilatazione onirica dei Pink Floyd; l’avventura psichedelica di Morning Bell, dove il falsetto di Yorke sembra svolazzare in preda a vertigini spaventose.

Se Ok Computer ruppe con il Brit-Pop in cui la critica li aveva inseriti, Kid A segna la distanza con le chitarre, il Pop e il Rock in generale. Anche il pubblico viene tenuto lontano: nessun singolo e nessun video promozionale. La paranoia, l’ossessione e l’angoscia di fine millennio diventa in Kid A un viaggio psicologico, una dolorosa introspezione resa particolarmente austera dalla mancanza di riferimenti rassicuranti, ritornelli orecchiabili e familiari riff di chitarra. Per il pubblico Rock è come essere accompagnati in un altro mondo da una band familiare.

La trilogia gloriosa dei Radiohead iniziata con Ok Computer si chiude con Amnesiac (2001), album gemello di Kid A e più smaccatamente orientato a sperimentare sul formato della canzone Rock. C’è l’elettronica irregolare, anemica e ansiogena in Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box, la funebre ballata di esotico Psych-Rock di Pyramid Song e il labirinto robotico di Pulk/Pull Revolving Doors, molto vicino a quel sound degli Autechre che sembra d’ispirazione per diversi frangenti dell’opera. L’esperimento più incompromissorio è Like Spinning Plates, una preghiera surreale. Seguendo la logica multistilistica che li contraddistingue, a volte si devia completamente dal canone elettro-rock, come nella funebre You And Whose Army o nella commovente avventura psichedelica e jazzata di Knives Out, uno struggente canto di Yorke, probabilmente l’apice canoro dell’intera discografia. Il climax straziante di Dollar & Cents, con il Jazz come scheletro, e l’orgia di ottoni di Life In A Glass House confermano che i Radiohead possono spaziare senza ormai più confini intorno alla canzone. Ideali eredi della sofisticata arte del Pop/Rock, sono loro ad aggiornare gli esperimenti di illustri predecessori che su brani riconducibili alla canzone hanno costruito inossidabili miti: si possono citare Beatles, Pink Floyd e David Bowie. Il percorso divergente dal Brit-Pop verso la sperimentazione tout-court non è mai completamente compiuto, neanche in un Amnesiac che è particolarmente ostico in alcune scelte, austero e intellettuale nelle scelte compositive. Traghettatori verso il futuro del pubblico Pop e Rock, i Radiohead hanno con tre album notevoli a far conoscere a un pubblico solitamente estraneo a questo stile sperimentale le possibilità del Rock fra i due millenni. Pur facendo leva sui ritrovati tecnologici, rimescolando le invenzioni di grandi innovatori passati e adottando un approccio tanto eterogeneo da risultare caotico quando non banalmente confuso, i Radiohead hanno esplorato i territori limitrofi al Rock, disegnando una mappa suggestiva e disorientante di possibilità.

Il ritorno con Hail To The Thief (2003) porta con sé messaggi politici e un approccio più diretto, fondamentalmente un riavvicinamento saltuario al Rock. Il manifesto è 2+2=5, che ricorda quei Muse che proprio dai Radiohead hanno preso tanto a inizio carriera. Esce fuori un’anima persino Folk e Blues, verrebbe da dire sudista, in Go To Sleep, l’ideale contraltare divertito delle nenie sfiancanti di We Suck Young Blood e I Will. Girovagando nell’affollata tracklist, sembrano spiccare soprattutto i momenti in cui la band ripropone la propria abilità di fondere Pop, Rock ed Elettronica: nella ballata Sit Down Stand Up che esplode in un breakbeat degno di Squarepusher; nella deformata Backdrifts, affollata di drum machine distorte e borbottii subacquei; nella tensione paranoica di Where I End And You Begin, come se gli U2 fossero stati lanciati in orbita; nell’inaspettata potenza di Myxomatosis, roba da Add N To X cantata con l’entusiasmo di un condannato a morte. Più che proseguire l’avventura al di fuori della galassia Pop e Rock, però, i Radiohead sembrano con quest’album aver consolidato il proprio stile: un ideale punto fermo del loro discorso musicale.

Inizialmente venduto secondo la formula pay-what-you-want, una soluzione rivoluzionaria che ha destato tanto scalpore, In Rainbows (2007) è l’opera di una band che ha assorbito anni di esperienza e da questi riparte per cercare un presente. Molto Rock, come agli esordi, e qualche dose di Elettronica, con spunti Jazz e sprazzi sperimentali. Musica caraibica aliena e futuristica come 15 Step promette più di quanto il disco conceda, ma rappresenta comunque un’apertura entusiasmante. Poi Bodysnatchers si limita a ricoprire di riverberi un arrembaggio Rock e Nude a nobilitare con archi e acrobazie vocali una ballata tutto sommato canonica. All I Need, Faust Arp e House Of Cards sono altre ballate: è questa la vera novità dell’album? Weird Fishes / Arpeggi è un crescendo struggente, a costo di pazientare che prenda forma in oltre 5 minuti.

La componente classica assorbita in Reckoner sembra la migliore soluzione per la fusione di Rock, Elettronica e Classica. Se un nuovo brano c’è, all’altezza dei classici, è a danza spettrale di Jigsaw Falling Into Place. Nel complesso sembra si sia lontani dal segnare la strada per un nuovo modo di intendere il Pop e il Rock, come fu per la trilogia classica.

The King of Limbs (2011) prende una scelta ai limiti del suicida: punta tutto su ritmi ossessivi, spesso fratturati. Bloom è un tributo futuristico ai Talking Heads da cui prendono il nome. Morning Mr. Magpie è persino più ossessiva, un fibrillare tensivo. Il formicolio ritmico di Feral, in cui la formazione indugia persino più di quanto cocciutamente indugia su ogni idea nel resto dell’opera, apre per il singolo Lotus Flower, il brano più umano insieme a Separator.

Una coppia di brani chiede all’ascoltatore molta pazienza: Codex e Give Up The Ghost. Qua la ripetitività e la lentezza degli sviluppi, per così dire la dimensione orizzontale, non è compensata neanche dall’affastellarsi di idee sul piano verticale. Contando che l’opera è la più breve della carriera, si può anche pensare che ci fosse da far minutaggio. Sicuramente ostico all’ascolto più di quanto fatto in precedenza, l’album è comunque ben poco sperimentale: si limita a usare ossessivamente i loop, senza particolare creatività nel “montaggio” di tali frammenti, con un’ingenuità che nell’Hip-Hop e nell’Elettronica li relegherebbe a novellini.

A Moon Shaped Pool (2016) arriva dopo cinque anni dall’album precedente e non ne condivide lo stile compositivo loop-based. All’incrocio fra Pop, Rock, una Classica mai così presente e una più discreta Elettronica, è un’opera che propone nuove sofisticate e creative variazioni sulla canzone, a partire dal singolo Burn The Witch.

La vena sperimentale di un tempo ritorna in Daydreaming, austera esplorazione classicheggiante che anticipa la Portishead-iana Decks Dark. Il momento più classicheggiante è Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief, ideale colonna sonora di un film d’epoca mai scritto.

Il momento più azzardato, invece, è Ful Stop, sei minuti fra tensione apocalittica e motorik ossessivo sfregiata da un climax Post-Rock. C’è persino del retrofuturismo in Identikit, il brano più Soul della carriera. The Numbers è un’esplorazione fra lo psichedelico e il metafisico, capace di rileggere le soluzioni di un’intera carriera alla luce di una pacatezza tutta nuova, con gli archi a conferire una nuova compostezza formale al tutto. La dolcissima Present Tense è delicata come Simon & Garfunkel ed elaborata come uno Psych-Jazz caraibico. Chiude la True Love Waits che è già conosciuta dai fan della prima ora in una versione acustica.

A Moon Shaped Pool non è solo stilisticamente un caso unico nella carriera: più archi, più Classica, Elettronica meno invasiva e più elegante, poco o nulla di Rock canonico. Non solo contiene alcuni dei brani più elaborati della discografia, ma anche un mood differente, che è ormai lontano da paranoia, ossessione e nervosismo. Un album nostalgico, malinconico, affranto ma anche, sorprendentemente, al confine con una serena tristezza, una rassegnata pace. I Radiohead non si guiardano granché indietro, ma non si lanciano neanche nel futuro come fecero con Kid A: escono dal flusso temporale della musica e osservano da fuori, raccontano un nuovo periodo della lro vita artistica e probabilmente personale. Così A Moon Shaped Pool è il loro album meno legato al contesto musicale che lo circonda, che la band aveva assorbito (nel periodo Brit-Pop ma anche nei ritmi di The King Of The Limbs), stravolto (con Ok Computer) e rifiutato (soprattutto con Kid A). Potrebbe essere, per questo, il loro album che meglio resisterà alla prova del tempo e agli ascolti decontestualizzati.


Discografia

Pablo Honey 1993 6,5
The Bends 1995 6
Ok Computer 1997 8
Kid A 2000 8,5
Amnesiac 2001 8
Hail To The Thief 2003 7
In Rainbows 2007 7
The King of Limbs 2011 6,5
A Moon Shaped Pool 2016 7,5
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