Pink Floyd – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

pink floyd.jpg

Pink Floyd su Spotify

Esiste una manciata di band che ha trovato consenso trasversale presso la quasi totalità della critica Rock, e sicuramente i Pink Floyd ne fanno parte. Esiste poi un insieme di formazioni che hanno guadagnato nei decenni il plauso, per non dire la venerazione, del pubblico più ampio, conquistando varie generazioni e conservando inalterata la propria fama di divinità della musica: i Pink Floyd fanno sicuramente parte anche di questo secondo insieme. Celeberrimi tanto nella loro veste di sperimentatori di prima grandezza quanto nella seconda incarnazione di giganti della musica popolare e vendutissima, è difficile trovare nell’intera storia della musica popolare del 900 qualcuno che possa rivaleggiare con i Pink Floyd sui due fronti, critica e pubblico. Esponenti di punta della musica psichedelica inglese, sofisticati interpreti del prog-rock e eminenti punti di riferimento dell’art-rock, poche altre band possono condividere con loro la stessa, trasversale, influenza sulle generazioni successive.

È funzionale sorvolare la lunga carriera per avere un quadro d’insieme: il primo periodo è quello più squisitamente psichedelico e sperimentale, dominato dall’estro freak di Syd Barrett, primo chitarrista della band e clown tragico che ha contribuito in modo sostanziale al leggendario esordio della band, The Piper at the Gates of Dawn (1967), e al secondo, esoterico e mistico, album A Saucerful Of Secrets (1968), dove già è subentrato il secondo chitarrista, David Gilmour, meno visionario ma più canonicamente spettacolare. More (1969) e Ummagumma (1969) sono ancora opere in continuità con gli esordi, mentre Atom Heart Mother (1970) segna una seconda fase che si avvicina al sofisticato Prog-Rock inglese, pur da una prospettiva psichedelica. Tale strada è percorsa anche in Meddle (1971), un album che anticipa di fatto la più rilassata, meticolosamente curata musica della terza fase. È questo il momento dei best-seller epocali come The Dark Side Of The Moon (1973) e Wish You Where Here (1975), in parte associabili anche a Animals (1977), così da formare un ideale trittico. The Wall (1979) è un’eccezione, un album solista di Roger Waters, negli anni diventato il perno della band: altro best-seller, ma anche punto d’arrivo di un percorso che ormai ha mostrato tutta la propria ripetitività. Gilmour e Waters si dividono dopo The Final Cut (1983), così A Momentary Lapse Of Reason (1987) è solo in parte ascrivibile alla storia della formazione. La formazione in crisi dà alle stampe The Division Bell (1994) e successivamente maschera lo stato vegetativo della band con un effluvio di pubblicazioni live e d’archivio, prima di pubblicare un nuovo album solo nel 2014, quel The Endless River nato per omaggiare lo storico tastierista della band Richard Wright, deceduto nel 2008.

Immensi a fine anni 60, titolari come sono di quattro album in 2 anni che farebbero invidia alla quasi totalità delle formazioni musicali, i Pink Floyd hanno scoperto il modo di vendere il loro talento ad un pubblico sconfinato solo a inizio anni 70, imponendo un nuovo modo, elegante e sofisticato, di fare musica Rock per adulti. Confusi e lacerati dall’interno, gli anni 80 sono per loro soprattutto un decennio di violenti cambiamenti e di crisi creativa, quello che trasforma i Pink Floyd da leader a inseguitori, dinosauri che vivono del loro leggendario passato. Gli anni 90 sono impietosi nel dimostrare come la band avesse esaurito ogni ruolo storico, una fine che neanche le numerose raccolte celebrative e l’improbabile album commemorativo del 2014 hanno potuto contraddire.

Roger Waters e Nick Mason suonano in una band quando si aggiunge Richard Wright, arrivando così con altri illustri sconosciuti a formare un sestetto. Dopo alcune vissitudini Waters conosce Syd Barrett. Il nome Pink Floyd nasce nel 1965, dall’unione di due musicisti Blues conosciuti da Barrett: Pink Anderson e Floyd Council. Il biennio 1966-67 è quello in cui si spostano lentamente dalle radici Blues al suono che li renderà famosi. Dopo i primi singoli, ad agosto 1967 la band pubblica The Piper At The Gates Of Dawn, un vertice assoluto della musica psichedelica e della musica Rock, un’opera visionaria che sembra provenire da un’altra dimensione. Syd Barrett, alla chitarra e anche alla voce, è il vero perno della band: firma tutti i brani tranne uno, canta in 8 ed è il suo strumento il più allucinato di tutti. Roger Waters, basso e voce, ha un ruolo secondario in questo esordio, ben minore rispetto a quello del tentacolare Richard Wright, impegnato a organo, piano e celesta. Completa la formazione un Nick Mason che dietro le pelli funge tanto da metronomo quanto da suggestivo decoratore.

Le composizioni sono sensazionali, un viaggio che il Rock intraprende uscendone stravolto. Astronomy Domine si apre con un simil-contatore Geiger montato su un Blues distorto, piegato a una filastrocca all’LSD. Lentamente l’allucinazione si intensifica, la voce distorta riporta testimonianze galattiche confuse e tutti gli strumenti s’impennano prima di precipitare nel turbine melodico. Si può trovare altra psichedelia prima di Astronomy Domine, ma questa è un’overdose di acidi che fa partire un trip cosmico: molte altre canzoni sono, a confronto, poco più che colori sgargianti.

La tensione palpabile di Lucifer Sam, un rituale Rock dominato dalla chitarra tagliente di Barrett, è un modo tutto nuovo di immaginare la forma canzone. Matilda Mother è impreziosita da uno splendido assolo mediorientale e versi fatti con la bocca mentre Flaming imbastisce una giostra coloratissima, con strumenti giocattolo. Pow R. Toc H. si alza di nuovo al livello di capolavoro, una jam notturna che unisce Jazz rilassante e tamburi tribali all’infantilismo più naive. Ai limiti del caotico si ferma Take Up Thy Stetheoscope And Walk, destinata a rimpicciolirsi dinanzi a sua maestà Interstellar Overdrive (10 min.): il riff di Barrett è al contempo Hard Rock e Psych-Rock, un minaccioso ruggito che apre una delle più spettacolari, fantasiose esplorazioni strumentali del periodo; rimane solo un singhiozzo di chitarra, spunto di una danza cosmico-tribale che diventa ancora più allucinata nei suoi suoni rovesciati e nell’intreccio incorreggibile degli strumenti, prima del solenne e disorientante finale.

Dopo tanta magnificienza, la più semplice filastrocca bambinesca di The Gnome e la liturgica Chapter 24 conducono al balletto meccanico di Scarecrow: è incredibile che idee tanto creative siano tutte racchiuse nell’esordio di una band di questo periodo. A chiudere, poi, la canzone-delirio definitiva della psichedelia inglese: Bike, ovvero Barrett all’ennesima potenza, genio squinternato e strabordante che accumula in un’unica composizione danze fanciullesche, visioni lisergiche, effetti sonori assortiti, giochi di studio e mille altre cose.

E Barrett squinternato lo era sul serio, incapace di suonare ai concerti. Nel dicembre 1967 David Gilmour entra nella band come chitarrista e quinto membro. Sul secondo album, A Saucerful Of Secrets (1986), Barrett è presente in 3 brani e Gilmour in 5. L’opera seconda porta avanti il discorso dell’esordio, incupendosi fino a diventare inquietante e tetra in alcuni momenti. Cantano tutti, con Wright insolitamente più presente degli altri. Let There Be More Light è il Blues/Rock dell’esordio visto dalla prospettiva di Waters, con quell’epica drammatica che poi diventerà il suo marchio di fabbrica e che qui confina ancora con l’allucinazione multicromatica. La carica aggressiva e Barrettiana dell’esordio si scioglie in Remember A Day, dolcissima visione lisergica che anticipa l’immensa Set The Controls For The Heart Of The Sun: è l’ipnosi in musica, una sperimentazione che fonde Rock e liturgia esoterica, occidente e oriente, il sussurro infantile della ninna-nanna e il pernicioso mistero della maledizione. Il tamburellare funge da punto di riferimento per un viaggio galattico, impreziosito anche da suoni “naturali” di uccelli. See-Saw riflette la più dolce delle ballate in specchi deformanti.

Il capolavoro, e uno dei grandi esempi di sperimentazione Rock del periodo, è l’imponente title-track, 12 minuti di rituale psichedelico che suona come una sinfonia intergalattica. Spazi sconfinati, dettagli indescrivibili e realtà inimmaginabili si fanno spazio in successione: il punto d’incontro fra caos cosmico e ritmo tribale, fra rituale liturgico e rumorismo infantile. Il finale, l’ordine dopo la confusione più totale, è come un balsamo: la definitiva confessione d’amore sconfinato al creato.

Due momenti sono di puro divertimento, ad alleggerire un’opera altrimenti decisamente scura: Corporal Clegg, versione bandistica del delirante infantilismo che fu di Barrett; Jugband Blues, il colpo di coda di Barrett, l’ultima composizione sua nella storia dei Pink Floyd.

Basterebbero queste due opere maiuscole a rendere i Pink Floyd irraggiungibili dalla quasi totalità delle band Rock. La cosa sensazionale è che la carriera è ancora lungi dall’esaurirsi e piena di momenti fondamentali per lo sviluppo della musica del periodo. L’antipasto è More (1968), una colonna sonora dove è forte l’impronta di Roger Waters: il suo stile più pacato, malinconico e pensoso già domina Cirrus Minor, Crying Song, Green Is The Colour e Cymbaline. The Nile Song è un Hard Rock assordante, esaltante e urlato, Hendrix-iano, solo in parte replicato con Ibiza Bar. Due brani si aggiungono invece ai gioielli acidi: Main Theme, una versione rilassante di Set The Controls, e una versione minore della lunga A Saucerful, intitolata Quicksilver (7 min.), decisamente più austera. Opera schiacciata fra i due capolavori precedenti e l’imponente album doppio che segue, More è del tutto trascurabile solo nella discografia del Pink Floyd.

Il quarto album, Ummagumma (1969), è un esperimento ambizioso e strabordante: due dischi, uno dal vivo e uno in studio. Le registrazioni dal vivo entrano negli annali delle più fulgide rappresentazioni della psichedelia musicale: tre capolavori come Asrtonomy Domine, Set The Controls For The Heart Of The Sun (in una versione estesa di 9 min. e mezzo) e A Saucerful Of Secrets a cui si aggiunge uno dei primissimi singoli, Careful With That Axe Eugene, qua in una versione chilometrica i quasi 9 minuti che contiene alcuna delle grida più agghiaccianti di sempre.

Il secondo disco è costituito da composizioni dei quattro componenti. Wright tenta la via più pomposa con Sysyphus, suite in quattro parti dominata dalle tastiere, particolarmente suggestiva nel finale onirico. Waters anticipa il futuro malinconico e pensoso, si direbbe senile, della band, con la ballata Grantchester Meadows e l’assemblaggio sonoro di Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together In A Cave And Grooving With A Pict, teatrale e spettacolare nel suo uso delle sovrapposizioni psicotiche, nelle deformazioni psicotiche. Gilmour suona banale nella sezione Folk, visionario e precursore nel momento Hard-Psych e disteso nella terza e ultima parte della sua The Narrow Way. The Grand Vizier’s Garden Party (in tre parti) è l’occasione di Mason per sfoggiare la vastità del suo armamentario, costruendo l’unica di queste quattro composizioni che si possa fregiare dell’etichetta “sperimentale”. Ma presi separatamente i quattro membri della band sembrano decisamente più noiosi; la loro creatività. presa singolarmente, conduce a composizioni che impiegano tempo e risorse senza raggiungere la dirompente eccentricità, innovatività e peculiarità degli esordi.

In Ummagumma confluiscono i primi, visionari e psichedelici Pink Floyd, e i nuovi e ancora acerbi membri di una band che farà della forma, dell’eleganza e della perfezione tecnica il suo marchio di fabbrica. Passare dal primo al secondo disco è come attraversare il Rubicone del Rock: da una parte l’esplosione creativa di fine anni ’60 e dall’altra un futuro più intellettuale, formale e senile.

Il quinto album, Atom Heart Mother (1970), è quello più smaccatamente Prog-Rock dell’intera carriera, vale a dire meno allucinato e sperimentale dei precedenti ma anche più classicheggiante e sinfonico dei successivi. A dominare la tracklist l’imponente suite strumentale omonima, in sei parti per 23 minuti, dal tema magniloquente dominato dai fiati. Si tratta di una consacrazione formale, la testimonianza di una nuova eleganza e professionalità che bilancia, almeno in parte, la perita della dirompente creatività e sperimentazione dei primi anni. Gli altri brani sono invece il prodromo del futuro malinconico, esistenziale e intimista dei best-seller: If, dolcissima ballata à-la Waters; la più movimentata Summer Of ’68, Folk intarsiato di Rock e Classica; la sorniona psichedelia di Fat Old Sun. Un ultimo momento sperimentale arriva con Alan’s Psychedelic Breakfast (13 min.), un guazzabuglio dove la band inserisce suoni sparsi, Folk dimesso e pomposo Rock sinfonico. È il polo opposto del graffiante, coloratissimo e scomposto sound del primo album: l’accademia psichedelica contro il caos lisergico; l’allucinazione intellettuale contro l’immenso trip giovanile e fanciullesco.

Atom Heart Mother è la cerniera che unisce un prima e dopo nella storia dei Pink Floyd. Meddle (1971) prosegue sulla via della sofistificazione sonora, con One Of These Days che suona come l’ideale manifesto del nuovo corso: prende un brano Rock tutto sommato canonico e lo stravolge con effetti di studio all’avanguardia, seguendo una logica della spettacolarizzazione che stordisce e ipnotizza. La psichedelia mista al Folk di A Pillow Of Winds è sempre più dilatata, sciolta in una tiepida sbornia che prosegue nei brani successivi. Le eccentricità si sono ridotte all’osso: degli ululati in Seamus sarebbero passati inosservati qualche album prima. La suite conclusiva, Echoes (23 min.) è il prototipo per The Dark Side Of The Moon e Wish You Were Here: dilatata all’inverosimile, è un collage di stili racchiusi in un contenitore blandamente psichedelico, prevalentemente strumentale e cantato da Wright e Waters con l’enfasi di un moribondo, con le visioni cosmiche che diventano decisamente più simili a divagazione psicanalitiche inquietanti. La seconda metà della suite dimostra come una band eccezionale possa stiracchiare poche idee fino ad agghindarle come una composizione ciclopica. Tantissimi impareranno da questo modus operandi: molti rockers psichedelici, compresi i più metallari Porcupine Tree.

La colonna sonora Obscured By Clouds (1972), per il film “La Vallée”, è il primo, vero passo falso. Blande e molteplici spinte Hard Rock e tenui ballate sonnolenti segnano un inaspettato momento minore. La band si rifarà con uno degli album più venduti di tutti i tempi, il successo mondiale e intramontabile The Dark Side Of The Moon (1973). Album celeberrimo sin dalla copertina con il prisma, forse la più famosa della storia del Rock, è prima di tutto incredibile come prodotto commerciale: vende circa 45 milioni di copie, rimanendo in classifica degli LP di Billboard per 741 settimane, circa 15 anni.

È l’album che definisce un nuovo standard sonoro per la musica Rock per adulti. Nastri in loop, multitrack a profusione, sintetizzatori analogici, stralci di interviste, effetti stereofonici e una produzione cristallina: niente suonava paragonabile a The Dark Side Of The Moon nel 1973. Innumerevoli album cercheranno, dopo il 1973, di suonare come questo. On The Run è il perfetto esempio del livello tecnico dell’opera, del suo virtuosismo sonoro: praticamente è solo un concentrato di tecnologia e trucchi di studio.

A livello narrativo, è un concept album tanto vago quanto buono per un pubblico trasversale. Si parla di alienazione, conflitti, tempo, morte e pazzia utilizzando espedienti sonori che colorano con spruzzi blandamente sperimentali sofisticate canzoni. La suite è scomparsa dal repertorio, insieme a qualsiasi episodi più “freak”. Al suo posto, un flusso sonoro che lega, in modo lasco, i vari brani.

Alcuni brani sono in ogni caso entusiasmanti monumenti dell’arte del suono, più che della composizione. Time è probabilmente il capolavoro dell’opera: in quasi sette minuti si trasforma dal concerto di campane e rintocchi iniziale in una minacciosa trenodia colorata dai vortici percussivi di Mason, prima di diventare un Funk amaro che si scioglie in un dormiveglia lisergico e un assolo epico e infine in una coda che riprende uno dei brani precedenti, Breathe. Proprio l’arte elegante padroneggiata alla perfezione dalla band permette alla semplice idea di The Great Gig In The Sky, un lungo volteggio vocale di Clare Torry, di stagliarsi sui trucchetti di Money, groove dozzinale e motivetto orecchiabile, con suoni “concreti” di registratori di cassa e monete. Brain Damage è, più umile nella durata rispetto a Time ma più compiuta della breve Breathe, uno dei gioielli della band nella forma canzone: il trionfo di Waters, quas compositore e cantante, che spreme la sua vena malinconica e sognante in quattro minuti scarsi di malinconia e alienazione.

Il brano più esteso non ripete i miracoli del brani lunghi del passato: Us And Them (quasi 8 min.) per quasi tre minuti si muove nel più sognante mondo psichedelico, impennandosi in una portentosa eplosione e continuando così a dondolarsi senza grandi sussulti, pur impreziosita da arrangiamenti sofisticati con tanto di ottoni.

The Dark Side Of The Moon è uno degli album più importanti dell’industria discografica, un caso sensazionale di vendite durature e da record. The Dark Side Of The Moon è una bibbia da cui ingegneri del suono e produttori hanno copiato, studiato e analizzato soluzioni innovative. The Dark Side Of The Moon è, a tratti, la dimostrazione che anche una delle più grandi band Rock di sempre può convertirsi a canzoni tutto sommato tradizionali senza per questo svilirsi nel più triviale suono da successo radiofonico. Senza scadere nella lesa maestà, tuttavia, si può anche aggiungere al coro delle lodi sperticate un parere appena più tiepido: The Dark Side Of The Moon è un’opera che gira diverse volte a vuoto (Money, On The Run, Any Colour You Like, Eclipse) pur rimanendo perfettamente fruibile nell’ascolto complessivo dell’intera tracklist; The Dark Side Of The Moon affastella temi differenti canzone dopo canzone senza mai approdare a considerazioni filosofiche o poetiche di grande spessore, anzi scadendo in diversi cliché (l’invettiva contro i soldi; l’apologia della pazzia; le metafore astrali ecc.); The Dark Side Of The Moon ha sostituito la sperimentazione con la tecnica, spostando l’equilibrio dalla più dirompente creatività alla più oculata ed elegante sofisticazione.

Wish You Were Here (1975) contiene una nuova suite, la lunga dedica a Syd Barrett intitolata Shine On You Crazy Diamond: 26 minuti per 9 parti, apre e chiude l’opera. L’inizio è di quelli che hanno fatto la storia della musica popolare: in un clima onirico e solenne l’arrivo della chitarra di Gilmour è come la declamazione di una poesia malinconica; nella sua seconda incarnazione i brano è un più canonico Funk sofisticato, poi nostalgico e infine una ballata chiusa da ricchi svolazzi di ottoni. In chiusura del disco le parti 6-9 vedono trionfare i sintetizzatori, poi interviene il Gilmour più spettacolare, un altro scampolo di Funk elaborato e una inconsolabile coda strumentale.

The Dark Side Of The Moon ha sacrificato quasi completamente la sperimentazione, Wish You Were Here la riagguanta soprattutto tramite arrangiamenti sofisticati, dominati dai sintetizzatori. Il capolavoro è l’incubo industriale Welcome To The Machine, uno dei vertici drammatici di una delle più drammatiche figure del Rock, Roger Waters. Anche la più leggera, funky, Have A Cigar, cantata da Roy Harper, conserva gli sbuffi di synth e un clima tragico. Infine, a completare la tracklist, una delle ballate più commoventi del periodo, la celeberrima Wish You Were Here: l’arte elegante ed elaborata della band è qua al suo apice, tanto che una semplice melodia malinconica è contornata di stralci di conversazioni, filtrata da una radio AM, proposta come dimessa melodia Folk e poi trasformata in affranta confessione Rock, con sfumature psichedeliche appena accennate. Insieme alla lunga suite, Wish You Were Here è l’altro tributo esplicito a Syd Barrett: la band ritorna costantemente al momento in cui ha perduto l’innocenza e l’ingenuità giovanile, impersonata dal folle genio e chitarrista. Si stima che l’album abbia venduto 13 milioni di copie.

È possibile considerare Animals (1977) come la conclusione di un ideale trittico di perfezione formale. Questa volta dominano tre composizioni estese: la chilometrica Dogs (17 min.) opta per un Funk liturgico con ampi spazi per l’istrionismo distorto di Gilmour e una lunga parentesi da thriller psicologico, la versione più Folk dell’incubo di Welcome To The Machine. L’angosciante miscela di Hard Rock, Psichedelia soffusa e Funk di Have A Cigar ritorna in Pigs (11 min. e mezzo) mentre Sheep (10 min.) è l’episodio più movimentato, con alcune vicinanze con i Rush e il ripresentarsi dello spettro di One Of These Days.

L’album numero 11, The Wall (1979) è quello destinato a rimanere l’ultimo sussulto creativo della band, l’apoteosi della teatralità di Waters e l’approdo della loro sofisticata forma di Rock per adulti, pensieroso e intellettuale, esistenziale e malinconico. Il concept riguarda il “muro” che divide l’uomo Waters dal resto dell’umanità, e di rimando anche l’incomunicabilità fra artista e pubblico. Il protagonista, poco fantasiosamente chiamato Pink, vive protetto fino all’eccesso da una madre apprensiva, subisce gli abusi degli insegnanti e diventa nonostante questo una rockstar. L’infedeltà, le droghe e la violenza portano alla fine della costruzione del muro. Caduto in depressione, allucinato dai medicinali, Pink cerca di disfare il suo muro ma, ciclicamente, ritorna laddove la sua storia è iniziata, nel brano d’apertura.

Sono 81 minuti di materiale, a contorno di alcune composizioni centrali. La magniloquente apertura di In The Flesh? contrasta con la fragile e angosciante The Thin Ice, secondo una logica di accostamenti emotivi intensi che caratterizza l’intera opera. A rubare l’attenzione nella prima parte del primo disco c’è Another Brick In The Wall Pt.2, celeberrimo brano-inno inserito in una più ampia cornice compositiva: si tratta di un Funk lugubre, orecchiabile e dilatato da uno dei più famosi assoli di Gilmour. La tenue ballata Mother, che si distende in un brano di cinque minuti e mezzo, portano alla malinconia sconfinata di Goodbye Blue Sky e l’angoscia di Empty Spaces, brani che acquistano significato solo nel più ampio disegno della Rock opera. La passione per il Funk al limitare dell’Hard Rock torna in Young Lust, prima di nuovi lamenti desolanti, una ulteriore variazione su Another Brick In The Wall e l’epitaffio funebre Goodbye Cruel World. A conti fatti, sembra tutto germogliare attorno a poche composizioni, legate da frammenti interlocutori.

Il secondo disco segue questo schema: i brani maggiori sono Hey You, la più compiuta ballata teatrale e drammatica, emotiva e angosciante, dell’intera carriera e Comfortably Numb, un tardo sussulto psichedelico in piena atmosfera onirica, un trip sonnecchiante con l’ennesimo assolo da guitar-hero di Gilmour. Torna il tema iniziale con In The Flesh, a tenere insieme una Rock opera sovrabbondante, la band si attarda nel Funk tecnologico di Run Like Hell e ritrova lo spirito più eccentrico solo in The Trial, fra opera e musical: il muro è quindi distrutto e il loop di Waters ricomincia, come un labirinto maledetto dove entrata e uscita corrispondono.

The Wall è un’opera di dimensioni colossali, il trionfo definitivo della forma più elegante e sopraffina, della ricchezza negli arrangiamenti, della contrita riflessione esistenziale su tutto quello che erano i Pink Floyd di Barrett. The Wall, inoltre, è soprattutto l’emanazione di Roger Waters, della sua psiche tormentata. Più funebre che drammatico, è l’opera ideale per creare il primo film della band e rappresentazioni dal vivo sempre più faraoniche, anche del Waters solista. Nuovo termine di paragone del pomposo in musica, The Wall è l’eccesso definitivo di una carriera intrappolata nel descrivere ormai l’esperienza di vita di una sola persona.

Il successivo The Final Cut (1983) ha pezzi scritti solo da Roger Waters ed è segnato persino dalla mancanza di Wright alle tastiere. Si tratta di un altro concept, questa volta una drammatica e malinconica dedica al padre morto in guerra. Waters, che canta praticamente tutto da solo, può immolare tutto il suo stile teatrale e pomposo, fino all’eccesso del patetico. Persino il funereo The Wall risulta colorato, a confronto. Lento, monotono, fiaccato dal canto limitato di un Waters presenzialista, è il punto più basso da quando esiste la band: se fossero arrivati al pubblico con questo album sarebbero rimasti nell’anonimato.

Waters infine abbandona la band, così prende il timone Gilmour per A Momentary Lapse Of Reason (1987). Nel complicato clima di dispute legali, si fa quel che si può: Learning To Fly e One Slip riportano in auge almeno lo spirito più Funk della band. In generale, c’è più brio e meno piagnistei, ma le lungaggini non mancano. The Division Bell (1994) suona come un epitaffio di un trio al tramonto. È la fine di un’epoca, da piangere con brani struggenti come Poles Apart, Marooned e Wearing The Inside Out. Dopo un vuoto interrotto da poche esperienza dal vivo. La morte di Barrett (2006) e Wright (2008) sembra segnare la definitiva chiusura di carriera.

The Endless River (2014) è un secondo – e superfluo – album-epitaffio, dedicato al deceduto Wright, che riporta in vita i Pink Floyd dopo vent’anni. Risorgono vecchie composizioni, risalenti agli anni ’90. È diviso idealmente in quattro composizioni estese declinate in 18 brani, con due momenti affidati alla voce, uno più precisamente al sintetizzatore vocale di Stephen Hawking. Rarefatto e prolisso, è un album che rievoca l’epoca di Wish You Were Here in It’s What We Do. Spunti tribali in Sum e Skins, autocitazioni altezza The Dark Side Of The Moon in Anisina, echi spettrali in Night Light. Il maestoso amalgama di Autumn ’68 è l’apice, modesto, del disco, soprattutto perché introduce una Allons-y (2) che è vicina alla Young Lust di The Wall. Talkin’ Hawkin’ è alla fine il momento più stravagante, con l’astrofisico Hawking che impreziosisce una musica banale, una psichedelia da salotto con sovratoni drammatici. Louder Than Words chiude con l’unica vera canzone, in uno stile senile che richiama più Have A Cigar che gli esordi psichedelici, e che potrebbe benissimo essere datata 1980 senza che niente suoni troppo moderno. Visto il loro immenso lascito alla Storia della Musica, i Pink Floyd meritano rispetto e riconoscimenti dalla critica e dal pubblico, tuttavia se avessero proposto opere di questo spessore sin dagli esordi sarebbero probabilmente scomparsi prima degli anni ’70.

In coda si segnala la copiosa attività dal vivo, culminata nei maestosi show dedicati a The Wall, con cui Waters continua ad esibirsi anche molti anni dopo. La documentazione audio arriva con Is There Anybody Out There? The Wall Live 1980–81 (2000).


Discografia

❤ The Piper At The Gates Of Dawn 1967 10
❤ A Saurceful Of Secrets 1968 10
More 1969 7,5
Ummagumma 1969 8
Atom Heart Mother 1970 8,5
Meddle 1971 7,5
Obscured By Clouds 1972 5,5
The Dark Side of the Moon 1973 8,5
Wish You Were Here 1975 8,5
Animals 1977 7,5
The Wall 1979 8
The Final Cut 1983 5,5
A Momentary Lapse Of Reason 1987 6
The Division Bell 1994 6,5
The Endless River 2014 5
Annunci

Un pensiero su “Pink Floyd – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Non sono d’accordo con la valutazione di The Final Cut. Per mio gusto, è uno dei più belli e non mi stanco di ascoltarlo dall’inizio alla fine. The Gunner’s Dream, The Final Cut e Two Suns in the Sunset sopra tutte le altre. Ma io sono particolarmente affezionata allo stile Waters.

    Liked by 1 persona

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...