Velvet Underground – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Velvet-Underground.jpg

Velvet Underground su Spotify

Poco conosciuti e celebrati dai contemporanei, i Velvet Underground sono diventati col tempo il gruppo più celebrato dalla critica che prende in considerazione l’innovazione, la capacità di sperimentare e di stravolgere i canoni estetici e musicali. La capacità della band di unire il Rock all’Avanguardia, facendo nascere di fatto un nuovo modo di intendere la musica, ha unito urbano e intellettuale, decadente e sperimentale. I primi due album della discografia sono considerati, praticamente all’unanimità dalla critica e con l’appoggio entusiasta del pubblico, come fra i più importanti e influenti dell’intera storia del Rock, nonché due delle più seminali opere musicali del secondo ‘900.

Nati nel 1964 per mano di Lou Reed (voce, chitarra), già attivo in alcune band Garage, e John Cale (viola, tastiere, basso), già collaboratore di Cornelius Cardew e La Monte Young. Sterling Morrison imbraccia la chitarra facendo coppia con Lou Reed. Il primo batterista è Angus MacLise. Dopo aver provato altri nomi, i quattro optano per Velvet Underground, ispirandosi a un libro di Michael Leigh sulla sottocultura sessuale dei primi anni 60. Inizialmente si esibiscono a New York in uno stile tutto sommato sedato, vicino al sound Beat dell’epoca. Dopo il primo ingaggio MacLise abbandona gridando al “sellout”, permettendo l’entrata in formazione della più famosa batterista Rock di sempre, Maureen “Moe” Tucker. Nel 1965 l’ala protettrice di Andy Warhol porta all’aggiunta in formazione della tedesca Nico: il celebre artista pop inserisce la band nei suoi show multimediali, intitolati Exploding Plastic Inevitable.

Nell’aprile 1966 finalmente si registra l’esordio, il leggendario Velvet Underground & Nico (1967), dalla celeberrima copertina con la banana firmata proprio da Warhol. Dopo quest’album, è il caso di dirlo, niente sarà più come prima nella musica Rock. E s’intenda che proprio nel Rock quest’album ha avuto il suo massimo impatto, perché a livello di musica più decisamente Pop le soluzioni proposte rimarranno poco potabili per almeno un paio di decenni. Negli anni delle sperimentazioni psichedeliche, quest’esordio rappresenta la più esaltante e creativa dimostrazione delle potenzialità della nuova musica, quel Rock da da album come questo avrebbe individuato infinite e nuove traiettorie di sviluppo. Undici brani, un viaggio che lascia sempre stupefatti, anche dopo cinquant’anni, per eterogeneità. Apre Sunday Morning, destinata a diventare l’unica canzone davvero conosciuta dal pubblico più trasversale della band, una onirica canzone-carillon che nasconde un’angoscia inquietante, esaltata dall’accoppiata fra il testo subdolo e la voce stravolta ed effemminata di Lou Reed, resa possibile da sovraincisioni e rimaneggiamenti. Segue l’invenzione di un sound percussivo, ossessivo e ipnotico con I’m Waiting For The Man, chitarra distorta e testo tutto dedicato allo spacciatore tanto atteso da Lou Reed. L’apoteosi visionaria di Venus In Furs, l’ideale invenzione dell’Avant-Rock, è uno dei grandi capolavori di Cale, che con i suoi singhiozzi di viola ben si accoppia alla trenodia sadomaso intonata da Lou Reed. Dopo il Blues/Rock degno dei futuri ZZ Top di Run Run Run, Nico torna e si supera nel capolavoro psichedelico di All Tomorrow’s Parties, incredibilmente accoppiata a un altro dei vertici assoluti del Rock, i 7 minuti di Heroin, l’inno decadente e tossico che collateralmente anticipa i climax devastanti del Post-Rock e chiude con un’impennata che vent’anni dopo sarebbe stata etichettata come Noise-Rock. Ulteriori due brani epocali in chiusura: The Black Angel’s Death Song porta l’esotico Avant-Rock di Venus In Furs verso lidi più austeri, con i fischi di Cale e il recitato cinico di Reed a sostenere un brano ansiogeno; European Son (8 min.) è un nervo esposto, una bagarre aperta in sordina per poi diventare un tornado sonoro che porta alla fusione vertiginosa fra tribale e cacofonico, fra Free-Jazz e Avanguardia attraverso il Rock. Virtualmente quest’esordio dà i natali all’Avant-Rock e al Noise-Rock, oltre a rappresentare uno dei vertici assoluti della corrente psichedelica e ampliare a dismisura le possibilità narrative della musica del periodo, adesso svezzata a temi come il masochismo, le droghe più distruttive, la sessualità più depravata, la prostituzione, gli incubi più inquietanti. L’Art-Rock, intesa come frangia particolarmente legata al mondo dell’arte della musica Rock, deve a Velvet Underground & Nico la sua configurazione definitiva tramite il legame con Warhol. Primo grande capolavoro dell’underground e del rock alternativo, quest’opera ha pochi predecessori e infiniti epigoni. Come raramente accade, è difficile esagerarne l’importanza nello sviluppo della musica Rock.

Il successo commerciale, com’è prevedibile, non arriva: l’opera viene censuarata e rifiutata da chi dovrebbe diffonderla presso il pubblico. Nessuno, o quasi, si rende conto che il seme della rivoluzione è stato piantato.

Terminato il sodalizio con Andy Warhol e con Nico, che del primo era pupilla e musa ispiratrice, la band è pronta a fotografare l’esperienza dei live del periodo con un secondo album che raccolga la sempre maggiore propensione ai volumi assordanti e l’improvvisazione più scatenata. White Light/White Heat (1968) compie il miracolo di non far rimpiangere l’esordio, senza replicarlo: stravolge, più che evolve, quello che erano stati i primi Velvet Underground. In primis, l’album inventa un sound distorto e assordante che non ha precedenti e avrà un numero incalcolabile di imitatori: dal Punk al Noise-Rock, passando per il Metal, tanti erediteranno l’intenzione di azzannare l’ascoltatore al collo, con il suono più percussivo e potente possibile. Basterebbero i tre minuti iniziali della title-track per apprezzare lo stravolgimento rispetto all’esordio e intuire il totale abbandono del lato più melodico. A seguire il recitato più agghiacciante del Rock, quella The Gift recitata da Cale in un tono antiemotivo nonostante uno dei testi più drammatici e sconvolgenti della musica popolare, mentre impazza una jam Blues/Rock di 8 minuti. Anche quando si torna verso lo stile decadente dell’esordio, come in Lady Godiva’s Operation, il sound è distorto e allucinato, così che la sola Here She Comes Now non indulge nell’assordante. A compensare questo lieve ammorbidimento, due dei brani più estremi del periodo. Il primo, I Heard Her Call My Name, è Punk prima del Punk, un Jimi Hendrix al doppio dei decibel che distrugge la musica Rock mentre Maureen Tucker batte il suo ritmo più ossessivo e febbricitante, antesignano dell’ossessionante ripetitività che sarà poi l’anima di tanta musica da ballo. In chiusura, però, arriva qualcosa che supera non solo tutti gli estremismi sentiti in questo e il precedente album, ma anche tutto quello che fino ad allora il Rock avesse proposto: Sister Ray in 17 minuti e mezzo dà fondo a qualsiasi perversione della band. Il riff portante è un disastro sonoro, una distorsione cacofonica e sferragliante. Il ritmo, ossessivo e ciclico, è ottuso e ipnotico, acquisisce potenza dal suo stesso protrarsi. Il canto di Lou Reed è strafottente, nonostante il testo sia un’esasperata sfilata di scene turpi, sessualmente esplicite e dissacranti. Joh Cale all’organo porta la musica classica a infrangersi contro gli eccessi Rock, decidendo di registrare a un volume completamente fuori di testa. Sister Ray è il pezzo più lercio, sguaiato, eccessivo che il Rock avesse mai proposto; di più, Sister Ray è per molti versi ancora oggi insuperabile. Si può provare a fare ordine nel caos, pur coscienti della futilità della cosa: i primi quattro minuti sono una versione deformata di un Blues/Rock assordante; segue una lunga improvvisazione che mette a dura prova qualsiasi timpano; dopo sei minuti e mezzo Lou Reed ricomincia a parlare, sgomitando per farsi spazio nel baccano totale che si è sviluppato nel frattempo; la chitarra elettrica prende il sopravvento e produce infine un Rock’n’Roll destrutturato e brutale su cui in qualche modo Lou Reed può continuare a sputare i suoi versi lerci, almeno finché non inizia a modularli in lunghe note e balbettanti ripetizioni; nelle frattaglie della bestia sonora, ancora sparse sul terreno, in un paesaggio sonoro fatto di rumore brado e un ritmo ipnotico, dal decimo minuto Sister Ray trova il modo di evolversi in una fantasia surreale e vagamente orientale, un frangente che sta fra i vertici della psichedelia tutta; il climax che segue è come un’arrampicata nel cosmo, un Free-Jazz mimetizzato nel Rock; il finale, beffardo, sarcasticamente riconduce al modello di brano quasi normale conosciuto in apertura, anche se ogni dettaglio dimostra che l’ordine infranto è impossibile da ripristinare.

Sister Ray è l’ideale approdo della traiettoria rumorosa della band, il Sacro Graal del Noise-Rock e degli stili che con questo hanno dimostrato affinità (dallo Shoegaze al Grindcore). L’idea di sfruttare i limiti tecnici derivanti dai volumi assurdi in fase di registrazione rende Sister Ray un’opera incredibilmente vicina all’estetica glitch, quella che esalta proprio gli errori come elemento estetico.

Se l’esordio ha indicato numerose strade alle band del futuro, White Light / White Heat è un punto di arrivo, la concretizzazione dello spirito volgare, sguaiato, estremo, incompromissorio del Rock. A confronto di Sister Ray, European Son è un brano tutto sommato timido.

Questo periodo di grazia è ovviamente destinato a finire presto: la band non raccoglie consensi, mentre Reed e Cale sembrano sempre più due galli nel medesimo pollaio. Alla fine Doug Yule sostituisce John Cale, così che Reed è l’unico autore sul terzo album, The Velvet Underground (1969). Infinitamente più melodico e pacato, è intriso di Folk e di venature psichedeliche e non contiene nulla che possa rivaleggiare con i capolavori dei primi due album. Ma nel contesto più ampio, alcuni episodi sono ancora notevoli: Candy Says è sussurrata e avvolta dalle linee di basso, come se fluttuasse; What Goes On unisce Rock, musica liturgica e ipnosi minimale; Pale Blue Eyes è una delle più toccanti ballate d’amore del periodo, pienamente nello stile più maturo del Lou Reed solista che arriverà; The Murder Mistery (9 min.) supera in allucinazione i primi Pink Floyd. Si tratta di un album minuscolo solo perché tocca paragonarlo a i capolavori di inizio carriera.

La band è ormai allo sfascio e tenta il più possibile di ammiccare al grande pubblico su Loaded (1970), un album che nelle intenzioni dovrebbe essere “carico di hit”, da cui il titolo. Almeno una di queste composizioni riesce a coniugare semplicità e un po’ dello spirito dei Velvet Underground: Sweet Jane, poi brano celeberrimo nelle esibizioni del Lou Reed solista. La trascinante Rock & Roll è un’esaltante Glam-Rock prima che l’etichetta esistesse. In generale però, è la fotografia di una formazione al collasso. Lou Reed abbandona prima della pubblicazione.

Squeeze (1973) non vede nessuno dei membri originali a suonare e non ha nulla a che fare con il suono dei Velvet Underground. Album bersagliato da sempre per il pretestuoso nome in copertina, è peraltro una raccolta di composizioni che poco aggiungono alla musica del periodo.


Discografia

❤ Velvet Underground & Nico 1967 10
❤ White Light / White Heat 1968 10
The Velvet Undergound 1969 7
Loaded 1970 6
Squeeze 1973 5
Annunci

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...