Sun Kil Moon – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Sun Kil Moon su Spotify

Mark Kozelek non si è accontentato di aver segnato la storia del Folk/Rock con i Red House Painters e ha proseguito la sua avventura musicale con la malinconica musica di Sun Kil Moon, un progetto che deve il suo nome al pugile koreano Sung-Kil Moon. L’esordio Ghosts Of The Great Highway (2003) racconta spesso storie di pugili ed è incentrato sulla voce e canto di Kozelek. Uno stile minimale e molto emotivo, sognante e malinconico, come ben mette in chiaro Carry Me Ohio. La ballata tormentata e distorta degna di Neil Young intitolata Salvador Sanchez funge da momento relativamente esplosivo di un’opera piena di quadretti acustici fragilissimi come Floating. L’episodio Hard Rock di Lily And Parrots, con l’ottusità dei riff dei Velvet Underground, sembra una curiosità destinata a non ripetersi. Il modello stilistico è piuttosto Duk Koo Kim, 14 minuti di ballata mesta, una lunga meditazione esistenziale come insegnarono i Red House Painters.

Tiny Cities (2005) raccoglie delle versioni Folk spesso scheletriche di brani dei Modest Mouse, anche se a spiccare è la ballata da camera sussurrata di Space Travel Is Boring. Opera breve, sembra solo una curiosità per appassionati. Il vero secondo album è April (2008), creato da un Kozelek praticamente tutto solo al comando. È un imponente (73 min.) viaggio nel Folk/Rock, affrontato spesso tramite brani estesi. Lost Verses (quasi 10 min.) ricorda la poetica di Nick Drake, virato in nero nella catacombale Heron Blue.

Almeno in due momenti il modello sembra il Neil Young malinconico ed elettrico: The Light (8 min.) e soprattutto Tonight The Sky (10 min. e mezzo), probabilmente il momento maggiore. Tonight In Bilbao (9 min. e mezzo) si ricollega invece ai Red House Painters. Kozelek indugia in questa nuova avventura con un’opera strabordante ma questo non toglie molto alla sua abilità di creare con pochi elementi brani che parlano all’anima, scavando nelle miserie dei sentimenti e delle emozioni con dolce malinconia.

Lo scheletrico saggio Folk di Admiral Fell Promises (2010) è un esercizio solista di Kozelek, occasione per indulgere nelle sue più essenziali delle sue composizioni, come Third And Seneca, Alesund e l’appena più movimentata The Leaning Tree.

Certo che succedono molte poche cose in queste lunghe esplorazioni chitarristiche, così arrivati alla conclusiva Baby Of Skull (7 min. e mezzo) è facile essere a rischio di overdose da fingerpicking. Among the Leaves (2012) non cambia di molto l’idea di un Folk in solitaria, anche questa volta densa di composizioni atmosferiche ma spesso ripetitive e non particolarmente creative, sparse in ben 73 minuti di musica. Quando le chitarre elettriche variano il paesaggio dopo due album di acustico, suonano come una gradita riscoperta. La malinconia cameristica di Uk Blues è forse il momento più significativo di questa diluita avventura sonora.

Il celebrato album del 2014, Benji, è una più ricercata esplorazione dall’anima acustica, con Kozelek che dosa ogni elemento per raccontare storie intime a cuore aperto. Invece di appiattirsi sulle ripetizioni, questa volta gli interventi degli strumenti e i momenti di creatività negli arrangiamenti fungono da tenue esaltazione di alcuni climax emotivi, come è il caso dei finale di Carissa. Emotivamente l’opera è impegnativa, straziante, in linea con il più lugubre Nick Drake. Kozelek si scopre cantante trascinante in Dogs, insolitamente ritmata e riesce a sciogliere la tensione di Pray For Newton in una fantasia melodica con tanto di xilofono. La lunga I Watched The Film The Song Remains The Same cerca di trasformare il fingerpicking in un’esperienza trascendentale e ipnotica di vortici melodici su cui sussurrare una poesia malinconica. L’ansia di Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes, chiusa da una danza surreale e Ben’s My Friend, conclusione insolitamente solare, contribuiscono a variegare un’opera decisamente più complessa delle precedenti, colorata di soluzioni musicali che evitano di appiattirsi su modelli ben conosciuti. Kozelek riesce qua a raccontarsi senza attardarsi ad ascoltare la sua stessa voce e la sua stessa chitarra. Benji sembra l’ideale prosecuzione di quello che furono i Red House Painters, il testamento emotivo di un uomo che ha cambiato il proprio stile negli anni ma non la propria sensibilità.

Universal Themes (2015) riduce il numero di brani e ritrova un suono ruvido. Le composizioni sono così le più elaborate della discografia, praticamente delle piccole suite sin dall’iniziale Possum (9 min.), urlata poi strumentale e infine sognante. With a Sort of Grace I Walked to the Bathroom to Cry (10 min.) si apre come la più distorta delle galoppate à-la Neil Young, dissipandosi in un Blues notturno; il brano continua alternando in modo ancora più violento queste due anime. Little Rascals alterna danze eteree e un boogie funebre. Proprio due momenti meno mutanti come This Is My First Day and I’m Indian and I Work at a Gas Station (10 min.) e Garden Of Lavender (10 min.) fiaccano la seconda parte dell’opera, scivolando verso la ben conosciuta tendenza a gingillarsi con poche e fragili idee di matrice Folk.

La collaborazione Jesu / Sun Kil Moon (2016) è un motivo per cambiare il contesto sonoro ai monologhi verbosi di Kozelek ma soffre di incoerenza stilistica, prolissità e l’impressione che si sia messo su disco praticamente qualsiasi parola che passasse per la testa dell’autore. Il momento più basso: vengono lette le mail dei fan.

Common As Light And Love Are Red Valleys of Blood (2017) è un colossale album di 130 minuti che scopre un’inaspettata attitudine al rap di Kozelek. Nelle cellule ritmiche ossessivamente ripetitive e nelle melodie Folk naif si trova il segreto di questi lunghi, logorroici monologhi senza struttura precisa. Praticamente è il diario di un uomo di mezza età triste e pensoso, sin dall’iniziale God Bless Ohio (10 min.) e nella più funky Chili Lemon Peanuts (9 min.), con il synth di Philadelphia Cop (11 min.) che è tutta incentrata sul groove.

The Highway Song (8 min.) è a un passo dalle fusioni fra cantautorato e Hip-Hop di Beck, il che è una notizia sensazionale per la carriera di Kozelek fuori e dentro il progetto Sun Kil Moon. Virtualmente, queste quattro composizioni formano un assurdo album Hip-Hop a nome Sun Kil Moon. Ma nella logica autoindulgente di Kozelek, è solo l’inizio di un viaggio incoerente fra bizzosi cambi d’umore e lamenti da suicida. Per esempio Lone Star (9 min.) appiccica Folk e angoscianti droni pulsanti. Sarah Lawrence College Song è uno spoken-word lugubre che fonde i Soul Coughing alla depressione più nera. C’è poi il rap pigro, moribondo e scazzato di Stranger Than Paradise (12 min.). La tensione di Bergen to Trondheim (altri 8 min.) sembra incanalata quantomeno in una forma musicale coerente con la veste emotiva. Davvero rimane dubbia l’opportunità di inserire la danza arficana di Vague Rock Song o dei fiati brillanti nel penultimo delirio emotivo, Seventies TV Show Theme Song.

Kozelek non è mai stato un maestro della sintesi ma qua abbandona ogni remora e spazia in ogni eccesso bipolare, accatastando in forma libera idee su idee, senza preoccuparsi di renderle coerenti. E senza fare cernita alcuna, a quanto pare. Due ore e dieci di musica che poteva probabilmente essere riassunta in un più umano album di un’ora o anche in due diversi album di 40 minuti. È il delirante tormento emotivo di una persona perseguitata da fantasmi e ossessioni, tenuto assieme non senza difficoltà dai ritrovati ritmi, punto di riferimento in una intelaiatura armonica e melodica incerta e frammentaria, ancor più perché accompagnata da un canto spesso apatico, un rap narcolettico. Uno degli album più impegnativi del periodo, peccato che non valga tutto lo sforzo che richiede.


Discografia

Ghosts Of The Great Highway 2003 7
Tiny Cities 2005 6
April 2008 7
Admiral Fell Promises 2010 6
Among the Leaves 2012 5,5
Benji 2014 7,5
Universal Themes 2015 6,5
Jesu / Sun Kil Moon 2016 5
Common As Light And Love Are Red Valleys of Blood 2017 6
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