Laura Marling – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Laura Marling

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La cantautrice Folk che all’anagrafe è conosciuta come Laura Beatrice Marling ma che per i musicofili è semplicemente Laura Marling ha tentato di partire dalla tradizione per arrivare altrove. Alas I Cannot Swim (2008) unisce semplicità e ambizione in brani come Ghosts, apertura essenziale e finale cameristico o nella danza malinconica di Failure.

The Captain And The Hourglass decora su una semplice melodia Folk tutta un’orchestrazione di archi e un essenziale pioggierella di pianoforte. In Crawled Out Of The Sea ricorda la pigra nostalgia dei Beirut. L’equilibrio fra solare e umbratile vacilla molte volte, con la Marling che interpreta con l’abilità di una Susanne Sundfør vari colori dell’anima, spazzolando anni 60, 70 e 80. Una tensione drammatica attraversa la coppia My Manic And I e Night Terror, quest’ultima un gioiello che fonde i lamenti della voce a un arrangiamenti d’archi struggente. Elettricità Rock e la velocità entusiasmante del Country si aggiungono a rendere più interessante l’avventura musicale di questa educata cantautrice.

Un balzo in termini di coraggio arriva con I Speak Because I Can (2010), un album ammaliante ma meno facile, dove la Marling esprime una vocalità più peculiare e variegata.

L’intensità di Devil’s Spoke è quella dei 16 Horsepowers o di un Nick Cave, poi Rambling Man porta Alan Morissette nel Country e Blackberry Stone avvicina per la prima volta la Marling a una delle artiste che sembra aver più influenzato il suo stile: Cat Power, ben presente anche in What He Wrote.

L’altro nome che è difficile non sentirsi in testa durante l’ascolto di questo e i successivi album è quello di Joni Mitchell. Il lugubre e ansiogeno inno Alpha Shallows, che non perde tensione quando abbozza danze dai toni macabri anticipa la dolcissima Goodbye England: è ancora il contrasto emotivo uno dei suoi talenti, saper racchiudere in uno stile l’ampiezza di emozioni e sentimenti tanto diversi. Sentirla cantare flebile all’inizio di Hope In The Air non aiuta a anticipare il Folk cameristico del finale, con le corde della chitarra che vengono grattate con violenza. Un Country supersonico in Darkness Descends e una timida esplosione canora nella title-track sono altri opposti che arricchiscono l’opera, piena di contrasti e incontrollabile emotività.

Giocando con la musica popolare il terzo album A Creature I Don’t Know (2011) è divertente (la jazzata The Muse), arioso (I Was Just A Card), liberatorio (la fragorosa elettricità di Salinas), desolante (il tributo a Leonard Cohen di Night After Night), colorato (My Friends) e apocalittico (Rest In The Bed) a seconda dei momenti. In The Beast (quasi 6 min.) la Marling dimostra come possa collegare stili diversi, intensità antitetiche e fondere acustico ed elettrico con creatività, trasformando quello che poteva essere un banale Folk-Rock in una cavalcata Post-Rock e Psych-Rock. La dimostrazione si ripete in Sophia, che fa emergere dal Folk il Folk/Rock e da questo un Country-Rock con lunghe linee vocali. È un viaggio nella sensibilità tormentata di una cantautrice che fa della varietà il suo forte, capace com’è di esprimersi in modi profondamente diversi che ripercorrono, anche con riletture stravolgenti, la tradizione che dalla musica folklorica porta al Pop e al Rock.

Once I Was An Eagle (2013) apre con un quartetto di brani che compongono una ipotetica lunga suite di 16 minuti, come se le confessioni della Marling si organizzassero attorno a un flessuono Folk pronto a diventare cameristico o intimista a seconda delle esigenze, con un violino ad aggiungere dosi folkloriche al tutto. Dopo un’apertura così coraggiosa, Master Hunter si propone come una canzone più canonica, anche se forze intestine la scuotono fino a farla balzellare, caracollare e danzare in modo scordinato: è un gioiello di emotività musicale.

La lugubre Little Love Caster rovescia completamente il sound, introducendo il clima apocalittico di Devil’s Resting Place, ancora una volta con echi di 16 Horsepowers.

La Marling rinasce a metà album più luminosa, con Where Can I Go? che si chiude persino festosa. Ancora una volta riesce nella magia: Pray For Me in cinque minuti si trasforma con biologica naturalezza, dal sussurro al brillante Folk/Rock da camera finale; Little Bird in quasi sei dal silenzio arriva al più progressivo ed etnico dei Folk inglesi. È come se il groviglio delle emozioni umane trovasse nella sua musica un naturale svolgimento e sfogo, anche tumultuoso ma affascinante come l’evolversi imprevedibile degli eventi della vita. Questa volta la mutazione avviene a due livelli: nei singoli brani più estesi (Pray For Me, Little Bird e Saved These Words) ma anche all’interno dell’opera nel complesso, aperta dal lungo confessionale Folk dei primi brani e poi rasserenata in una timida fragilità a metà, fino alla rinascita finale, un florilegio primaverile di vibrante emotività.

Short Movie (2015) è l’occasione per cambiare strada, optando per una curiosa produzione ectoplasmatica fatta di chitarre elettriche distorte a riempire lo sfondo degli arrangiamenti. Il Folk frammisto a Blues di Warrior è così un’apertura spiazzante, una ballata oscura. La carica Rock di False Hope è persino travolgente, per quanto stemperata in un falsetto angelico: è come se Cat Power avesse iniziato a suonare con una band Grunge. Don’t Let Me Bring You Down ricorda più Pj Harvey che Nick Drake, con uno strato di chitarre distorte che fa capolino preporente. I Dire Straits sembrano tributati in Gurdjieff’s Daughter, altro pezzo di un puzzle che questa volta sembra meno nitido.

A differenza di Once I Was An Eagle non si individua un disegno unitario ma, al netto di qualche gradita novità, si è anche perduta la sorpresa della macedonia di A Creature I Don’t Know. Col senno di poi potrebbe essere solo un album interlocutorio.

Semper Femina (2017) cambia ancora pelle: solo 9 brani, mediamente più lunghi, con forte focus su tematiche femminili. Si parla di donne in generale e forse della Marling in particolare, in una serie di cambi di prospettive che paiono volutamente disorientanti. Almeno in un caso lo stile non ricorda nulla di quanto tentato finora dalla cantautrice inglese: il sussurro elegiaco di Soothing, che emana una sensualità paradisiaca, una fragilità commovente su un beat sommesso degno dei Portishead.

L’irrequieta mutevolezza di un tempo è acquietata in The Valley, ma le spinte elettriche di Wild Fire, con spunti Soul, e soprattutto l’oscura sensualità di Don’t Pass Me By, che nasconde un beat filtrato sotto una veste fra Folk e Blues. Spoglia, la Marling si confessa in Always This Way, una versione del Folk degli esordi ricamata con essenzialità ed eleganza che si ripresenta anche in Next Time e Wild Once. Chiude Nothing Not Nearly, una prova elettrificata che nel suo lirismo da Neil Young trova una via espressiva che sarebbe bello veder coltivata in futuro. Il più impeccabile, raffinato e formale degli album della Marling sfronda di ogni eccesso Once I Was An Eagle per inanellare canzoni a tema femminile, ornate adesso di un canto più educato e sontuoso. La giovane cantautrice ha scritto così la sua prova della maturità.


Discografia

Alas I Cannot Swim 2008 7
I Speak Because I Can 2010 7,5
A Creature I Don’t Know 2011 8
Once I Was An Eagle 2013 8,5
Short Movie 2015 7,5
Semper Femina 2017 8
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