Tinariwen – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Tinariwen su Spotify

In lingua tuareg Tinariwen significa deserti e non potrebbe esistere nome più appropriato per questa formazione del nord del Mali, nata nel deserto del Sahara e capace di portarne la cultura sonora alla contaminazione con il Blues e il Rock. Sono state utilizzate molte etichette differenti per la loro musica: Tichumaren, Desert Blues, Tuareg Blues e Ishumar Music.

La formazione è composta da ex guerriglieri berberi e segna un momento fondamentale della musica Rock nella nazione africana. Facenti parte di una minoranza, quella dei Tuareg, non riconosciuta a livello politico e da sempre vittima dei soprusi dei dominatori di turno, i membri della band trovano con questa musica il modo di compiere un atto dalla forte valenza politica, un atto sovversivo. Rifugiatisi in Tamanrasset, scelgono come nome iniziale il più complesso Taghreft Tinariwen. Nei campi dei rifugiati in Libia conoscono la musica occidentale e la chitarra, prendendo spunto da artisti come Bob Marley, Bob Dylan e Jimi Hendrix. Nel 1990 il leader dei Tuareg viene ucciso e i membri della band diventano soldati, fino a quando capiscono che solo con la musica posso fare qualcosa di davvero importante per la loro gente: abbandonano le armi e imbracciano gli strumenti.

La chitarra elettrica è lo strumento centrale del sound, spesso suonata insieme alla versione acustica in piccoli gruppi, mentre le percussioni (tindè principalmente) creano un effetto ipnotico, sensuale e sinuoso di ciclità. Le voci, spesso in coro, aggiungono una componente tribale e collettiva alle composizioni, completando l’amalgama assieme ad alcuni strumenti tradizionali. Nonostante le tematiche piene di sofferenza, malinconia e disperazione, la musica suona spesso onirica, ammaliante e persino gioiosa.

The Radio Tisdas Sessions (2001) con la lunga Le Chant Des Fauves (7 min. e mezzo) in apertura presenta al meglio la loro declinazione di World Music. Che sia il mistero di una Imidiwaren o l’intreccio ritmico di Zin Es Gourmeden, c’è sempre un grande fascino in questa fusione culturale, con canti di libertà, sofferenza che riconducono, per spirito, al Rock anni 60 e alle avventurose escursioni Folk di John Fahey. Da segnalare anche alcune inflessioni psichedeliche. Bisogna tuttavia lasciarsi prendere per mano e immergersi completamente nel viaggio etnico proposto, lasciarsi intorpidire dalle cantilene e intontire dai ritmi ciclici, pena soffrire una certa monotonia.

Il secondo album, Amassakoul (2004), prende una direzione più immediata, con brani più brevi come l’iniziale Amassakoul ‘N’ Ténéré, che paradossalmente ricorda il terzomondismo dei Mano Negra, peraltro un richiamo ancora più evidente nell’elettrificata Oualahila Ar Tesninam. Lo Psych-Blues di Chatma sembra seguire la logica ritmica del rap, uno stile vocale che è particolarmente preponderante in Arawan, un altro Blues del deserto. Altrove si vira verso un più rarefatto canto rituale tribale (Ténéré Daféo Nikchan) o un Funk del deserto (Aldhechen Manin), quando non si torna allo psichedelico (Alkhar Dessouf e soprattutto Assoul). Variazioni stilistiche del nord del Sahara, fra Africa e Occidente.

Con Aman Iman: Water Is Life (2007) la fusione con la musica occidentale può dirsi compiuta, perché non è più possibile distinguere i componenti del mix chiaramente. Che sia il saltellante canto tribale di Mano Dayak e Toumast o quello ipnotico e corale di Matadjem Yinmixan; che sia il lamento desertico di Awa Didjen o il loro Blues più acido, Assouf: fino alla conclusiva Izarharh Tenéré si assiste alla magia di un suono che è etnico senza scadere nelle ovvietà della tradizione World e New Age.

Dopo Imidiwan (2009), definito dal Daily Telegraph “the nearest thing the modern world provides to a real blues feel“, con Tassili (2011) la formazione riesce a scrivere non solo un’opera che proponga il loro modo di fare Blues e Rock, ma anche un album perfezionato nei suoni e nell’esecuzione.

L’elegante etno-psych di Imidiwan Ma Tennam, la sensuale Tenere Taqqim Tossam, una Ya Messinagh arricchita da pigri ottoni o una ballata come Tamiditin Tan Ufrawan sono al contempo un traguardo formale e una occidentalizzazione ormai quasi totale. Il suono degli esordi ritorna in Tenidagh Hegh Djeredjere e Takkest Tamidaret. Con il suo suono più curato e l’avvicinamento frequente alla forma canzone è curioso sapere che l’album sia stato registrato con l’intenzione di rivivere lo spirito da esiliati, ripescare le proprie radici. Una delle spiegazioni più triviali, ma forse non del tutto sbagliata, è che ormai i numerosi musicisti in formazione siano diventati dei professionisti.

Non è un caso che Emmaar (2014) sia stato registrato nei deserti statunitensi, anche a causa della persecuzione politica della band dopo la vittoria di un Grammy nel 2012. Con collaborazioni di musicisti internazionali (Josh Klinghoffer, Fats Kaplin, Matt Sweeney e Saul Williams) e un suono ormai tanto elegante quanto privo dei forti profumi etnici di un tempo, l’album regala nuove declinazioni della psichedelia (Toumast Tincha, Arhegh Danagh, Tahalamot) e i più movimentati pezzi della discografia (Changhaybou, Timadrit In Sahara, Emajer), con un sentimento di mestizia che è a tratti preponderante (Sendad Eghlalan). Emajer dimostra che comunque è stato fatto tesoro anche della maturità formale di Tassili.

La carriera è chiaramente indirizzata verso la ripetizione di un sound che la formazione può vantare come proprio.

Elwan (2017) conta altri ospiti importanti, come Kurt Vile e Mark Lanegan, ad arricchire brani rigogliosi come Tiwàyyen e Talyat, fragorosamente Rock come Sastanàqqàm o magari dilatati come Ittus, con un vertice onirico in Nànnuflày, con Lanegan a prestare la voce. Non c’è rischio che la band decida di correre, ma la magia è ancora tutta nelle loro mani.


The Radio Tisdas Sessions 2001 8
Amassakoul 2004 7
Aman Iman: Water Is Life 2007 7
Imidiwan 2009 6
Tassili 2011 6,5
Emmaar 2014 6,5
Elwan 2017 6,5
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