Steven Wilson – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Steven John Wilson è un musicista inglese che ha collaborato con numerose realtà musicali: fra gli altri Opeth, King Crimson, Pendulum, Jethro Tull, XTC, Yes, Marillion, Tears For Fears, Roxy Music e Anathema. Intrigato dalla musica sin da piccolo, Steven inizia con una band chiamata Altamont e con la prima delle sue formazioni Prog-Rock, i Karma. Suona la tastiera nei Pride of Passion, una band in cui suonavano i futuri Marillion che rispondono al nome di Brian Jelliman e Diz Minnitt. Siamo nel 1986 quando inizia il progetto No-Man, fra Synth-Pop e Prog-Rock e soprattutto il nome con il quale Wilson diventerà famoso, Porcupine Tree. Quest’ultima avventura è intrisa di Psych-Rock e Prog-Rock e deve più di qualche spunto ai Pink Floyd dei primi anni. I progetti Bass Communion e Incredible Expanding Mindfuck colorano gli anni 90 di Wilson, nello stesso periodo in cui inizia a pubblicare Cd single a suo nome. Nel 2001 avvia anche il progetto Blackfield e arriva nel 2010 anche l’esperienza come Storm Corrosion.

Quello di cui si vuole parlare qua è la carriera solista, a nome Steven Wilson. Iniziata con 6 CD singles da due brani, l’esordio vero e proprio arriva nel 2008 con Insurgentes. Nel solco della tradizione Prog-Rock e con ancora diverse dosi acide ereditate dai Porcupine Tree. Gli elementi elettronici portano a punti di contatto con la depressione fragile dei Radiohead (Abandoner), ma sono le maestose composizioni estese come Salvaging (8 min.) e No Twilight within the Courts of the Sun (quasi 9 min.) a definire una certa fluidità stilistica, un focus strumentale più che canoro e la capacità di affiancare all’amore per il passato un gusto creativo di assemblaggio sonoro, con qualche intento sprimentale. La pigra psichedelia di Significant Other poi avviata verso un fragoroso climax e l’onirica sospensione di Venero Para Las Hadas mostrano il lato più poetico del suo estro, che è forse più interessante della dozzinale lungaggine di una Get All You Deserve.

Più centrato sul Prog-Rock, Grace For Drowning (2011) sembra un classico degli anni 70 scritto da qualcuno che ha vissuto con il mito dell’epoca d’oro. Il malinconico inizio con la title-track portano alla più corposa Sectarian (quasi 8 min.), King Crimson e Yes a incontrarsi in una mini-suite. Il merito di No Part Of Me è quantomeno di sembrare nata dopo il 1999, almeno nei suoni se non nello stile compositivo. Remainder the Black Dog (9 min. e mezzo) intarsia di Jazz le fantasie melodiche e psichedeliche dei Porcupine Tree. Legato com’è al passato e fiaccato da momenti che sembrano involute composizioni che spezzano il flusso dell’opera, l’album si fa ricordare per l’imponente Raider II (23 min.), lenta in modo estenuante a partire ma poi incendiata di pathos nel suo Prog-Rock sinfonico, pienamente da King Crimson, che è destinato ad alternarsi a varie avventure stilistiche durante il lungo sviluppo. Wilson è come un bambino che essendo sommerso dai propri giocattoli preferiti, gioca un po’ con tutti e si attarda: lui deve divertirsi tantissimo, ma l’ascoltatore potrebbe non goderne quanto lui di questo bighellonare con richiami, rimandi e citazioni. Se rimane ancora discutibile l’esigenza che un qualsiasi album Rock debba superare il muro degli 80 minuti, gli 83 di Grace For Drowning possono facilmente rappresentare una scorpacciata da indigestione per chi non fosse troppo in vena di nostalgia, malinconia e vintage.

The Raven That Refused to Sing (And Other Stories) (2013) fa un atteso salto di qualità, addensando le idee in sei brani, tre dei quali oltre i dieci minuti. L’orgia Prog-Rock di Luminol (12 min.) collega i Phish con i gruppi storici degli anni 70 con una jam pirotecnica, con tanto di flauto, orchestrazioni, Jazz e reprise avvincenti. L’Art-Rock sofisticato e poetico di Drive Home (8 min.) e il più muscolare Prog-Rock con tracce metalliche di The Holy Drinker (10 min.), con spruzzi Free-Jazz portano avanti l’opera senza le deviazioni “sperimentali” dei primi album, con composizioni che questa volta sembrano escludere prolissità e deviazioni involute.

La lunga The Watchmaker (12 min.) è forse il più impressionante dei riassunti multistilistici, un bignami di varie prospettive sul Prog-Rock. Il tocco di Alan Parsons alla produzione è ben palpabile.

L’attenzione della critica per il Wilson solista arriva con Hand. Cannot. Erase (2015), forse perché l’opera sfrutta la sensibilità che l’autore ha per la malinconia e la desolazione, già mostrata nei momenti migliori dei Porcupine Tree e qua portata a massima espressione nel lirismo di Happy Returns /Ascendental Here On (8 min.).

La classicissima apertura con First Regret/ 3 Years Older (12 min.) è l’ennesimo tributo alle sue band Prog-Rock preferite, ma è il più asciutto Art-Rock della title-track, con la potenza triste degli ultimi Anathema, a mostrare qualcosa di nuovo fra tanti trucchi risaputi. Un’altra melodia malinconica, quella di Perfect Life, ottantiana e synth-etica, porta l’orologio dell’ispirazione un paio di lustri più avanti del solito.

I classici del Prog-Metal si avvertono nei momenti più intensi di Routine, fra Fates Warning e Dream Theater e soprattutto in Home Invasion /Regret #9, con Marco Minnemann a fungere da alternativa a Mike Portnoy; nei suoi 11 minuti e mezzo questa piccola suite unisce Prog-Rock e Prog-Metal, secondo uno stile non estraneo a band come gli Haken, facili da individuare anche nella lunga Ancestral (13 min. e mezzo). Salutato come un album al pari dei precedenti, a chi scrive Hand. Cannot. Erase sembra incapace di replicare la relativa asciuttezza di The Raven That Refused to Sing (And Other Stories), oltre a subire il peso di una formula che è facile avvertire come familiare.

(2016) è interlocutorio sin dal titolo, un modo per spezzare la fame dei fan in attesa del quinto capitolo solista. In sostanza, sono scarti dei precedenti due album. La sofisticata canzone Happiness III ricorda i momenti più solari e semplici degli Ayreon, altro progetto di sofisticati tributi al passato. Solo la conclusiva Don’t Hate Me è all’altezza dei brani migliori della carriera solista, peccato sia un brano dei Porcupine Tree già edito. Quando si dice doversi arrangiare. Il fatto che l’opera duri solo 37 minuti potrebbe essere l’unico vero insegnamento da portarsi dietro.


Discografia

Insurgentes 2010 6
Grace For Drowning 2011 7
The Raven That Refused to Sing (And Other Stories) 2013 7,5
Hand. Cannot. Erase 2015 6,5
2016 5,5
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