Cosmo – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Cosmo su Spotify

Marco Jacopo Bianchi, torinese, è già il frontman dei Drink To Me quando si avventura come solista con l’album Disordine (2013), scegliendo il nome d’arte di Cosmo.  Fra synth e dosi Electro, è un insieme di danze sfrenate e riflessioni intimiste. Ho Visto Un Dio trasporta il nonsense di Battiato e l’irriverenza dei primi Bluvertigo negli anni 10. Gli stessi due punti riferimento si intravedono nella title-track e Il Digiuno, mostrando una certa, spiccata, omogeneità. Più introspettivo in Le Cose Più Rare, Cosmo mostra una vena cantautorale che sfora nel banale in Ecco La Felicità.

Nel 2016 indovina uno dei singoli italiani più interessanti in ambito mainstream, L’Ultima Festa, anche titolo del suo secondo album. Un brano cantautorale ed elettronico, fra tentazioni Synth-Pop, beat Electro e qualche spunto psichedelico ben sposato con l’immediatezza melodica.

Almeno Le Voci, quasi sei minuti fra anni 80 e 90, e la dimessa cartolina seppia di Regata 70 sono esempi di Pop italiano che fa muovere tanto il corpo quanto la bocca, adatto a dancefloor da osservare a bordo pista, con una birra in mano e la malinconia disperata dei ventenni del periodo. Peccato che nel complesso l’album non sembri avere abbastanza benzina per alimentarsi nei suoi pur esigui 35 minuti. Per fortuna il riscatto arriva con Cosmotronic (2018) un album unico nel panorama italiano. Finalmente un cantautorato elettronico italiano sembra possibile, decenni dopo i (pochi) sussulti artistici dei Subsonica. 15 brani, 73 minuti: un manifesto stilistico e un’opera che spazza via quanto fatto dall’autore finora. Più che un nuovo corso, la vera affermazione artistica di Marco Jacopo Bianchi. La forma è aggiornata ai panorami Post-Dubstep, all’epoca della destrutturazione dell’elettronica successiva all’indigestione di EDM. In questo senso è fulminante l’apertura con Bentornato, un flusso di coscienza vagamente allucinato (o meglio, fumato) che suona come la necessaria liberazione dai vincoli dei ritornelli, della narrazione lineare e del senso, il vero macigno che devasta da cinquant’anni la musica italiana in qualche modo autoriale. Frasi in libertà a tratteggiare un modo di intendere la vita e la musica, quindi, verso un intimismo finalmente vicino alla frammentazione sintattica dei social network: Poi mi volto verso il microfono/ Dico quello che penso / Oggi è San Valentino / Mi sento un cretino / Non sono romantico / Non sono delicato / Non sono sdolcinato / Vorrei raccontare la verità / Non fare danni / Vorrei stiracchiarmi / Ripensarmi / Vorrei cantare bene al primo colpo / Vorrei scrivere una canzone in un minuto / Fare tutto in un unico concerto. Dice l’autore:

La canzone che apre questo mio nuovo progetto è stata scritta di getto. Ballando davanti al microfono, ho costruito il testo cantando semplicemente ciò che stavo pensando in quel momento, sebbene in seguito ho ricantato e ritoccato alcuni passaggi. Anche il suono è libero, la struttura non esiste, inizio e fine sono deliberatamente tagliati in punti a caso.

Cosmo, Radio Deejay

Tutte le idee assurde e stupide che mi sono venute le ho infilate nel disco. Ho scritto molti brani sotto l’effetto dell’erba, ma quando li risentivo da lucido mi piacevano. Il mio manager, Emiliano Colasanti, mi ha incoraggiato a lasciarmi andare, invece che frenarmi.
Alcuni fan mi hanno scritto [a proposito dell’interruzione improvvisa della canzone] perché pensavano ci fosse un errore, invece mi piace quella chiusura brusca.

Cosmo, Internazionale

È l’antipasto di un album imprevedibile, che sceglie come singolo Turbo, un altro delirio basato su un sample di musica siriana. Sempre l’autore ha detto:

“Turbo” è nata da un campionamento del pezzo “Damascus between the lines”, trovato in una compilation intitolata I remember Syria. Il brano è stato registrato in una chiesa di Damasco prima della guerra. Avere tra le mani un frammento di musica di un paese che in questo momento somiglia all’inferno mi ha ispirato a scrivere un testo surreale. “Turbo” è una canzone sulla distrazione, sulla negazione della dura realtà che ci circonda. Quella risata che arriva nel ritornello sommerge ogni discorso, ma è sinistra, non è allegra. Non tutti i miei fan l’hanno apprezzata, ma a volte per scrivere un bel pezzo pop bisogna scontentare qualcuno.

Cosmo, Internazionale
Turbo

L’altro singolo, Sei La Mia Città, è il più tradizionale e il più radiofonico, ma si permette nel suo andamento svogliato, vagamente narcotizzato, sempre fumatissimo, di inserire una frase esplicita come “ti vengo dentro“, forse un caso unico in Italia.

Sei La Mia Città

Tristan Zarra nasconde in un Pop demenziale un sound ricercato con testo arguto come sempre. Chiusura Grindcore.

Il pezzo è uscito fuori un po’ dada, non si comprende bene di cosa parli, ma è voluto così. Anzi è il pezzo più politico del disco.
Nel momento in cui oggi il senso di ogni discorso è azzerato e non si fa che parlare di post-verità (o almeno il potere si esprime in quei termini) allora ho pensato che la critica si può fare solo in questo modo, in maniera anarchica, non-sense. Qui descrivo lo strano limbo in cui siamo, un presente in cui il potere esiste, è duro, ma non si fa vedere. Non posso spiegare tutto ora altrimenti salta il mio discorso dada.

Cosmo, Il Mucchio Selvaggio

Quello imposto dai primi 5 brani è un livello difficile mantenere per l’intera quindicina di brani. Ci riescono Attraverso Lo Specchio, estasi ritmica e psichedelica, Barbara, Techno dai sapori meditativi. Quando si allontana completamente dai testi, come in Ivrea Bangkok, alcuni limiti emergono: sono brani che funzionano nel flusso dell’album, ma inferiori agli strumentali elettronici mondiali di qualche spanna.


Discografia

Disordine20135,5
L’Ultima Festa20166
Cosmotronic20187,5
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