La Critica Rock Non È Roba Per Donne

“Praticamente tutta la storia della musica popolare fino agli anni 80 – e la grande maggioranza di quella dei giorni nostri – è stata scritta da uomini, anche se i principali trend della musica pop sono dovuti alle donne” (Elijah Wald)

Lillian Roxon

Lillian Roxon, autrice della “Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia” (1969)

Bisogna essere molto distratti, per non notarlo. La critica musicale è da sempre una questione quasi esclusivamente maschile, soprattutto caucasici che vivono all’interno o ai margini dell’impero culturale angloamericano. Eppure l’influenza delle donne nella storia della musica, per quanto nascosta dall’arroganza e le distorsioni di molti storici e critici musicali, è stata molto più profonda del previsto. Nello splendido “How The Beatles Destroyed Rock’n’Roll” di Elijah Wald la sotterranea forza delle preferenze femminili funge da elemento essenziale per comprendere meglio la storia della musica da inizio Novecento fino ai Beatles. Fa pensare che questa ricostruzione certosina e documentatissima sia indicata in copertina come “an alternative history of american popular music“, quando è semplicemente una attenta ricostruzione dell’evoluzione storica fatta senza tenere fuori le donne e gli altri protagonisti bistrattati dal resto della critica musicale: principalmente i neri e gli ispanici, solo perché l’impatto del mondo LGBT non era ancora forte a quel tempo.

Penny Valentine

Penny Valentine, la prima scrittrice di musica “pop” in Inghilterra

Ignorare i gusti musicali delle donne è diventato comune già ai tempi del jazz, fra le due guerre mondiali: “ci sono due tipi di donne, quelle a cui non piace il jazz e lo ammettono e quelle a cui non piace ma dicono il contrario“, si legge su un vecchio numero del magazine americano Down Beat. In quel periodo le donne ballavano la musica fra di loro, essendo ancora considerato inaccettabile condividere il momento con individui del sesso opposto. Mentre la critica musicale già si impegnava a recensire questa o quella formazione, accapigliandosi su quale fosse la più valida, il punto di vista di molte donne era semplicemente di disinteresse alla questione: “c’erano molte band all’epoca. E la musica non cambiava poi tanto. Tutti suonavano musica da ballo“. Ma a lasciare questa testimonianza nel libro di Wald è una donna di novant’anni, che iniziò a ballare con le amiche nel 1929. Sicuramente il contesto culturale non rendeva facile per una donna interessarsi in modo professionale alla critica musicale, visto che l’elite culturale, quantomeno quella riconosciuta, era a schiacciante maggioranza maschile.

Ellen Willis

Ellen Willis ha scritto sul New Yorker, Rolling Stones e Village Voice

Denigrate e lasciate ai margini, sono le donne a decretare il successo degli stili ballabili degli anni 30. Quando lo swing divenne la moda del momento, con il suo stile di danza e gli “hot rhythms”, furono proprio le donne a trascinare i ragazzi sulla pista da ballo. E se le piste da ballo si riempivano, allora i locali guadagnavano bene e guadagnando bene continuavano a proporre quel tipo di musica. Non è troppo diverso dal reggaeton di oggi. Dal libro di Wald questa verità emerge numerose volte, in varie declinazioni ed epoche: se sui libri sono gli uomini della critica più istituzionale a decidere le sorti di una band o di un singolo musicista, durante le serate, i concerti e gli eventi di ogni tipo a dominare è il gusto delle donne. L’equazione è perfino banale, soprattutto tenendo conto dei ruoli che la società anglosassone e protestante dettava negli Stati Uniti (all’epoca?): è il maschio che cerca di conquistare la donna con la prestanza fisica e la cortesia; ballare insieme è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire, chi se ne importa dei gusti musicali. Se una pista da ballo è piena di donne è un successo, mentre un locale pieno di uomini si guadagna scoraggianti paragoni con la “sagra della salsiccia“, per non dire di peggio. Era così negli anni 30, ma se fate un giro nelle discoteche sopravvissute agli anni 90 scoprirete una situazione molto simile, tanto che è socialmente accettato che “lei” paghi sistematicamente meno di “lui” all’ingresso.

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Joy Press ha scritto “The Sex Revolts: Gender, Rebellion and Rock’N’Roll” insieme al marito Simon Reynolds. Sì, proprio quel Simon Reynolds.

Ma torniamo indietro nel tempo di nuovo, saltando dagli anni 30 ai 60. Il “twist” è un altro momento fondamentale per la musica popolare americana e, visto il dominio culturale made-in-Usa che ancora oggi caratterizza il pianeta, per il mondo intero. Un nuovo ballo, ma diverso da tante altre mode temporanee di fine anni 50 per un elemento fondamentale: con il “twist” non è più l’uomo a guidare al donna o a imporre la propria presenza fisica. Si balla da soli, magari cercando complicità con altre persone: una seconda ragazza, un ragazzo o anche un gruppetto di persone. Una donna che ha vissuto questa rivoluzione è stata contattata sempre da Wald: “nell’ormai vecchio stile di ballo noi potevano non sentirci particolarmente inclini ad atteggiamenti romantici eppure molto spesso il nostro partner ci afferrava e ballava molto vicino a noi, e ci stringeva molto forte, e mi piace [il twist] perché, sai, noi ora possiamo tranquillamente tenerci a distanza e ballare come vogliamo“. Ralph Saggese, manager del Peppermint Lounge, riassume così: “ci vogliono due persone per il tango ma solo una per il twist“, lasciando che una nota maliziosa risuoni nella frase. Proprio questo nuovo ballo senza contatto fisico porta a una nuova ondata di band tutte al femminile nei primi anni 60. Ovviamente, la critica quasi esclusivamente maschile ignora o denigra queste formazioni, solo in parte riscoperte nei decenni successivi. Fra queste le  Goldie & the GingerbreadsThe Pleasure SeekersThe Feminine Complex e le Fanny, forse le più influenti e importanti.

Ann Powers

Ann Powers ha scritto per New York Times, Blender Magazine e The Village Voice. 

Ma la storia del rock, nonostante questo, non è stata scritta da donne. I più famosi critici musicali – dai classici Robert Christgau, Greil Marcus, Lester Bangs e Nick Kent fino al nostro Bertoncelli, il da poco scomparso Mark Fisher o l’attualissimo Simon Reynolds – sono tutti maschi. I dati non sono incoraggianti neanche a fine millennio: McLeod scrive che “nel 1999, il numero di editor donne o scrittrici professioniste in Rollin Stones si aggira intorno al 15%, [mentre] su Spin e Raygun, circa il 20%“. Ovviamente non si deve cadere in un errore superficiale: le donne appassionate di musica esistono, soprattutto grazie al web è oggi possibile raggiungerle facilmente se solo se ne ha l’intenzione e la pazienza. Faticano a farsi spazio nella critica istituzionalizzata, che trova irritante avere un punto di vista alternativo, a volte anche solo una sensibilità differente, un approccio che segue binari metodologici alternativi a quelli classici. Non è solo una questione di cromosomi ma di educazione e scelte che si articolano diversamente fra i due sessi, in ogni società: il percorso scolastico e lavorativo, le esperienze personali, l’approccio alle relazioni e all’esistenza. Difficilmente un critico maschio riesce oggi a proporre punti di vista nuovi su artisti del passato o anche contemporanei, tranne rare eccezioni: davvero, cosa di nuovo si potrà ancora dire sui Pink Floyd o sui Genesis, che non sia già stato detto? E anche se ci fosse qualcosa che pure si può dire, chi prova a uscire dalla tradizione ormai colossale di critiche maschili (e bianche e più o meno cristiane) profuse su nomi così famosi viene sistematicamente aggredito. Online, in questo senso, è peggio ancora di quanto doveva accadere anni fa sulla carta stampata ormai morente. E se a proporre questi nuovi punti di vista è una donna, gli stereotipi sono i più triviali.

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Raquel Cepeda ha edito l’antologia “And It Don’t Stop: The Best American Hip-Hop Journalism of the Last 25 Years” oltre ad aver scritto per People, Time Out New York, The Village Voice, CNN.com e The New York Times.

Dell’argomento si è parlato approfonditamente in The First Collection of Criticism by a Living Female Rock Critic, dove l’autrice Jessica Hopper ha raccolto contributi sul tema della critica scritta dalle donne. Ma ancora oggi, anche nei principali siti online, è difficile vedere redazioni a maggioranza femminile, pure se proprio alcune esperte hanno permesso di arricchire il panorama critico focalizzando l’attenzione su figure altrimenti trascurate o analizzate superficialmente. C’è una ricchezza di spunti che stiamo sottovalutando o persino escludendo dal corpus della critica musicale, metà umanità che ogni sedicente esperto dovrebbe considerare nella ricostruzione dell’evoluzione storica e sociale in cui ogni evento musicale avviene. Non è una questione di quote rosa, ma di interesse in punti di vista differenti. Come dovremmo arricchire la critica di spunti nuovi provenienti da altre etnie, altre e più giovani generazioni e sicuramente altri approcci alla materia di persone con altri tipi di formazione (per esempio economica, come è il caso di Peter Tschmuck), così credo che dovremmo nutrirci con avida curiosità delle firme femminili della critica rock, ancora meglio se nel farlo riusciamo a restare fuori dai cliché.

Per rileggersi ancora una volta la storia della musica tutta maschile, bianca e cristiana, poi, c’è sempre tempo.

(le foto dell’articolo che avete appena letto sono un modesto tributo ad alcune delle più celebrate firme femminili della critica rock.)

 

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