Raccontare La Provincia: gli 883 e “Con Un Deca”

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Sono nato, cresciuto e vivo ancora in un paesino di provincia che fatica ad arrivare alle 10mila anime. Da diversi anni l’amministrazione locale fa di tutto per superare la cifra simbolica e tonda, per motivi burocratici ma forse anche per vanità. In generale non disprezzo la vita in periferia, ma questo è un pensiero che non avrei fatto mio dieci anni fa. Questo perché oggi, munito di auto e di qualche soldo in più in tasca, più libertà rispetto a un ragazzino delle superiori e meno fame di scoprire il sesso, le droghe e il divertimento, non mi pesa così tanto questo silenzio irreale alle 22 di sera.

Quando avevo 13 o 16 anni, però, vivere ad appena 8 chilometri dalla prima città era una distanza che vivevo come un’afflizione. Il motivo è uno: in periferia ti rompi le palle. Se sei un adolescente che vorrebbe non dormire mai e ingozzarsi di nuove esperienze, un paesino il cui unico motivo di interesse è una Badia del ‘600, che si addormenta al tramontare del Sole e che annovera 12 barbieri, altrettanti bar ma neanche un pub, una birreria o una discoteca, non è il massimo.

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Vivendo ai margini della città, devi impegnarti a trascorrere il tempo in un modo o nell’altro. L’estate, quando ancora sei uno scolaro, è virtualmente infinita. Il tempo diventa una sostanza collosa, come gomma fusa che rallenta ogni movimento e rende faticosa ogni azione. Sei ore al giorno diventa impossibile uscire, il resto del tempo l’unico svago possibile diventa un qualche giardino comunale. Più che trascorrere il tempo o impegnarlo, lo si perde. Succede così che per molti anni la città diventa una meta ambita, misteriosa e piena di sogni che aspettano te per realizzarsi. In città vivono quasi tutti i compagni di scuola, le ragazze con cui vorresti esplorare cose viste solo nei film e ovviamente tutti i principali passatempi: droghe più o meno legali e locali più o meno notturni.

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Poi però inizi ad accumulare candeline sulla torta di compleanno, prendi la patente e convinci i tuoi a prestarti la macchina ogni tanto. Inizi a frequentare la città, le sue persone e i suoi luoghi. Dopo qualche anno, il paesino da cui arrivi diventa un luogo mitologico, fatto di ricordi e di riferimenti comprensibili solo a te e a chi, come te, ci è nato e cresciuto. Come i nomi dei personaggi caratteristici, indispensabili per ogni paesino che si rispetti. Noi abbiamo la nostra pazza squinternata, il senzatetto che insulta i passanti, l’autista di autobus che guida infrangendo qualsiasi codice della strada. Abbiamo nomignoli assurdi per i negozi, solo perché così si sono tramandati: chiamiamo le cartolerie col nome del proprietario o della proprietaria di 15 anni fa, anche se han cambiato gestione già due volte.

Per questo, per me che sono nato e cresciuto in periferia, ha sempre risuonato in modo intenso una canzone che parla non di New York, Londra o Milano, ma di un centro minore. Anche in senso astratto, una canzone che parla genericamente della vita nella periferia. E per quanto esistano splendide canzoni italiane che riguardano le nostre metropoli, ripensavo in questi giorni a quelle che ho sentito più vicine a questo lato della mia vita. In particolare a una.

Tutto è partito dagli 883, dopo aver riascoltato il loro primo album. Hanno Ucciso L’Uomo Ragno è infatti intriso dei piccoli drammi della periferia ma anche della sua aura romantica. Il duo Pezzali e Repetto è di Pavia, 70mila abitanti a 40 chilometri da Milano. Una cittadina che rispetto al mio paesino è comunque una metropoli. In ogni caso, i due non sembrano amarla granché: ci si annoia, si perde tempo in giro facendo poco e nulla e si tira tardi parlando. I soldi per arrivare in città scarseggiano, anche perché là la vita è più cara. E poi i mezzi per arrivarci, i genitori che rompono e tutto il resto. La fotografia nitida di tutto questo è tutta in Con Un Deca.

I riferimenti ci sono tutti e ricalcano i discorsi che ho sentito fare cento volte negli anni della noia estiva in periferia. Il conteggio delle “due discoteche centosei farmacie“, anche se noi eravamo ad un misero zero contro uno. La frustrazione dovuta a non avere un soldo per farne due, visto che “con un deca non si può andar via“. Poi le chiacchiere che proseguono fino a notte fonda, dove si sogna la svolta (“è l’ora che si tiran fuori le idee per diventare miliardari“) o la fuga (“molliamo tutto e ce ne andiamo a New York“). Sono fantasie, sogni e ambizioni che si sciolgono la mattina successiva, con il primo raggio di Sole. Se vivi in periferia sembra che tutte le occasioni della vita ti stiano passando sotto il naso e tu non possa coglierle. Se tutti gli adolescenti si sentono emarginati e diversi, vivere in periferia amplifica questa sensazione, ti entra dentro una sottile malinconia. Arrivato quasi a trent’anni ci ripensi, un giorno qualsiasi, e ti senti allo stesso tempo incantato al ricordo e addolorato dal tempo che pure è trascorso: scopri così che periferia è sinonimo di nostalgia.


Le immagini sono tutte di quadri di Edward Hopper.

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