Wormed – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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I Wormed sono un raro caso di band Brutal Death Metal spagnola che si prodiga in una mattanza di voci gutturali inumane, partenze esplosive, esplosioni e rallentamenti à la Suffocation in Planisphærium (2003), un album in parte fiaccato da una produzione che lascia sullo sfondo le chitarre privilegiando i suoni sgraziati della voce-rutto e della batteria. L’album è in ogni caso una rara dimostrazione di violenza senza compromessi, un monolite di inumana ferocia che svela a tratti una natura intricata dietro all’apparente e costante caos.

Quando tornano dopo dieci anni con Exodromos (2013), sono decisamente più precisi e labirintici, rimanendo ossessionati da immagini sci-fi incomprensibili non solo a causa dei testi recitati in registri inintellegibili. L’opera è un susseguirsi efferatissimo di violenze, entro i quali si delinea una schizofrenica complessità (per es. Spacetime Ekleipsis Vorticity, Xenoverse Discharger, The Nonlocality Dilemma).

Il limite di questa sintassi labrintica, di questi brani che perennemente mutano riff e velocità, sta nel riuscire raramente a costruire un discorso musicale, a delineare un nuovo panorama estetico. Le ispirazioni sci-fi, pur palpabili in altre band come i Gigan, rimangono qua una suggestione di un sound freddo e di una voce ultraterrena e incomprensibile, ma poco di più: la chitarra è soprattutto un campionario di trovate brutali di Suffocation ed eredi; la batteria pur dimenandosi e distinguendosi per l’uso del rullante, raramente stupisce; non c’è parola del testo comprensibile. Possono appuntarsi al petto la spilla degli estremisti assoluti e dei brutali esperti di sci-fi, ma non è tutto in un ambito come quello del Metal dove sia la violenza che le ispirazioni letterarie fantasiose sono ormai la normalità.

Sorprendentemente, Krighsu (2016) è più creativo nelle chitarre e sfoggia un sound finalmente davvero devastante, una macchina che certosinamente incastra ritmi e deflagrazioni, accelerazioni e rallentamenti, muragli sonore e spunti atmosferici e resa tuttavia comprensibile dalla produzione più affilata. Il primo impatto è di trovarsi nel bel mezzo di una guerriglia non appartenente a questo mondo, una coreografia apocalittica dove il caos strabordante è messo a sistema da una band che non perde mai la bussola e domina in modo innaturale strutture cervellotiche, che è quasi impossibile districare.

Intrecciati in vortici claustrofobici, i rigoli di melodie si arrampicano come piante mentre la sezione ritmica bombarda a tappeto, come in Agliptian Codex Cyborgization. Per quanto ancora molto monotona, anche la voce si dimostra leggermente più duttile, come nell’urlo strozzato di The Singulartarianism, un Brutal-Grind che rallenta con inflessioni di Blues malsano.

Finalmente l’atmosfera sci-fi è davvero palpabile, per esempio in Ekaryotic Hex Swarm, con arrangiamenti ariosi dagli spunti sinfonici. Di più, in Computronium Pulsar Nanarchy ricordano tanto le geometrie caotiche dei Gorguts che le visioni distopiche dei Meshuggah.

A-Life Omega Point è un ipersonico attacco ai timpani, ma sullo sfondo muovono sinfonie inquietanti e suggestive, dai tratti cosmici. Il vertice è la conclusiva Molecular Winds, quasi 7 minuti di devastazione che ben evidenzia la potenza della batteria, la complessità dell’evoluzione dei brani e, più che altrove, spunti visionari, qua in versione allucinata. La coda dissonante e spaziale è il degno coronamento di un viaggio che, se si hanno lo stomaco e i timpani, si può percorrere insieme alla band nel profondo buio dell’universo.

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Voti:

Planisphærium – 5,5
Exodromos – 5,5
Krighsu – 7

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