Kate Tempest – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Le migliori canzoni di Kate Tempest

La londinese Kate Esther Calvert, conosciuta ai più come Kate Tempest, è una poetessa contemporanea che, dopo alcuni lavori che interessano un ristretto pubblico di appassionati, si avvicina all’Hip-Hop con il curioso album Everybody Down (2014), un album che racconta la storia di alcuni giovani fra droga, relazioni complicate e difficoltà lavorative. Qui sfrutta il fondamento ritmico del genere per piegarlo ad esigenze teatrali e poetiche nuove, scacciando tuttavia qualsiasi rischio di proporre una mera intellettualizzazione di un genere musicale urbano e sottoproletario. La Calvert è capace di raccontare con abilità le sue storie, forte di una voce che si adatta alle varie narrazioni con naturalezza e che sfrutta il ritmo a volte nel modo tipico dell’Hip-Hop, a volte distendendosi in uno spoken word che le permette più libertà, cambi di velocità, espressività. Siamo lontani dall’estetica dell’Hip-Hop USA, più vicina agli scenari urbani di un Mike Skinner. In Marshall Law, trascinante apertura, la Calvert si ritrova anche a sussurrare, mentre nel resto dell’album accenna timidi momenti di quasi-canto. I brani raccontano le ansie, le miserie, le difficoltà della contemporaneità, con particolare attenzione al sociale e al relazionale.

A volte anche con energia trascinante, come in The Beigeness, Circles e Lonely Daze, ma comunque descrivendo situazioni di moderno degrado, con versi come “‘Oh and I can see here that you have a degree’/ ‘Yes,’ says Pete, ‘in International Relations.’/ ‘Great. Let’s see if Primark has space for a placement.’ . Il sound è quello elettronico di un Hip-Hop urbano della Londra post-Dubstep, minacciosa e tecnologica, futuristica e inumana. Everybody Down è la versione sperimentale, coraggiosa e poetica di quello che fece Lady Sovereign.

Let Them Eat Chaos (2016) affonda ancora di più nei problemi della società contemporanea, parlando di ambiente, droga, malattie mentali, solitudine tecnologica. Musicalmente, è un album che si emancipa dall’Hip-Hop in alcuni spoken-word astratti come Picture A Vacuum, Brews, Breaks e nelle aperture parlate di molti brani. Nuovi manifesti, nuovi brani buoni per riflettere sul presente dell’Occidente, sono Ketamine For Breakfast, We Die, Europe Is Lost, Whoops, Don’t Fall In, l’amara riflessione di Perfect Coffee, un Funk desolante come Tunnel Vision e una Pictures On A Screen che è forse il capolavoro della Calvert, una confessione in una nuvola onirica sull’ansia, la depressione e l’incapacità di immaginare un futuro sereno.

Immersa in una atmosfera di sogno ad occhi aperti, inebetita dagli slogan, fiaccata da lavori inumani e ansie sociali insopprimibili, la società dipinta dalla Calvert è tragica senza essere retorica, reale senza essere realistica. I paesaggi, le sensazioni, le relazioni che descrive sono distopiche, sembrano provenire da un romanzo intinto di sfiducia nel capitalismo e nel futuro, sembrano narrazioni di fantasia ma sono storie comuni, drammi tangibili e oggettivi. La Calvert racconta la realtà meglio di molti cantautori e rapper, con sensibilità e la capacità di coinvolgere nella narrazione chi ascolta. Un gruppo di personaggi si muove, nell’opera, e trasforma la tracklist nei capitoli di un libro corale o nelle scene di un’opera teatrale. Let Them Eat Chaos è, così, il secondo album di seguito a spiccare fra le opere contemporanee e conferma la Calvert come una delle più acute e originali interpreti del nostro tempo.

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Voti:

Everybody Down – 7,5
Let Them Eat Chaos – 7,5

Le migliori canzoni di Kate Tempest

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