Vi Racconto I Miei Album Preferiti Del 2016

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Il gioco di ogni dicembre è quello di scrivere una listarella che chiuda l’anno e che generi le classiche reazioni di segno opposto, principalmente “grande lista!” o “come c@##o ti permetti di non pensarla come me?!“. Un giochino pieno di difetti, il più grande dei quali è che io proprio non ce la faccio a stare dietro a tutti gli album interessanti mentre sono sparati a tutta forza sul mercato, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Il secondo limite è che solo dopo che quelli bravi hanno pubblicato le loro liste, scopri tantissimi album che potrebbero benissimo scalzare il mio podio senza problemi. Il terzo è che la lista poi la compili l’8 dicembre, quindi ti perdi un po’ di roba pubblicata nelle ultime settimane dell’anno. C’è da dire, però, che le liste sul web hanno un grande vantaggio: si possono aggiornare e rivedere dopo altri anni di ascolti, emendando gli abbagli e inserendo meditate aggiunte.

E quindi non mi sottraggo e vi lascio qua i miei 14 album preferiti di quest’anno, ma invece di scrivervi solo questi nomi, ne approfitto per raccontare anche l’anno musicale che si sta chiudendo, come l’ha vissuto il mondo e come l’ho vissuto io. Fatemi sapere poi se questo esperimento vi è piaciuto, i vostri album preferiti dell’anno oppure anche un semplice “come c@##o ti permetti di non pensarla come me?!“. Che poi io nel 2016 ho anche messo su la pagina Facebook, quindi potete scrivermi anche là “come c@##o ti permetti di non pensarla come me?!“.

L’anno dei “Grandi Antichi”

Questo 2016 è stato dominato dai “Grandi Antichi”, in senso metaforico e letterale. La “trilogia della morte”, un’espressione che è ispirata da questa intervista a Luigi Porto su PsyCanProg, è stata scritta da eminenze riconosciute della musica popolare come David Bowie, Nick Cave e Leonard Cohen. Lo sapete tutti che oggi, questi “vecchi” sono per due terzi lontani da questa valle di lacrime e quindi, essendo trapassati per sempre, permettetemi di chiamarli antichi, appartenenti cioè al passato remoto (se mai ne esiste ancora uno). L’anno si è aperto con la morte di Bowie – la prima di tante – contestuale alla pubblicazione del minuziosamente analizzato Blackstar, ed è stato segnato nella seconda metà prima dall’uscita della sofferente opera di Nick Cave, Skeleton Tree, e poi dall’epitaffio di Leonard Cohen, morto pochi giorni dopo la pubblicazione di You Want It Darker.

Ho già parlato molto del confronto fra l’ultima opera di Cohen e la stella nera di Bowie, prendendomi anche qualche inevitabile critica e qualche insulto. Io, che mai ho adorato Bowie, sono invece rimasto colpito dall’eleganza del morente Cohen e proprio il suo album è il primo che voglio citare fra i miei preferiti di questo anno che si sta esaurendo. Pur non avendo apprezzato molto il 25esimo album del Duca Bianco, sono rimasto stregato dalla title-track, peraltro accompagnata da un video degno del suo autore.

Tornando a You Want It Darker, è un album che emana un senso di ineluttabile e di morte, ma si sarebbe ingenerosi a descriverlo semplicemente come lugubre o funebre. Il suo autore, 82enne con una voce mai così profonda, vi snocciola confessioni e riflessioni ponderate in ogni singola parola, sostenute da arrangiamenti eleganti, perfetti nella loro essenza umbratile. La morte c’è, ma è un sonno riposante, un nero in cui abbandonarsi, il letto in cui affondare per riposare un’anima sempre tormentata, straziata dai sentimenti, dai pensieri e dalle emozioni. Tutt’altro che monocorde l’atmosfera, con punti di luce moderati ma presenti (i cori in On The Level, per es.) e persino qualche grammo di autoironia (la metafora del gioco in Leaving The Table, per es.). La splendida title-track è un testamento sonoro, il canto che apre l’ultimo spettacolo di un vecchio poeta. 36 minuti in cui non si spreca una nota, una parola, una ripetizione di troppo. Un album essenziale, dove la senilità diventa sintomo di essenzialità, pulizia, eleganza, precisione e un’abilità sopraffina di toccare le corde dell’anima.

Skeleton Tree l’ho invece scoperto al cinema, durante la proiezione di “One More Time With Feeling”, il documentario sulla creazione di un album complicato, scritto successivamente alla morte del figlio adolescente dell’autore. Nel film si ricostruisce questo difficile processo creativo, drammatico e a tratti davvero straziante, ma sempre dignitoso anche nei momenti che scuotono il cuore. L’album l’ho riascoltato settimane dopo, ed è luttuoso, scurissimo e vibrante d’emozione, con punte di angoscia che stanno al limitare con la catatonia e l’apatia. Cave deforma la sua forma musicale fino a ridurre tutto a un informe ammasso sonoro, ottundente e vacuo, dove l’ascoltatore può percepire intensamente l’orrore della morte vissuto da un genitore.

Al momento è proprio l’opera di Nick Cave quella meglio votata dalla critica secondo Metacritic, con un incredibile 95/100 di media che si spiega solo dopo aver capito quanto sono sballati i giudizi musicali (ne abbiamo già parlato da queste parti). Cohen si ferma poco sotto, quota 92, Bowie a 87. Nel momento in cui scrivo anche Rate Your Music riporta come meglio votato proprio il Blackstar di Bowie, 8° Cave, 25° Cohen.

Torniamo ai Grandi Antichi, quelli in senso letterale, perché quest’anno mi hanno accompagnato per molto tempo e li ho citati un numero spropositato di volte, tanto da farli diventare protagonisti del mio 2016. Ho rimesso insieme un lungo speciale sulla musica influenza da Lovecraft e dalla sua mitologia allucinata. Sull’onda di quelle ricerche ho scoperto e riscoperto artisti come, per dirne qualcuno, Chthe’ilistDarkspaceGoodspeed You Black EmperorOranssi Pazuzu e Sulphur Aeon. E proprio gli Oranssi Pazuzu hanno scritto un altro degli album più belli dell’anno, il mastodontico Värähtelijä, un album colossale di 69 minuti, ma anche il più facile da ascoltare della loro discografia. Riducendo l’impatto fisico della musica, dà spazio ai miasmi Psych-Rock e alle dinamiche Prog-Rock. Questo non significa che la band si sia addolcita, piuttosto lavora tanto a stordire quanto a ipnotizzare l’ascoltatore. Dopo aver ascoltato le lunghe composizioni dell’album, non si sa davvero cosa chiedere di più per dimostrare quanto possa essere ampio il vocabolario della band, totalmente emancipatasi dalla ripetitività del Black Metal nel quale affonda le proprie radici.

E quindi, fra grandi vecchi e grandi antichi, è stato un 2016 all’insegna delle ombre lunghe della morte e del dolore, del nulla e dell’ignoto che il triste mietitore porta con sé. Non esattamente il più divertente degli aspetti di questo anno in esaurimento, ma sicuramente uno dei più importanti. Poi c’è stato anche molto altro.

La (Nuova) Golden Age Della Black Music (E Una Slam Queen Bionda)

Avete provato a dare un’occhiata agli album meglio votati su Rate Your Music degli anni 10? Dopo aver superato anche il sesto anno, inizia a diventare difficile stravolgere la top 10, quindi possiamo iniziare a considerarla come una prima, approssimativa, fotografia del decennio che stiamo vivendo. Ne prenderei i particolari come oro colato? Ovviamente no, perché sappiamo tutti che ci passa solo un certo pubblico su Rate Your Music e ci sono naturali distorsioni verso alcuni ambiti, tipo il metal che occupa 1/10 degli album meglio votati. Però, una riflessione di massima secondo me si può fare senza sbagliare di grosso: gli ultimi anni hanno visto una considerazione sembra maggiore della Black Music.

Kendrick Lamar e Kanye West occupano le prime tre posizioni, con in cima quel My Beautiful Dark Twisted Fantasy che difficilmente si farà superare da qualcosa nei prossimi anni. E scorrendo le prime 40 posizioni, i posti occupati dalla galassia black sono tanti: D’Angelo and The Vanguard con Black MessiahDanny Brown con Atrocity Exhibition, i furibondi Death Grips con The Money Store, i Run the Jewels con il loro secondo album, Janelle Monáe con il suo The ArchAndroid e tanti altri. A spostare l’attenzione sul 2016, il quadro non cambia, anzi l’impressione è che l’attenzione e l’apprezzamento verso la musica Soul/Hip-Hop/R’n0b sia cresciuto enormemente e che ci sia molto entusiasmo per gli artisti contemporanei e per qualche vecchia volpe tornata alla carica. Uno dei casi più curiosi è quello degli A Tribe Called Quest, tornati sulle scene dopo 18 anni con con We Got It From Here… Thank You 4 Your Service. Curioso perché fra i nomi chiacchieratissimi del 2016 in quota Black Music, è l’unico caso rilevante di un gruppo che propone un’opera classica, che potrebbe appartenere tranquillamente allo scorso millennio. Per trovare qualcosa di simile su Rate Your Music si deve scorrere fino alla posizione 277, dove troviamo il nuovo e meno lodato album dei De La Soul, altra istituzione del mondo Hip-Hop. (Se provate a guardare cosa succede con i voti degli anni Zero, le cose sono decisamente meno orientate alla Black Music)

Gli altri nomi, invece, sono tutti della nuova scuola, quella che ha vissuto solo e unicamente nel nuovo millennio: manca Kanye West ma troviamo sempre Kendrick Lamar, un tostissimo Danny Brown, il recensitissimo Frank Ocean che ha fatto impazzire molta critica con il contorto Blond(e) e quello che rimane ancora il mio preferito fra i rapper, cioè Aesop Rock, con il suo ultimo The Impossible Kid. Basta? Macché! Immancabile qualcuno in quota Trap, quindi ecco Denzel Curry con Imperial, a cui si aggiunge l’amato Anderson .Paak con la svolta più morbida e Soul di Malibu.

Se guardiamo alle opinioni della critica, le cose non cambiano di molto: nella Top 40 di Metacritic troviamo Beyoncé con il suo elaborato Lemonade, accoppiata alla sorella Solange con il più elegante e coeso A Seat At The Table. Anche qua gli A Tribe Called Quest, poi Frank Ocean, Common con il suo Black America Again, il Soul sofisticato di Michael Kiwanuka e il suo Love & Hate, il ritorno di Maxwell con blackSUMMERS’night e ovviamente Lamar, Paak, Brown e Aesop. Una quota importante di Black Music, quindi.

Cosa di questo rientra fra i miei album preferiti del 2016? In attesa di recuperare qualcuno che ancora manca all’appello (Maxwell e Denzel Curry, soprattutto) posso dire che la mia preferenza va tutta su Danny Brown, perché Atrocity Exhibition è un album spiazzante: una sequenza ininterrotta di esperimenti sbilenchi, di beat atipici, di arrangiamenti surreali. Un arsenale di stili che comprende sicuramente il post-punk, ma anche gli esperimenti del noise-rock, la destrutturazione del ritmo propria del Breakbeat e della Jungle, le linee di basso sensuali ed elaborate del Funk. Un album di sperimentazione e di coraggio, scritto da uno che ha già regalato al mondo XXX.

Poi, in quota femminile, il mio poco importante “continua così” va a Laura Mvula e il suo The Dreaming Moon. Più spigolosa ma non meno elegante di quanto si ascoltò nell’esordio, la Mvula indovina il Funk-Soul di Overcome, con tanto di Nile Rodgers e London Symphony Orchestra e stupisce con la danza di voci eteree e orchestrazioni possenti che chiude Kiss My Feet, oltre che con l’intreccio sognante di Angel, dimostrando come, pur rimanendo fedele a se stessa, la Mvula trovi nuove declinazioni per la sua creatività attingendo da nuovi contesti.

Ma il miglior album Black dell’anno potrebbe non molto Black. Ha a che fare con il mondo delle poetry slam, competizioni su testi originali a metà fra il Rap e la letteratura. Da quel mondo arriva la bionda, pallida, talentuosa Kate Tempest. Una bianca che fa Black Music, il che dimostra quanto sia ridicola l’etichetta e quanto ne serva una nuova e più contemporanea. Il suo album, Let Them Eat Chaos, sembra capace di descrivere, poetare, narrare del presente e sulla nostra società. Non è un caso che arrivi da Londra, una città dove il concetto stesso di etnia, nazionalità e continente ha poco senso. Con questo secondo album conquista l’attenzione dell’ascoltatore parlando di ambiente, droga, malattie mentali, solitudine tecnologica. Pictures On A Screen che è forse il capolavoro in un album eccellente, una confessione in una nuvola onirica sull’ansia, la depressione e l’incapacità di immaginare un futuro sereno. Impossibile, nell’anno della Brexit, non tenere in conto anche Europe Is Lost.

Immersa in una atmosfera di sogno ad occhi aperti, inebetita dagli slogan, fiaccata da lavori inumani e ansie sociali insopprimibili, la società dipinta da Kate Tempest è tragica senza essere retorica, reale senza essere realistica. I paesaggi, le sensazioni, le relazioni che descrive sono distopiche, sembrano provenire da un romanzo intinto di sfiducia nel capitalismo e nel futuro, sembrano narrazioni di fantasia ma sono storie comuni, drammi tangibili e oggettivi. Un gruppo di personaggi si muove, nell’opera, e trasforma la tracklist nei capitoli di un libro corale o nelle scene di un’opera teatrale.

Il Polo Elettronico, Tutto Da Scoprire

Sono molti i problemi che la critica musicale ha incontrato con l’Elettronica. Uno, ed è un elemento di quelli ingombranti, è che tutto è strutturato attorno alle recensioni degli album, il corrispettivo del romanzo per il musicista pop/rock. Puoi anche essere un fuoriclasse, ma se non scrivi un bell’album, non comparirai nelle classifiche delle opere migliori (che sono poi gli album migliori) e sarai relegato a una nota a margine. Sul modello album-centrico ci è salito l’Hip-Hop senza problemi, ma l’Elettronica proprio ci si adatta male, piena com’è di singoli fulminanti, progetti paralleli, remix che surclassano gli originali. Liquida e mutante, nonché frammentaria, la materia Elettronica mal si adatta la rigida burocrazia dei critici musicali di oggi, cioè delle webzine più o meno settoriali. Mi piacerebbe dirvi che invece io non ho questo problema, ma non è per nulla vero: non riesco a stare dietro al mondo elettronico, che rimane per me sempre tutto da scoprire. In attesa di imparare a districarmi meglio, però, ogni anno mi dedico ai miei pochi e selezionati ascolti, per avere almeno una prima impressione su cosa stia succedendo.

Un elemento che mi sembra palese è che la voce, com’era una volta, è scomparsa da quasi tutta l’Elettronica e che oggi un filtro, un autotune o un vocoder non si negano a nessuno. Il secondo elemento che balza all’orecchio è che l’Elettronica è ovunque, infiltrata nel Rock e nell’Hip-Hop in modo pervasivo, dopo aver dominato il Pop sottratto agli ultimi sussulti revivalistici Pop/Rock.

In questo senso, il caso dell’anno è Bon Iver, un timido e talentuoso cantautore che ha preso la strada della tempesta elettronica a base di effetti a profusione. 22, A Million è un album da cui il canto ne esce stravolto, deformato, frammentato, torturato, deumanizzato mentre gli arrangiamenti si muovono fra frammenti ritmici, cacofonie e idiosincrasie di ogni tipo. La materia sonora sembra esplosa in mille coloratissimi frammenti, in cocci che è impossibile rimettere insieme in modo logico. Neanche i titoli dei brani sono comprensibili, pieni di simboli difficili da decifrare; i testi sono criptici.

Attorno al concetto di distruzione, errore, deformazione si muove l’intera opera, che sembra vivere di un equilibrio instabile tanto forte da segnare, virtualmente, la fine della carriera. Dopo questo straziante insieme di sospiri sentimentali, di emozioni e di sussulti spezzati, sembra impossibile ritornare alla forma degli esordi. Album intimo e sussurrato, cacofonico e assordante, struggente e robotico, si tratta di uno dei più interessanti esperimenti di cantautorato del periodo.

Fra le altre cose dell’ambito elettronico che voglio citare ci sono le ultime opere di Nicolas Jaar e Roly Porter. Sirens, il gioiello del primo, è un album autobiografico, che tramite un flusso di coscienza musicale ripercorre il doloroso passato dell’autore, fuggito dal Cile in tenera età. Le composizioni sono solo sei, tutte di pregevole fattura e molto eterogenee. Difficile non rimanere disorientati, visto che Jaar è a suo agio in mondi sonori estremamente diversi, unisce fruibilità e ricerca, gestisce con mirabile adattabilità il politico e il ballabile, l’atmosferico e l’aggressivo, il lugubre e il trasognato. Una capacità espressiva che ha pochi eguali, un’opera elegante e raffinata, che lo conferma artista completo nonostante la sua breve carriera.

Il viaggio spaziale di Roly Porter, Third Law, invece, unisce musiche colossali, suoni galattici, abnormi staffilate dalle sembianze Industrial. 4101 è uno dei brani più suggestivi e creativi del periodo, una pulsazione di dimensioni sovrumane, costruita con pieni orchestrali tanto intensi da diventare mura di suono e supportata da esili melodie glaciali. Con Third Law Potert arriva finalmente a scrivere la sua opera definitiva sulla osservazione dello spazio profondo e l’esplorazione delle domande filosofiche che suscita.

Mi ha conquistato anche il grande ritorno degli Avalanches, dopo 16 anni: Wildflower è un seguito degno dell’esordio, questa è la notizia. Fra le tante collaborazioni, quella di Danny Brown è la più importante per l’economia dell’opera. Allucinatissimo road trip, è pieno di suoni anni ’60, nostalgia e una fragile gioia. Anche questa volta, citare i brani non renderebbe giustizia al lavoro complessivo, sensazionale, di cucitura, revisione, mutazione dei campioni audio. Solo Frankie Sinatra sembra poter vivere anche fuori dal contesto dell’album, ed è uno dei ballabili più divertenti di sempre. Dopo 3 lustri abbondanti, questa musica retromaniaca, da crave digging ossessivo, suona tuttavia quasi tragica: in un mondo della musica popolare affogato nel suo passato, il Rock moribondo e ormai relegato al destino dei classici, il Pop incapace di rinnovarsi e trovare una strada differente da idoli temporanei, l’Hip-Hop celeberrimo che deve gestire il suo stardom ingombrante questo Wildflower, ricollegandosi all’album di inizio millennio, ci dimostra come gli Avalanches, la loro plunderphonics visionaria, la loro rilettura fantasiosa del passato e il loro mix onirico siano ancora oggi, dopo così tanto tempo, più freschi di molta della musica contemporanea.

Mi mancano tanti ascolti in questo settore: i Radiohead, che han fatto dell’interpolazione fra Pop/Rock ed Elettronica una ragione di vita, e l’ultimo Autechre, un colosso a cui dovrei dedicare un pomeriggio libero. Mi hanno detto che è interessante l’ultimo di Loscil, il che ne farebbe l’ennesimo album da ricordare in una discografia per ora senza cedimenti. Sono invece poco entusiasta dell’ultimo di Tim Hecker, che comunque avvalora la teoria che  vi scrivevo qualche riga più su:  sull’ultimo Love Streams la voce ha un ruolo importante, ma diventa puro suono, deformata da filtri e modulazioni, riverberi e glitch.

Sperimentazione, Metallo e Metallo Sperimentale

Con un occhio fisso a cosa succede nel mondo delle hit e delle classifiche (quest’anno con tanto di articoli dedicati alle canzoni dell’estate), ogni tanto uso l’altro occhio per osservare strabicamente il versante più sperimentale. in questo campo, di cose stravaganti se ne trovano a bizzeffe. Colin Stetson – un sassofonista che ha collaborato con Tom Waits, Arcade Fire, TV on the Radio, Bon Iver. Sinéad O’Connor, Laurie Anderson, LCD Soundsystem e Godspeed You! Black Emperor – ha proposto la sua rilettura sbilenca di un classico in Sorrow. A Reimagining Of Gorecki’s 3rd Symphony, composizione classica interpretata secondo un’anima Rock. Maja S.K. Ratkje ha studiato stili vocali inumani nell’ostico And Sing…, roba da pura sperimentazione e ricerca.

Alcuni dei miei album preferiti dell’anno uniscono lo spirito sperimentale con la potenza del Metal. Oltre ai già citati Oranssi Pazuzu, sono stato travolto dall’estremismo sci-fi dell’ultimo Wormed, l’abominevole Krighsu: la musica è una macchina che certosinamente incastra ritmi e deflagrazioni, accelerazioni e rallentamenti, muraglie sonore e spunti atmosferici. Il primo impatto è di trovarsi nel bel mezzo di una guerriglia non appartenente a questo mondo, una coreografia apocalittica dove il caos strabordante è messo a sistema da una band che non perde mai la bussola e domina in modo innaturale strutture cervellotiche che è quasi impossibile districare. Intrecciati in vortici claustrofobici, i rigoli di melodie si arrampicano come piante mentre la sezione ritmica bombarda a tappeto. Il vertice è la conclusiva Molecular Winds.

 Un album comunque meno impossibile da decifrare rispetto all’ultima fantasiosa sperimentazione del progetto Jute Gyte, nome dietro il quale si cela Adam Kalmbach, uno dei più estremi autori metal di sempre. Con l’album del 2016, Perdurance, lo troviamo armato, è il caso di dire, di una chitarra microtonale con cui porta all’estremo l’approccio minimale ed esplosivo esplorato negli ultimi anni, l’autore si esprime attraverso brani che definire contorti, intricati e labirintici sarebbe comunque appena una suggestione. Sei elementi in tracklist, 62 minuti totali: anche se non si è forti in matematica, sono più di 10 minuti di media. Ma attenzione, musica intricata non vuol dire senza impatto emotivo: impossibili da concepire e comprendere, questi brani trascinano l’ascoltatore come un meccanismo narrativo disorientante e sorprendente, una creazione aliena da ammirare con stupore, terrore e curiosità. Arte sovrumana, sovrannaturale, estrema.

Ma, ve lo dico perché vi ammiro per aver letto fino a questo punto, l’opera dell’anno è un’altra, ed è uno degli album Metal più grandiosi di sempre. Si tratta di Triangle, lo spaventoso triplo degli Schammasch. I tre dischi, ognuno della durata di 33 minuti, è parte di un discorso unico. La prima parte si intitola The Process of Dying ed è quella più lineare: alterna lugurbi momenti dalle tinte Doom con sfuriate più Black Metal, secondo il loro stile progressivo e maestoso. Part II: Metaflesh ha il compito di descrivere i momenti successivi alla morte. Qua la band supera il Black/Death Metal elaborato che ha coniato nei primi album. L’ispirazione è pesantemente “cosmica”, pure se in una concezione Lovecraft-iana. Metaflesh è fatta di brani più visionari, alieni e suggestivi: progressivamente la band si allontana dal suo suono tradizionale, così come la narrazione prosegue verso mondi sconosciuti e misteriosi. Part III: The Supernal Clear Light of the Void azzarda ancora di più, abbandonando il Black Metal in favore di una serie di bad-trip di Dark Ambient colorata di spunti tribali. Triangle è una delle opere più importanti della sua epoca, quantomeno per la musica Metal e, per quello che ho avuto modo di ascoltare, l’album che preferisco di questo 2016.

A te cosa è piaciuto di questo 2016? Mi scrivi i tuoi titoli preferiti nei commenti? Lo sai che ho anche raccolto le classifiche di altri blog? Hai letto la lista delle canzoni preferite?

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