Tom Waits – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Le migliori canzoni di Tom Waits

Lo statunitense Tom Waits è uno dei più originali cantautori della sua epoca. Il suo personaggio artistico è quello di un narratore alcolizzato, depresso, sporco e sgraziato che narra la vita dei derelitti ai margini della società, delle più sudicie baracche d’America, delle più immonde degradazioni sociali. Una dizionario di desolazione, depressione, isolamento, fragilità che vede i protagonisti dei brani muoversi in strade dove ogni nefandezza è possibile, dove l’abisso e la morte aleggiano costantemente come minaccia e come sollievo, compagni di una vita vissuta fra liquori scadenti bevuti in quantità eccessiva, droghe e crimini. A metà fra estetica pulp e noir, fra degrado urbano e poetica maledetta, con un’ossessione per il malsano, il decadente, lo sporco, il “peccato”, l’abbandonato, il dimenticato, l’opera di Tom Waits è una delle poche che risuona dell’anima più genuina del Blues, quella fatta di sofferenza e miseria, senza essere per questo epigonica e prevedibile.

Su tutta la sua musica, una enciclopedica collezione di stili musicali americani e stranieri che riesce a mettere insieme mondi distanti come la Polka e il Jazz, aleggiano i fetori nauseabondi delle bettole piene di fumo, delle fogne asfissianti delle metropoli, dell’odore acre dell’urina nei vicoli dove tentano di sopravvivere i barboni. I perdenti sono al centro di rappresentazioni teatrali dove il palcoscenico è sostituito da un’America fatiscente.

Protagonista naturale di tutta la sua discografia è la voce trucida, alcolica, rauca, caustica di Tom Waits, una delle più peculiari del suo secolo. Non è così scontato che il suo non sia altro che un virtuosismo al contrario, sia l’esaltazione anche nel canto di registri che sono la naturale trasposizione del degrado narrato nei brani. La sua dizione caustica, i suoi ruggiti minacciosi, le parole strozzate e confuse non solo sembrano appartenere ai derelitti di cui parla e alla loro quotidiana miseria, ma sembrano essere direttamente la traspozione naturale di quella realtà in un suono: Tom Waits è la voce del degrado americano. La sua voce è un triplo distillato di degrado urbano ed esistenziale.

I testi sono i degni co-protagonisti: inizialmente logorroici e maledetti, votati allo sproloquio autoindulgente dove il messaggio diventa la forma caracollante e incoerente, diventano in seguito sempre più oculati nelle loro imprecisioni, più chirurgici nelle loro approssimazioni. Quella che all’inizio sembra una istintiva propensione alla confusione è in seguito attribuibile ad un’esaltazione volontaria delle convulse cronache di vita vera di perdenti spinti ai margini della società civile.

Fondamentalmente, Tom Waits è un bluesman, per quanto atipico. Nella sua opera ricorrono i temi tipici del Blues, mentre davvero poco spazio è lasciato all’edonismo e al trionfalismo del Rock, all’amore per la tradizione del Country, allo stile evocativo e fiabesco del Folk. Disperazione, treni, morte, amore sono punti cardinali attorno ai quali ruotano i brani degli album e sono tradizionali almeno nei presupposti. Tom Waits ha semmai il merito di riproporli con l’attenzione di esaltarne le caratteristiche più truci e sozze, di versare su ogni tema la sua personale patina di sporcizia, dolore, lacrime, sofferenza, morte. Nel corso della carriera, poi, la sua arte si estende dalla tradizione Blues e Jazz ad un vasto ventaglio di generi popolari, sotto-proletari, riletti con attenzione musicofila per trasformarli prima in stereotipi e poi in grottesche, storte, deformi caricature così come le storie narrate sono deformi caricature della vita raccontata nel sogno americano e così come i suoi personaggi sono deformi caricature dell’americano medio dei poster, della propaganda, dei film di Hollywood.

Se Bruce Springsteen ha avuto il merito di parlare di un’altra America rispetto a quella delle megalopoli internazionali e dei colossi industriali globalizzati, Tom Waits si è spinto molto oltre e ha finito per rappresentare, nella sua colossale e prolifica discografia, tutto quello che i benpensanti tentano invano di nascondere sotto il tappeto: i limiti, le colpe, le miserie della vita quotidiana nella terra dei sogni e della libertà.

Solo lentamente si inizia a scorgere, dietro all’ubriacone senza morale, un’artista di grandiosa statura, un cantore del degrado ben cosciente dei suoi mezzi e della sua poetica. Se l’esordio avviene nel 1973 con Closing Affairs, passano almeno dieci anni perché Swordfishtrombones (1983) consacri la sua arte come una delle più importanti del secolo e dimostri una capacità compositiva, un’abilità teatrale, una sensibilità ai dettagli che è propria dell’artista, del creativo, dell’intellettuale impegnato se non ossessionato dalla sua opera. Dieci anni in cui dagli approssimativi e grotteschi Blues e Jazz degli esordi si arriva a moltiplicare i linguaggi, i messaggi, i personaggi fino a individuare una densa sintesi dell'”altra america”, quella che è rimasta ai margini persino della narrazione “alternativa” di Springsteen. In questo senso, Tom Waits è molto più vicino ai Velvet Underground che a Bob Dylan o Neil Young: sembra parlare del lato più spiacevole della società dal punto di vista di chi ha rischiato di affogare nella melma degli eccessi alcolici, delle droghe, della prostituzione, della criminalità.

L’approdo definitivo e, tutto sommato, naturale dell’immersione nella parte “sbagliata” della società, quella che rifiuta per scelta o per necessità le regole sociali, è quello dell’esaltazione epica del marcio, del brutto e dello sbagliato. Risulta quindi comprensibile che Sworfishtrombones (1983) e Rain Dogs (1985) siano soprattutto campionari di “errori” secondo la visione tradizionale della musica: nell’estetica del brutto, trionfa chi crea il mostro sonoro definitivo, il suono più derelitto, l’accostamento più anarchico. In questo Tom Waits è un adoratore della cacofonia, del rumore, della musica sbagliata, delle “soluzioni possibili” allo stesso modo di un Captain Beefheart o dei Pere Ubu. Egli percorre le strade dimenticate dell’america perché nessun artista sembra parlare delle loro storie, dei loro personaggi, dei loro amori e dei loro lutti: Tom Waits con il suo tributo al brutto amplia le possibilità della musica.

Quest’opera di esplorazione è tanto più evidente nel periodo della maturità che succede a Rain Dogs, che rappresenta al contempo l’apice della più esplosiva creatività ma anche l’inizio di una naturale opera di raffinazione del linguaggio. Tom Waits, dopo aver scritto i suoi due manifesti anarchici dell”83 e dell”85, dopo aver modellato il marmo con lo scalpello con l’impeto di liberare dalla roccia forme nuove e inedite, storpie e sgraziate, cura con attenzione i dettagli, le sfumature, gli accostamenti fra le linee spigolose e quelle più dolci: lentamente all’abisso del degrado si affianca lo spiraglio di una redenzione, per quanto blasfema, del brutto. Paradigmatico di questo percorso è Bone Machine (1992), la prima opera maggiore dopo molti anni. Brutto e bello, amore e morte, angeli della serenità e demoni del peccato convivono sempre più facilmente nei suoi album, che diventano descrivibili come “totali”.

L’esordio Closing Time (1973) è un album di ballate pianistiche notturne dove Blues, Jazz e molto Folk si incontrano in un clima malinconico. Ol’ 55 sarà resa celebre dagli Eagles, e soprattutto il Jazz umbratile di Midnight Lullaby e lo Swing vivace di Ice Cream Man anticipano il repertorio maggiore, ma sono poco più che un modesto antipasto. A posteriori l’album ha interesse perché permette di ricostruire da dove proviene Waits e su quale modello si costruisca la sua sofisticata estetica anarchica.

The Heart Of Saturday Night (1974) è già molto più programmatico: più Blues e più Jazz a supportare il Folk dell’esordio, per il primo gruppo di brani a tema noir. Waits gigioneggia negli stereotipi della musica americana, suonando a tratti come lo sconsolato Neil Young di Tonight’s The Night dell’anno successivo. La title-track lo scopre cantore tradizionalista, interprete accorato e vibrante come non deciderà più di essere in futuro. Solo col senno di poi, si scorgono i semi di un sound che sta germogliando lentamente.

Nighthawks at the Diner (1975), un live album, è un’importante pietra miliare della carriera, perché per la prima volta Waits rende protagonista la sua voce mostruosa e la sua parlantina logorroica. Per la prima volta indugia nella sporcizia dei suoi temi preferiti, di miseria, sesso ubriaco, alcolismo incontrollato. Lui è protagonista dei lunghi momenti di spoken-word, con il resto della musica che suona come un accompagnamento generico. Si tratta del primo tentativo di esposizione del brutto, in questo caso costruito attorno al modello decadente del jazz singer troppo anacronistico e aspirante, nella sua estetica elitaria, ad una vita in forte contrasto ironico con un quotidiano di depravazione e vizi peccaminosi. Il suo è un circo grottesco, dove il pianista e cantante diventa facilmente un poeta urbano e un comico sgangherato. I brani più lunghi, su tutti Nighthawk Postcards (11 min. e mezzo), rischiano di esaltare i limiti di un sound stereotipato. Dispersivo e ancora poco a fuoco, è l’ideale inizio della sua carriera dopo gli album preparatori degli esordi.

Small Change (1976) è infatti il primo album dove Waits abbandona l’ironia divertente ma anche semplice del primo periodo, affondando davvero nella desolante tristezza urbana. Tom Traubert’s Blues (Four Sheets to the Wind in Copenhagen) (quasi 7 min.) è una tragedia orchestrata come un’elegia funebre, dove la sua voce arrochita e accartocciata è un lamento lugubre. La stessa voce che, arrotolata in lunghe modulazioni, come in Jitterbug Boy e I Wish I Was in New Orleans (In the Ninth Ward), è capace di deformare tanto Louis Armstrong quanto di suonare come una piagnucolante confessione.

Il primo di altri capolavori alcolici è The Piano Has Been Drinking (Not Me), una ballata per pianoforte singhiozzante, cantata nel registro di un coma etilico imminente. Totla la maschera da clown triste, però, traspare una stanchezza e una desolazione che sembrano sincere.

In Invitation to the Blues il suo canto è già un anti-virtuosismo, o il virtuosismo al contrario di chi ha deciso di cantare fungendo da specchio grottesco e deformante del crooner metropolitano. Dopo che il Pop si è impossessato della tristezza per venderla ai ritornelli radiofonici, a Waits non rimane che una grottesca, esasperante esagerazione.

Per la prima volta, Waits si avventura anche in danze primitiviste, solo accidentalmente Jazz e Blues, in Pasties And A G-String, degna delle vignette variopinte di Rain Dogs. Questo è il primo caso in cui ci si emancipa completamente dai modelli popolari, verso una rilettura eclettica degli stili e verso forme più concise, che giovano alla densità creativa dei brani.

Foreign Affairs (1977) è intriso di un Jazz/Blues più classico, con la toccante A Sight for Sore Eyes e lo sgangherato lamento di Potter’s Field, un altro capolavoro di voce licantropa. L’album non segna comunque un balzo evolutivo come il precedente, limitandosi a limare qualche spigolo e anzi facendosi tentare da lo stile pacato e elegante dei classici.

Blue Valentine (1978) apre con una Somewhere insolitamente musicale e misurata e chiude con una title-track non troppo dissimile, ma l’opera brilla di più nel ritmo paludoso e nel canto ruggente di Red Shoes By The Drugstore, altro momento particolarmente creativo. La sofferta Wrong Side Of The Road è uno dei suoi più convincenti manifesti Blues, una delle sue canzoni più accorate e commoventii, mentre Whistlin’ Past The Graveyard è un R’n’B indiavolato cantato con la bava alla bocca. La lunga $29.00 (8 min.) è l’ennesimo tributo al Blues, ma non aggiunge molto di nuovo.

Heartattack and Vine (1980) contiene l’urlo animalesco e sofferto del Blues della title-track, la toccante dedica Folk di Jersey Girl e un canto che è spesso un ululato rauco. Mr. Siegal è un nuovo Blues sanguigno, elettrico e lascivo. L’impressione, però, è che il genio creativo sia stato oscurato dalla ricerca di una forma sempre più classica, elegante e decadente, misurando arrangiamenti e novità. L’anima più anarchica, creativa, peculiare rimane in secondo piano.

L’esplosione creativa tanto attesa, e la definitiva emancipazione dai modelli iniziali, arriva con Swordfishtrombones (1983), uno degli album più assurdi degli anni ’80. Il grottesco, il mostruoso, il deforme diventano protagonisti di uno stile che mischia, fonde, contrappone musiche popolari fra le più disparate. Un circo della bruttezza, un freak show malsano e angosciante che ha i colori del kitsch e del cacofonico. Quindici brani, molti sotto i tre minuti: bozzetti che sgangherati procedono, sempre sul punto di sfracellarsi, di fermarsi afflitti dalle loro asimmetrie.

Underground è subito un capolavoro, una danza circense disturbata dalla chitarra petulante e recitata con un andamento ossessivo e tribale. Shore Leave, suspense di dissonanze e rintocchi, è un aborto Blues/Rock che colleziona suoni cacofonici e improbabili rimasugli di Jazz d’atmosfera; Waits qui sussurra, maledetto e “noir”. 16 Shells From A 30.6 pesta duramente per spingere un Folk/Blues assordante e sgraziato, che avanza goffamente. Cambiando nuovamente tutto, Town With No Cheer è un’organetto che sorregge un canto funebre, un manifesto di desolazione inconsolabile. La title track prova a trasformare una musica per eleganti percussioni di Marimba in un canto Blues funebre, diventando uno dei vertici di un album eccezionale. Trouble`s Braids disarticola il Blues fino a renderla un’oscura e spaventosa musica tribale e misteriosa, recitata da un invasato e resa irrequieta dal duello fra percussioni impazzite e basso nevrotico.

Due strumentali sono ancora più anarchici: Dave The Butcher è una giostra di musichetta demenziale da strada che sembra un incubo di musica esotica suonata da degli ubriachi dilettanti; Just Another Sucker On The Vine una fanfara stonata, stracciona e ubriaca.

Nell’album Waits è camaleontico nel canto: sussurra, ruggisce, intona amabilmente (Johnsburg Illinois, la toccante Soldier’s Things), parlotta (Frank’s Wild Years) dimostrandosi flessibile e sempre carismatico.

Swordfishtrombones è l’approdo di una ricerca passata per momenti puramente creativi e anarchici e altri più classici e calligrafici: si partorisce così un guazzabuglio di stili, contaminazioni, deviazioni che ha pochi rivali nella storia della musica del periodo, ideato da un artista capace di spaziare agilmente fra l’elegia commovente, la danza grottesca, la cacofonia più gratuita.

In Waits, a differenza che nell’opera di artisti dell’avanguardia più oltranzista, non esiste contraddizione fra rievocazione e sperimentazione. Nell’apoteosi postmodernista che frulla stili e culturesi scopre un’enciclopedia mostruosa della musica americana e, indirettamente, si rappresenta il carnevale deforme della società. Dal meltin’ pot, dalla multiculturalità, dalla nostalgia del passato e dalle scoordinate spinte verso il progresso prende il via una musica innovativa e spaventosa. Waits è il grande burattinaio che tira i fili di questa commedia grottesca e drammatica, con la sua voce che, come quella di un camaleontico demone, cambia stile e confonde l’ascoltatore, disorientandolo.

Il periodo di grazia è cobfermato dall’eccezionale seguito di Swordfishtrombones, Rain Dogs (1985). 19 vignette, questa volta ad alto tasso “etnico”, suonano come altrettante grottesche commistioni stilistiche e culturali. Questa volta l’opera risponde a un disegno evidente di enciclopedia della multiculturalità, lontana tuttavia anni luce dalla World Music e da altre forme addolcite e innocue di mix eterogenei. In Rain Dogs ogni brano è l’occasione per fare un balzo nello spazio e nel tempo: mischiare stili e culture, tradizioni e città ma anche spostarsi verso un nostalgico passato decadente o tornare al presente confusionario.

Si susseguono brani che si distinguono come gioielli di creatività e anarchia compositiva. Singapore, una danza allegra resa grottesca dal canto ansiogeno, e Clap Hands, lenta e malsana, funebre e inquietante, sono appena l’antipasto di un’indigestione di fantasia musicale. Cemetery Polka, saltellante e grottesca musica da circo che si candida a più esilarante brano dell’intera discografia per le sue stonature assortite e i rintocchi di piatti, anticipa i profumi Western di Jockey Full of Bourbon e soprattutto il Blues frustato di Big Black Mariah, un sudicio boogie cantato fra sputi, smorfie e ruggiti. Hang Down Your Head è degna del più intimista Bruce Springsteen, Rain Dogs è una filastrocca degna di un film di Tim Burton. 9th & Hennepin prova un Jazz con cacofonie e dissonanze, Gun Street Girl un Country ridotto all’osso, Downtown Train il più trascinante dei Bruce Springsteen. Anche in questo caso gli strumentali sono anarchici (soprattutto Bride Of Rain Dog).

A chiude l’opera il lamento straziante di Anywhere I Lay My Head: Waits canta fino a lacerare ogni vocale in un rantolo, in un urlo strozzato, in un patetismo esasperato e deformato che viene irriso dal finale festoso. Un altro accostamento sbilenco, spiazzante, a concludere un’opera mastodontica, una programmatica distruzione dell’ovvio, che avviene rimescolando, dissacrando, manomettendo gli stili classici e popolari.

Dopo due album di questo livello, Tom Waits merita un posto fra i più grandi musicisti del suo tempo, uno dei pochi che ha saputo guardare alla tradizione popolare senza aver paura di immergersi per uscirne armato di un ventaglio di soluzioni praticamente infinito. Rain Dogs è un mosaico irrazionale, ossimorico, ma il metodo in cui tale costruzione assurda avviene è certosino, chirurgico. La ricerca del deforme, dello storpio, del malato, dello stridente, del patetico è in Waits una missione che è portata avanti con sfarzo di dettagli e di esaltanti eccessi.

Insieme Swordfishtrombones e Rain Dogs rappresentano un campionario di stili eccessivi e di brutture che gronda di dolore, si colora di ironia, si intinge di una liberatoria anarchia. Una vera smorfia di pianto è spesso più caricaturale di quella che qualsiasi attore accetterebbe di portare su un palco: lo stesso sembra valere per gli eccessi di Waits.

Franks Wild Years (1987) è un musical scritto assieme a sua moglie Kathleen Brennan. Meno imprevedibile, è comunque un album di grande varietà stilistica, irretita solo in parte da una coerenza complessiva decisamente più identificabile. La rumba acrobatica di Straight To The Top, fra fiati irrequieti e canto licantropo, un nuovo motivetto decadente degno dei capolavori come Blow Wind Blow, e il falsetto afono di Temptation, con un drammatico canto messicano, dimostrano sin dall’inizio che l’ispirazione non è sfumata.

Altri momenti di magnifico grottesco come I’ll Be Gone, danza sgangherata, e la sussurrata trenodia western di Yesterday Is Here alimentano la parte centrale dell’opera, chiusa idealmente da More Than Rain, di un patetico bandismo straccione, e dal Soul sofferto di Way Down In The Hole (famosa anche come sigla della serie-tv culto The Wire).

Waits ha tempo di riguardare al trapassato della musica popolare, trionfando nella sceneggiata scomposta di I’ll Take New York. Quest’ultimo brano è il sintomo più evidente di un artista che, giunto all’apice creativo, inizia a voltarsi, ripescando con nuovi mezzi e possibilità le idee parodistiche degli esordi. Franks Wild Years è un album minore solo perché succede a due capolavori: tolto dalla discografia di Waits, preso a sé, è comunque uno dei più interessanti album dell’anno.

Big Time (1987) fotografa Waits in uno dei suoi rari tour. Animale da palcoscenico, ripropone molti brani ancora oggi considerati classici, con l’istrionismo dell’artista consumato.

Il ritorno agli album di studio si ha tuttavia solo con Bone Machine (1992), ma è un’attesa decisamente ripagata dai risultati. Lo stile scarno, marciscente di Waits è diventato un barocco del brutto e dell’esasperato. Mentre un’ensemble di musicisti da vertigini lo accompagna (Les Claypool al basso e Keith Richards alla chitarra, per citare i più famosi), la voce si dimena fra opposti apparentemente inconciliabili, evocando una battaglia interiore lancinante. Le composizioni sono l’equivalente di una versione arricchiat di dettagli rispetto a Rain Dogs.

The Earth Died Screaming, per esempio, si alterna fra sussurri in falsetto, il malsano rantolo che è uno dei marchi di fabbrica di Waits e un Blues strappabudella, sofferto e esasperato nelle sue smorfie; la chiusura è una musica funebre per organo. A differenza della coppia di album-capolavoro, Waits è diventato molto più abile nell’affrontare con dolcezza la nostalgia e la malinconia, scansando le parodie grottesche a favore di brani toccanti come Dirt In The Ground, ennesimo brano a tema funebre, Who Are You This Time, Whistle Down The Wind e Little Rain. Traspare da questi brani una pacatezza, una sensibilità più pacata, tenue, elegante: il mostro deforme è, adesso, anche un essere sensibile, un poeta.

Such A Scream è uno dei più asimmetrici dei suoi Blues, praticamente è un miracolo che tutto non deragli dopo pochi secondi. The Ocean riesce a superare i suoi brani più inquietanti: è un incubo sonoro degno del Lynch più espressionista. In The Colosseum rinfocola lo spirito chiassoso, cacofonico e assordante dei suoi momenti più violenti. Goin’ Out West è persino candidabile come il più assordante brano di tutta la discografia, con chitarre distorte prese in prestito dal Noise-Rock. I Don’t Wanna Grow Up ha il tono del più spensierato Folk/Rock ma le distorsioni di una jam dei Velvet Underground.

Il più “totale” dei suoi album, Bone Machine sembra mettere a sistema l’espressività di Waits, spingendo tanto sul lato sperimentale quanto dimostrandosi insolitamente efficace anche su quello più pacato e vibrante di un’emotività più contenuta e toccante.

L’opera teatrale The Black Rider (1993) è supportata da musiche storte e cacofoniche, come nei due album capolavoro. Venti anni prima non sarebbe esistito un confronto ragionevole per questo carnevale, ma quando l’album è pubblicato esiste tutta la discografia di Waits a precedere questa sfilata di vignette deformi.

Mule Variations (1999) è un compendio del sound di Waits, mai così marcio e consunto, sbilenco e sgangherato. Big In Japan è il suo Blues elettrico più cacofonico, con Filipino Box Spring Hog che è ancora più licantropa, ma più spesso il clima è quello di un lamento lugubre (Lowside Of The Road) o di una ubriacatura molesta (Cold Water, Black Market Baby, Chocolate Jesus).

I momenti meno interessanti sono quelli più vicini al lessico commerciale dei cantautori americani, come la Springsteen-iana Hold On o l’elegia Country di House Where Nobody Lives. Spesso Waits dimostra anche di aver perduto la sintesi degli anni migliori: i quasi 7 minuti di Get Behind the Mule, per esempio, sembrano concludere le idee molto prima della fine.

La conclusione, con Come On Up To The House, è l’unica ballata dell’album dove Waits non sembra derivare il suo stile, ma proporne uno suo con elementi peculiari. C’è spazio per un incubo espressionista, What’s He Building In There, l’unico momento davvero ostico dell’opera.

Mule Variations ha alcuni dei difetti del tardo Waits: album prolisso, in parte autoderivativo, senza l’apertura multiculturale dei tempi d’oro e raramente intento a stravolgere stili e soluzioni già collaudate. Si tratta quasi di un tributo a se stesso, ma rimane un’opera che ben presenta il suo stile a chi ne fosse a digiuno.

La dolcezza malinconica di Alice (2002) lo vede più schizofrenico, un bluesman consumato che alterna momenti violenti e cacofonici ad altri dolci e intimisti. La splendida title-track, fra fumi Jazz, anticipa alcune vignette grottesche degne di Rain Dogs, come Everything You Can Think e l’arrembaggio cantato da idrofobo di Kommienezuepadt. In mezzo si trovano le dolcissime melodie struggenti di Flowers Grave: Waits è a suo agio tanto come poeta noir che come ubriaco esaltato e delirante. We’re All Mad Here è un altro carillon decadente, un’orchestrina da strada finita male. Non è un miracolo, piuttosto la dimostrazione che il genio creativo brucia ancora sotto il peso degli anni trascorsi come cantore del degrado urbano.

Real Gone (2002) si distingue soprattutto per la chitarra cacofonica di Marc Ribot. Waits è impegnato a borbottare e mostrare il suo lato più sudicio e sgraziato in Blues elettrificato e sgangherato. Come è già successo, Captain Beefheart si rivela una chiara ispirazione per Waits. Il magma elettrico di Hoist That Rag, con Ribot protagonista, la successiva Sins Of My Father (10 min. e mezzo sovrabbondanti), la dinoccolata Metropolitan Glide, l’idrofoba Baby Gonna Leave Me sono l’essenziale di un’opera dispersiva. Le idee di base sono poche e ripetute e la conclusiva ballata Day After Tomorrow, 7 min., affossa un album già prolisso.

Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards (2006) è un triplo CD con 56 tracce: rarità, inediti, ripescaggi da colonne sonore, tributi e cover a formare un monumento autoindulgente a se stessi. A spiccare rimane, soprattutto, l’istrionica voce di Waits, a suo agio nei Blues viscerali e nelle ballate toccanti. L’opera è tripartita: Brawlers raccoglie Blues, Rock e simili; Bawlers ripesca molte ballate e brani intimisti; Bastards, mette insieme gli esperimenti e tantissimi spoken-word davvero noiosi. Per chi non fosse un fan sfegatato, si possono risparmiare quasi tre ore di ascolti.

Bad As Me (2011) è una versione molto più interessante di Orphans: riassume la carriera di Waits con brani nuovi, pienamente nel suo stile, ma affollati di spunti creativi che rendono diversi momenti memorabili. Ad accompagnare Waits un piccolo esercito di musicisti-superstar. Chicago è un nuovo tributo retrò, ma un ritmo ossessivo e un uso ferroviario dei fiati fanno patire che finisca dopo due minuti: quanti brani inutilmente lunghi nella carriera, mentre questo viene abortito quando poteva diventare un capolavoro. Il Rock’n’Roll fremente di Get Lost. L’elettricità della title-track, Blues grottesco con la voce di Waits cancrenosa e teatrale, malsana e puzzolente come ha saputo essere solo nei momenti migliori. Satisfied, con Keith Richards, è un divertente brano-risposta alla Satisfaction dei Rolling Stones. Hell Broke Luce, con suoni da guerra e distorsioni assordanti, è un sincopato e assordante spoken-word/rap che rientra fra i suoi esperimenti più azzardati di sempre.

Deboli i brani più intimisti, ancor di più perché in serie come Face To The Highway, Pay Me, Back In The Crowd. Danneggiano l’opera con soluzioni su cui Waits è tornato troppe volte, senza aggiungere molto di nuovo. Unica eccezione è New Years Eve, tanto accorata e commovente con i fiati malinconici e le chitarre vibranti, da rivaleggiare con gli inni urbani del passato e distinguersene al contempo.

Non si tratta, credo, del capolavoro da molti cantato. Waits ha scritto album molto più rivoluzionari, imprevedibili e senza cali o incertezze di questo. Rimane comunque sorprendente che non sia ancora l’ombra di se stesso, dopo tanti anni: è diventato un dinosauro del Blues, ma di quelli capaci di fare la differenza.

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Voti:

Closing Time – 4,5
The Heart of Saturday Night – 4,5
Nighthawks at the Diner – 5,5
Small Change – 7
Foreign Affair – 6
Blue Valentine – 6,5
Heartattack and Vine – 6
Swordfishtrombones – 9
Rain Dogs – 8,5
The Asylum Years – 7
Frank Wild Years – 7,5
Big Time – 6
Bone Machine – 7,5
The Black Rider – 6
Mule Variations – 6,5
Alice – 6,5
Real Gone – 5,5
Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards – 5,5
Bad As Me – 6,5

Le migliori canzoni di Tom Waits

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2 thoughts on “Tom Waits – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Anonimo ha detto:

    Grande articolo! Grande “artista di grandiosa statura, cantore del degrado ben cosciente dei suoi mezzi e della sua poetica”.
    Errore di battitura nella (bellissima) frase : “Non è così scontato che il suo non sia altro che un virtuosismo al contrario, sia l’esaltazione anche nel canto di registri che sono la naturale ***traspozione*** del degrado narrato nei brani.”
    Grande resa della voce, dei temi, delle ricerche musicali e dei testi “degni co-protagonisti: inizialmente logorroici e maledetti, votati allo sproloquio autoindulgente dove il messaggio diventa la forma caracollante e incoerente, diventano in seguito sempre più oculati nelle loro ***impreciosi****, più chirurgici nelle loro approssimazioni. Quella che all’inizio sembra una istintiva propensione alla confusione è in seguito attribuibile ad un’esaltazione volontaria delle convulse cronache di vita vera di perdenti spinti ai margini della società civile”.
    Al di là della resa “panoramica” di un artista così esteso direi ch’è molto utile la descrizione/votazione degli album, nonché molto onesta (in “The Heart Of Saturday Night” è scappato un ***Wiats***).
    Insomma articolo ben scritto e ben studiato. Che vale la pena leggere se si desidera conoscere il personaggio e che, forse, vale ancora di più se si è già suoi amici di vecchia data. E in ogni caso che vale la pena condividere a tutti; per dire a chi ancora non conosca il wrong side of the road: “Senti questo ululato lontano? Senti il lamento del treno? Il freddo della luna? L’amore imprigionato nel nodo alla gola? I piedi doloranti negli stivali di pelle? No? E allora… STUDIA, CAPRA!”

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  2. Grazie Cecco, arcinemico dei miei troppi refusi ma appassionato commentatore! Sai benissimo che questo articolo è pensato per te e, pur arrivato dopo molti mesi, è stato tanto bello da scrivere quanto impegnativo. Grazie del commento e dell’insistenza, perché Waits era da riscoprire e riascoltare come pochi altri. 😉

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