Portishead – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Le migliori canzoni dei Portishead

Il duo inglese dei Portishead ha segnato gli anni ’90 con il Trip-Hop, di cui sono fondatori insieme a pochi altri (Massive Attack e Tricky in primis). La loro musica si basa su beat apatici, colori freddi, voci eteree femminili, atmosfere oniriche e desolanti. Forti le influenze dell’Hip-Hop strumentale di DJ Shadow, chiari alcuni riferimenti all’R’n’B più melodico come alla musica da sottofondo dei cocktail lounge.

Dummy (1994) è un gioiello di Trip-Hop, una collezione di quadretti sognanti e angoscianti come Mysterons, l’opprimente beat di Strangers, il passo zoppicante di Numb, la tristezza abissale di Roads. A chiudere il capolavoro della carriera, il noir sensuale di Glory Box.

L’elemento più lounge, quello che compare in brani come It Could Be Sweet, è quello che appesantisce di più l’ascolto con i suoi cliché, ma mostrano la corda anche i ripetitivi usi dello scratch. Le composizioni sono sofisticate solo nei dettagli, ma monotone nelle strutture portanti e nel canto. Tutti elementi che non impediscono a Dummy di essere considerato un capolavoro del decennio da pubblico e critica.

Portishead (1997) opta per colori più intensi, dove l’apatia e il clima noir fanno posto a rabbia, nevrosi, agitazione. Lo dimostra subito Cowboys, ma il resto della tracklist zoppica: un po’ ripete il passato di un esordio già ripetitivo, un po’ non trova innovazioni interessanti. Certamente si può fare il censimento dei nuovi sample Jazz e delle nuove trovate degli scratch e delle chitarre, ma poco o nulla sembra stravolgere un modello ben conosciuto. La suspense di Humming e la filastrocca inquietante di Elysium valgono l’esordio, di cui questo secondo album rappresenta una versione più scura e tagliente, che forse non merita di essere offuscata tanto da un esordio, a mio parere, tutt’altro che perfetto.

Quando la band torna con Third (2008) è decisamente più sperimentale, con beat più vari e contaminazioni massive di Jazz, Noise-Rock e Industrial. Silence suona come una jam di una band onirica e noir. Nylon Smile supera le eccentricità degli arrangiamenti della discografia, abbondando con dettagli di chitarra, suoni deformati e un canto ansiogeno, mentre a guidare il tutto c’è un ritmo tribale che finalmente palesa l’emancipazione dai beat dei primi due album. The Rip aggiunge persino il Folk etereo agli ingredienti, ma la trasformazione in una malinconica cavalcata Synth-Pop non è meno inaspettata.

Plastic, altro vertice, è un drone angosciante su cui frullano le percussioni, in un clima drammatico. Dello stesso alto livello è We Carry On, pulsare ossessivo à la Suicide con psichedelia che ricorda anche i ritmi meccanici dei Neu, con tuttavia quella voce angelica, fragile, Soul che da sempre caratterizza la band: il contrasto fra la violenza della musica, austera e opprimente, e la dolcezza tragica della voce è di grande impatto emotivo. Machine Gun, un incubo industriale, rende sobri e marginali tutti gli arrangiamenti aggressivi del secondo album.

Third è, inaspettatamente, un album al livello dei primi due. Con idee così varie, sbilenche e eterogenee, i Portishead avrebbero potuto scrivere uno degli album maggiori degli anni ’90. Lo hanno scritto, in ritardo, a fine anni ’00.

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Voti:

Dummy – 7
Portishead – 6,5
Third – 7

Le migliori canzoni dei Portishead

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3 thoughts on “Portishead – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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