I Classici Metallica: “Hardwired… To Self-destruct” Va Ascoltato A Tutto Volume

Uno dei giochi preferiti da fare con i Metallica di Death Magnetic era ricollegare i brani al glorioso passato della band. Un esercizio abbastanza sterile, che ben dimostrava l’approdo al periodo classico, quello successivo alle discusse mutazioni di Load e St. Anger (Reload invece raccoglieva scarti).

Discutibili sicuramente, ma quelle furono pur sempre raccolte tese a reinventarsi, una spinta che ha mosso la band fino proprio a Death Magnetic. All’epoca si pensò, probabilmente, di riunire la legione dei fan facendo perno su una grammatica ben conosciuta e apprezzata. Poi c’è stato Lulu, album atipico persino per una band come i Metallica, da sempre orientata a trasformare il proprio sound. Questa volta, con Hardwired… To Self-destruct, per la seconda volta i four horsemen guardano al loro passato, soprattutto alla propria carriera fino al bestseller senza titolo che li fece entrare nella storia dell’industria, dopo essersi guadagnati un ruolo di primo piano nel mondo metal.

12 brani, 77 minuti e composizioni costruite su quella fucina di riff chitarristici squadrati e tiratissimi che hanno fatto epoca (Moth Into Flame), quei ritmi corazzati ben lontani dai tecnicismi di molti loro eredi (Hardwired, Confusion, Murder One), quelle melodie vocali virili che li rendono testosteronici anche quando non propongono altro che idee orecchiabili a volumi assordanti (Dream No More, Now That We’re Dead, ManUNkind).

Inevitabile qualche momento sulla scia dei brani elaborati che furono protagonisti negli anni ’80, quelli della trasformazione del Thrash-Metal in uno stile che, per complessità e ambizione, trovava pochi rivali nell’intera galassia rock. Oggi però le varie Halo On Fire, Here Comes Revenge, Am I Savage suonano classiche, poco ambiziose, intente più a riguardare con malinconia il proprio passato che a segnare la strada per i posteri. Questo è il ruolo che i Metallica non riescono più a rivestire da troppi anni, e che gli stessi fan e la critica hanno disconosciuto loro con l’odiato St. Anger.

C’è almeno uno dei 13 video pubblicati per l’occasione dalla band, che ben dimostra quanto il confine dell’estremismo metal abbia sì appreso e copiato, ma anche superato quello che loro proposero in modo sensazionale negli anni ’80. Si tratta del video di ManUNkind.

Se altrove si può anche rimanere sospesi in quella sospensione dell’incredulità che vede il mondo Metal rimasto ai …And Justice For All, questo video accosta i Metallica all’estetica del Black Metal e in particolare dei Mayhem. No, non è mia intenzione dire che i Mayhem siano più importanti degli autori di capolavori come Kill’em All e Master Of Puppets, ma riaffermare che il Metal degli anni ’90 è stato dominato da altri modi di fare musica estrema, che possono anche essere imparentati con i Metallica ma che hanno anche saputo trovato la propria estetica, i propri punti di riferimento, i propri culti.

L’imitazione degli eccessi della band di Burzum sono stati notati dai diretti interessati e si sono rivelati un modo per promuovere il futuro documentario su Lord Of Chaos, un libro che affronta la problematica storia dei Mayhem e del Black Metal “satanico”. (un libro che ho letto e vi consiglio, ma non è questo il punto). Ma quello che più colpisce nel video è che la musica dei Metallica, sovrapposta al concerto inscenato dai finti-Mayhem, è tutto fuorché aggressiva, controversa, violenta. L’impressione è che strida con le immagini sanguinolente del video e punti il riflettore su un fatto doloroso: i Metallica possono anche essere “tosti” come un tempo, ma la definizione di “tosto” li ha superati a suon di Black, Death e nuovo Thrash Metal. Messa là, sul video di un concerto Black Metal dei più estremi, ManUNkind sembra musica conservatrice, moderata e ben confezionata. Per nulla viscerale.

Hardwired…To Self-destruct si chiude con Spit Out The Bone, un frullato del Thrash-Metal che i Metallica hanno coniato e traghettato a vette artistiche ancora oggi con pochi eguali: ascoltandola a tutto volume, si perde interesse per il gioco delle citazioni e dei rimandi e si cavalca a testa bassa, ancora una volta con i leggendari four horsemen.

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