Rafael Anton Irisarri – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Le migliori canzoni di Rafael Anton Irisarri

Lo statunitense Rafael Anton Irisarri ha saputo fondere i loop disintegranti di William Basinski con i paesaggi algidi di Tim Hecker, unendoli anche con i droni cosmici di Klaus Schulze. Facendo incontrare musica Classica e Ambient, ha trovato il modo di descrivere l’intimità dell’anima e delle sue angosce.

Daydreaming (2007) ha un’anima elettro-acustica ed è composto da sonate incentrate spesso sul pianoforte e sommerse in onirici paesaggi sonori. Quando le composizioni sono maggiormente modellate dall’elettronica, come in Lumberton, l’opera tratteggia un’estetica che è qualcosa di più di un emotivo, intimista, impressionismo.

The North Bend (2010) cambia la struttura, proponendo viaggi circolari à la Basinski, in lande sonore di droni, fruscii e visioni minacciose (Passage, Blue Tomorrows, Traces). Più astratto, visionario, stratificato, è un album capace di commuovere nelle sue rifrazioni di synth, vento, acqua, sussulti organici (A Great Northern Sigh). Si intravede un barlume di luce nelle melodie fragili di Deception Falls (10 min.), la closer toccante dell’opera.

The Unintentional Sea (2013) è un’opera profondamente differente, quantomeno sul piano del mood, lugubre e minaccioso. L’apertura con Fear And Trembling (quasi 10 min.) è emancipata tanto dalle sonate classiche, pur rimaneggiate, che dai loop ambientali: astrazione di scricchiolii, fruscii, lame-droni che descrivono paesaggi nebbiosi, impenetrabili, solitari. Quando le chitarre si fanno colossali, riflettendosi nello spazio, ritornano alla mente le trenodie di Klaus Schulze ai tempi di Irrlicht e Cyborg. Nello sfrigolio lo-fi, in quel brulicare di insetti astratti, si muovono le sinfonie celesti di Her Rituals (7 min.), mentre The Witness sfuma ancora di più le figure: dalla nebbia ormai non traspaiono più immagini, esseri, ma solo suggerimenti, suggestioni, pensieri che si fanno volatile materia.

Dal buio lugubre dell’album ci porta fuori Daybreak Comes Soon, attraversando i suoi opprimenti 11 minuti: lentissime arrivano le note d’organo, disegnano le prime immagini dell’alba, descrivono un climax tutto intimo, tutto emotivo. Brulica una vita sommessa, di acqua, insetti, vento che è un tappeto di suoni minimi, di segni intricati e dimessi.

Lesser Than The Sum Of Its Parts (8 min.) propone in parte le idee di The North Bend, con ripetizioni cicliche, ma nel finale, dopo essersi arrampicata in un climax à la Tim Hecker, riesce a far seguire a un assordante disastro cacofonico un coro ultraterreno di monaci: è un finale che riscatta un brano altrimenti inferiore ai vertici dell’opera.

A Fragile Geography (2015) entra nel vivo con Reprisal (10 min.), un brano che suona come una sinfonia di droni, minacciosa, asfissiante, angosciante che travolge l’ascoltatore inerme. Avvolto dal suono, chi ascolta rintraccia le strutture minimali che affollano lo sfondo, mentre lo scorrere del tempo è scandito dalle ripetizioni e dal crescente stato di tensione, carburante di un climax d’archi sciolto in una coda di cacofonie psichedeliche. Il paesaggio è così affollato, riempito dai droni colossali ma anche dai dettagli che sotto di essi affiorano, e così scollegato da strumenti e gesti, che l’ascoltatore ne può rimanere rapito, impegnato com’è a interpretarne i segni. Questa è una musica di domande, non di risposte.

Empire Systems (9 min.) è un momento nuovamente à la Klaus Schulze, con organi-synth più riconoscibili nella prima parte e un senso di angosciante oppressione. Un’agitazione muove la breve Hiatus, prima che Persistence (7 min.) ritorni alle sonate di pianoforte per descrivere un insanabile abisso di nostalgia. Irisarri è più originale quando torna all’astrazione, come in Secretly Wishing For Rain (8 min.), con le note che lente si rincorrono, tenebrose, fra droni, sfarfallii, archi onirici, droni vibranti e subsonici.

Forse leggermente meno innovativo di The Unintentional Sea, A Fragile Geography è un album più malinconico, nostalgico, toccante, che in parte reintegra alcune idee del passato e in parte pone un punto d’arrivo estetico: fra fruscii, riverberi, organi e synth galattici, climax impercettibili, loop al ralenti e scheletri minimali, Irisarri ha ormai creato un proprio vocabolario sonoro, sono apparentemente monotono e in realtà capace di trasportare l’ascoltatore verso un viaggio interiore, laico eppure spirituale, dentro i ricordi, le fantasie, le allucinazioni del dolore, della paura, della tristezza, della desolazione.

The Shameless Years (2017) è il suo album più politico, un’opera che critica il contemporaneo sin dal titolo ma che per il resto si esprime nel linguaggio più conosciuto del suo autore. Desolanti paesaggi sonori, di una tristezza desolante (Indefinite Fields, RH Negative) che utilizzano i droni con effetti funebri (Bastion, ben 9 minuti) e con sfumature eteree (Sky Burial).

Una lunga trenodia di una società senza vergogna, tragicamente intrappolata in una stasi negativa, impantanata nel dolore e nella morte imperante, disumana come i fendenti assordanti dei synth, tragici quanto inumani. I due brani finali, in collaborazione con l’iraniano Siavash Amini, rappresentano un capitolo a parte: una tensione soffocante li attraversa, una malsana immobilità che suggerisce sviluppi catastrofici immintenti. Due brani per un totale di 19 minuti che esprimono tutto il pessimismo di Irisarri sul futuro, attraverso la lente di una religiosità travagliata, possibile miccia di futuri sconvolgimenti. In questo senso The Faithless (13 min.) è il contributo più contemporaneo di Irisarri, l’ideale manifesto politico della sua musica ambientale, dronica e sofferente, e lo specchio attraverso il quale vedere riflessa una prospettiva lugubre del futuro.


Discografia

Daydreaming 2007 6
The North Bend 2010 7
The Unintentional Sea 2013 8,5
A Fragile Geography 2015 8
The Shameless Years 2017 8,5

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