Darkspace – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

darkspace

Gli svizzeri Darkspace possono ambire all’Olimpo delle band Black Metal più estreme di tutti i tempi. Non è, tuttavia, solo una questione di potenza, velocità o ferocia, in quanto il loro è un estremismo estetico meno scontato, basato sulla loro monolitica scelta musicale.

Ispirati alla cultura fantascientifica e affascinati dall’ambiente spaziale e dalle desolate lande cosmiche, i Darkspace hanno costruito un’intera carriera tributando l’Universo e la sua immensa vacuità. Nel rappresentarlo, in musica, hanno evidenziato una palese verità: il Cosmo è soprattutto fatto di morte, solitudine, vuoto, buio. Allontanatisi dalle pose sataniche e misantrope di molti colleghi, i Darkspace hanno quindi definito un soggetto centrale della loro opera, dimostrando una coerenza da integralisti.

Il suono di questi spazi sconfinati, inospitali per la Vita e inesplorati è un Black Metal dalle forti suggestioni atmosferiche, che tuttavia rifugge ogni spunto Folk o Ambient, raramente intrecciando la melodia. La componente atmosferica è anzi intrisa di pasaggi sonori oscuri, angoscianti, dissonanti, inquietanti. Le costruzioni armoniche e melodiche ricordano più il Noise che la musica popolare. Anche dal punto di vista del sound, la band sfoggia un integralismo impressionante: precisi riferimenti estetici, principalmente nella scena Black Metal, si alternano ad austeri paesaggi che dialogano con le più truci cacofonie. Non c’è molto spazio per percorrere strade alternative a questo rigido modello.

La “forma” non è meno estrema, visto che le composizioni sono spesso colossali non solo nel sound, ma anche nel minutaggio: 7 brani per i 76 minuti dell’esordio I (2003), 3 brani per i 54 minuti di II (2005), 79 minuti per i 7 brani di III (2008), 64 minuti per i soli 3 brani di III I (2014). Brani chilometrici, album mastodontici e un suono severo, che raramente lascia respirare l’ascoltatore.

La loro estetica senza compromessi è ben esposta anche dalle copertine, tutte dominate dal nero e con pochi elementi distintivi, e dai titoli di brani e album: ogni composizione è semplicemente catalogata come Dark seguita da un numero progressivo e l’indicazione dell’opera da cui è tratta. Visto che gli album hanno numeri progressivi, sarà Dark 1.4 il quarto brano del primo album e Dark 2.9 il secondo brano del secondo album e così via. Sembrano così suggerire che si tratti in realtà di un unico, colossale, immenso album-suite in numerose parti.

Dal punto di vista degli strumenti, la proposta è decisamente atipica: dominano le parti strumentali e il suono delle chitarre assordanti, con basso e batteria che raramente giungono a rivestire un ruolo primario. Il canto, estremo e inintellegibile, è degno del più oscuro Black Metal.

I Darkspace hanno creato per il Black Metal quello che i Khanate hanno creato per il Doom: un punto di non ritorno. Il paragone con altre formazioni di culto del Black Metal atmosferico come Wolves In The Throne Room è Alcest è fuori luogo, così che il parallelo più credibile è con il suono esoterico e spaventoso dei brani-monstre dei Deathspell Omega.

Dark Space I (2003) è un primo, scioccante, tuffo nell’abisso cosmico. Gli 8 minuti di 1.1, con le chitarre a volumi spropositati a guidare la carica, disorientano l’ascoltatore, tramortito poi da 1.2 (12 min.), passo funebre e bave psichedeliche. Nessuna pausa in 1.3 (12 min.), un concnetrato di Black Metal assordante che si chiude in una magmatica e spaventosa orchestra di distorsioni allucinate mentre impazza una carneficina sonora. La chiusura del brano è una messa aliena degna delle trenodie di Schulze. 1.4 (10 min.) inserisce un battito di drum machine quasi Techno, altro elemento disorientante nell’apocalisse degli arrangiamenti, ma chiude con una possente marcia bellica.

A più riprese, l’opera sembra superare se stessa in violenza e visionarietà. 1.5 (13 min.) è un attacco mortale di chitarre che si scatena in ventate di una violenza ai limiti dell’Harsh Noise. Come se avesse esaurito la sua spaventosa carica, la nube tossica di detriti cosmici e di morte sembra lentamente allontanarsi in 1.7.

Come raramente accade, si ha l’impressione di essere giunti a uno dei confini delle possibilità musicali ed estetiche di questa musica, come se in un colosso assordante come questo, lungo ed estenuante, si fossero esaurite tutte le efferatezze possibili. Nella sua monolitica coerenza Dark Space I soffre di ripetizione e di lungaggini, certo, ma forse non merita di essere pesato sulla bilancia della varietà e dell’eterogeneità: piuttosto, è un’opera estrema dal suono altrettanto estremo, che ben traspone paesaggi sconfinati e dolori inenarrabili. Perso nel cosmo che da sempre vorrebbe conquistare, l’uomo è circondato solo da morte e solitudine: è l’incubo della conquista dello spazio trasposto nel verbo Black Metal.

Dark Space II (2005) invece di arretrare, esagera ancora di più, proponendo solo tre brani, due oltre i venti minuti. 2.8 (24 min.) sfrutta la dilatazione ulteriore per descrivere da solo un viaggio nel più aberrante cosmo senza vita: dopo un’introduzione di un paio di minuti, i fendenti di chitarra alzano la tensione e aprono alla sinfonia cosmica che segue, lenta e maestosa, guidata da un battito che ricorda persino il motorik del Kraut Rock. Dopo 8 minuti si alza il vento gelido e assordante, le chitarre sembrano parlare lingue insondabili e orribili e si dipana, a perdita d’occhio, un Black Metal estremo e struggente che rallenta solo dopo il 18esimo minuto, deflagra prima del 21esimo e scivola poi lentamente nel vuoto infinito interstellare.

2.9 (10 min.) funge da intermezzo atmosferico, ma è fatta di miasmi radioattivi di esplosioni stellari, non certo di malinconiche melodie: le chitarre guidano una sinfonia desolante e inquietante mentre voci aliene parlano lingue incomprensibili. 2.10 (20 min.) prosegue la loro missione estrema, distinguendosi per un finale affidato a lugubri spunti Dark Ambient.

Dark Space II non può vantare l’effetto sorpresa dell’esordio e nonostante sia un album 22 minuti più breve dà l’impressione che 2.10 sia in buona parte superflua, incapace di aggiungere molto a quanto già ripetuto con fiero oltranzismo negli altri brani. 2.8, tuttavia, potrebbe essere il capolavoro della carriera: 24 minuti che sintetizzano in un brano colossale un’estetica estrema.

Dark Space III (2008) è un album che prende la strada più ovvia: invece di cercare suoni più estremi o replicare quelli già ascoltati nelle prime due raccolte, tenta composizioni più varie. Maggiore spazio all’atmosfera, angosciante e visionaria, ma pochissime concessioni in termini di accessibilità. Quando anche la melodia affiora, è dissonante, funebre, epica e mai rasserenante. 3.11 (11 min.) riesce nell’impresa impossibile di far muovere uno spasmo Black Metal su una lentissima trenodia Doom, orchestrando il tutto come una sinfonia assordante. Sono i synth a donare poesia a questa mattanza, come nella coda di 3.12 (11 min.), piena di mistero. 3.13 (12 min.) ha un rallentamento spaventoso nel finale, da antologia del Metal estremo: colma in pochi minuti il gap fra un Harsh Noise/Black Metal e i riff trucidi degli Slayer.

3.14 (11 min.) evita persino di accelerare, così dalle pieghe degli arrangiamenti affiorano cartoline da altre galassie. Usa uno stratagemma simile anche 3.17 (17 min.), con la sua lunga coda atmosferica.

Pur fiaccato da una lunghezza esagerata (79 min.), anche Dark Space III merita citazione nella storia del Metal estremo.

Darkspace III I (2014) è il primo album dopo 6 anni. Ricorda le composizioni immense di III, ma con l’attenzione all’atmosfera di II e qualche novità in termini di Elettronica. 4.18 (27 min.) ha una cassa Techno devastante che propelle un’apertura degna della più imponente sinfonia apocalittica. Leggermente più inteleggibile, si avverte questa volta una qualche divisioni in parti della suite, si distinguono rare melodie raggelanti, si apprezzano le fantasiose variazioni dell’affollato panorama vocale (growl, scream, effetti) e l’arsenale di sconquassanti riff chitarristici. Si tratta della degna erede di 2.4.

4.19 (18 min. e mezzo) col suo ritmo più lineare palesa un’influenza che in 4.18 si avverte solo a tratti: una struttura Industrial Metal, che incanala l’energia in solide geometrie corazzate. Caso più unico che raro, una frenetica melodia di chitarra si distingue chiaramente sia in 4.19 che in 4.20.

Per i loro canoni è un album più accessibile, ma rimane la capacità di trasportare in territori inesplorati, indescrivibili e alieni con commistioni violentissime. Un punto d’inizio accessibile per i nuovi ascoltatori, ai quali si richiede comunque la volontà di gettarsi in un gorgo cosmico insondabile.

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Voti:

Dark Space I – 8
Dark Space II – 7
Dark Space III – 7
Dark Space III I – 6,5

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