“Smack My Bitch Up”, la trasgressione e l’adolescenza

Quando ero alle scuole medie, nei primissimi anni del nuovo Millennio, ho vissuto anche io l’odio incondizionato per gli altri che si può provare solo quando si è molto giovani e si cerca di plasmare la propria identità. Nella disperata necessità di trovare un qualche spazio sociale in cui esistere, nella scacchiera di stili ed estetiche, io ho finito per diventare in qualche modo un “rocker“, ammesso che il termine abbia mai avuto un qualche significato. In sostanza, significava che la trasgressione in quel periodo era ascoltare canzoni che parlassero di sesso e di droghe leggere. Nella tensione adolescenziale, nella frustrazione di non riconoscersi più in un corpo mutante, nell’angoscia ormonale di nuovi bisogni io ho trovato nel rock, quello più banale e mainstream, uno sfogo, un veicolo per portare altrove e scaricare in modo non pericoloso tensioni e paure.

Arrivato alle scuole superiori, dovetti affrontare un cambiamento nelle amicizie, abitudini e priorità. In una classe dove molti conoscevano i propri compagni, io ero solo, frutto di un paesino di provincia che molti stentavano a collocare sulla mappa, confondendolo con altri limitrofi. Ovviamente, se sei nato in un paesino come il mio, essere confusi con quello confinante equivale grossomodo a defecare in una miniatura del Colosseo per un romano.

Gli anni dell’affermazione di sé, dicevo prima. In quel periodo, complici i primi viaggi in autobus verso la Città, iniziai a comprare maglie e accessori in autonomia, facendo leva sulle mie pochissime finanze. Tutta robaccia di pessima qualità, ma l’importante è che fosse piena di… carattere. Quando arrivai in prima superiore era ancora viva la paura per le “Bestie Di Satana“, così io pensai bene di presentarmi in classe con una maglietta nuova nuova dei Black Sabbath. Visto che l’ho buttata qualche mese fa, vi lascio il logo qua sotto per farvi capire quanto potesse essere controversa la cosa, per un ragazzino di 12 anni.

Fra il 2003 e il 2004, la musica divenne sempre più una necessità. Con quella riuscivo a vivere i viaggi in autobus quotidiani, svegliarmi la mattina, ingannare il tempo nei pomeriggi in cui non trovavo il tempo di uscire. Di più, con l’amico di una vita decidemmo di ascoltare musica anche durante i viaggi insieme, ognuno sul suo lettore cd. Tanto avevamo tempo per parlare ogni giorno e la musica, appunto, era diventata una componente necessaria per arrivare a fine giornata.

Più di tutto, la musica era un elemento fondamentale per plasmare la propria identità e distinguersi. Questo implicava avere gusti riconoscibili, esposti tramite spille, toppe e quant’altro. Ovviamente, comprai altre magliette, alcune delle quali oggi non indosserei avendo perso l’amore per le band. Erano però formazioni famose e riconoscibili, probabilmente all’epoca era la cosa che contava di più per me, anche se non ne ero poi così consapevole. Ricordo una maglietta degli AC/DC e una dei Guns n’ Roses, cose che ora vedo vestire spesso a quarantenni che non hanno accettato la fine dell’adolescenza.

E ricordo che in quegli anni parlavo della musica che ascoltavo per parlare di chi ero, o chi volevo essere agli occhi degli altri. Acculturato e ribelle, ricercato e sopra le righe. Che poi in realtà fossi un insicuro adolescente senza una chiara idea di cosa fare non dico nella vita, ma l’anno successivo, lo so io come lo sapete voi. Fatto sta che quando volevo presentarmi a qualcuno, si finiva a parlare della musica che ascoltavo e, se qualcuno non si trovava d’accordo, allora non si trovava d’accordo con me in toto. Nella fragile identità di me versione 12enne o 13enne, buona parte dei miei pensieri erano l’intersezione degli ascolti che facevo – almeno, io volevo presentarmi così. Perché in realtà gli ascolti sono sempre stati un po’ l’estremizzazione del vero me della prima adolescenza: avevo perplessità sull’istituzione religiosa? Daje di Slayer! Ero arrabbiato per il compito di matematica andato male? Una risposta sana ed equilibrata era scrivere “Kill ‘Em All” sulla lavagna.

Fatto sta che, come ogni adolescente che si rispetti, in una scuola dove il numero di maschi era il decuplo di quelle delle femmine, la necessità di intrattenere rapporti con l’altro sesso era vitale. Intendiamoci, era come seminare sull’asfalto, ma in quel periodo della vita era importante anche solo stare nel giro, più o meno. Avere un giro di conoscenze femminili garantiva un certo prestigio sociale e affermava la tua identità aggiungendo una nuova, riconoscibile etichetta. Se mi state malamente giudicando, provate a scavare nei ricordi e trovate il vostro “io” 13enne e capirete meglio.

Quando conoscevo nuove ragazze, quindi, dovevo fare il mio “elevator pitch” pieno di slanci carismatici, soprattutto se in qualche modo era stata tirata in ballo la musica. Pur di entrare nelle grazie delle primine o secondine del piano di sotto, quindi, si mandava in barba l’odio per tutto quello che non era rock e si dimostrava una tolleranza a stento sostenibile per i pochi minuti di conversazione giornalieri. Se ti dicevano che amavano “Laura Pausini” tu non potevi rispondere “Fanculo, quella è musica dimmerda”, anche se volevi, perché questo ti avrebbe tagliato fuori dal giro di tutte le sue amiche. E se credete che ci siano molti giri di amiche in un ITIS di inizio anni ’00, avete vissuto in un mondo migliore del mio.

Esisteva all’epoca uno strumento di poco successivo ai segnali di fumo, per comunicare a distanza, chiamato SMS, ‘na roba che non giudicatemi, devo ancora decidere in che loculo farmi seppellire ma settimana prossima ci penso. Dicevo, si usavano gli SMS e se dovevi sparare le pose, i “messaggini” erano fantastici: non ti imbarazzavi allo stesso modo, potevi scegliere ogni singola parola con cura e poi c’era la suspense delle risposte. Io ho mandato SMS a molte ragazze, all’epoca, a volte per rimanere nel giro, a volte perché dietro a quell’occhio verde o quel ciuffo castano mi pareva di aver visto un’amore che non c’era neanche per sbaglio, tipo come quando ti sembra di vedere una banconota per terra, fantastichi su cosa poter fare con quei 500€ euro distrattamente caduti dalla tasca di quel ricco finanziere sbadato e poi scopri che si tratta di un volantino “Tappeti Persiani Siddharta- Svende Tutto Per Chiusura Locali”.

Mi ricordo che, nell’estate fra il primo e il secondo anno, mi annoiavo a morte. Serate su serate passate a parlare con due amici di numero, visto che in Città si andava solo il Sabato sera, pregando i genitori di venire a prenderci a un orario ridicolo tipo le 23:30. Settimane trascorse senza bere neanche una birra, senza Internet sul cellulare e senza ragazze da scambiare per banconote da 500€ anche se cavoli già leggevi “Tappeti Persiani Siddharta – Svende Tutto Per Chiusura Locali” a prima vista. E ricordo che preso dalla noia mi misi ad ascoltare più musica possibile, il che voleva dire farsi prestare ogni cosa dai due amici di cui sopra. Fu così che verso Agosto o Settembre, non ricordo bene, entrai in fissa con due pezzi dei Prodigy: “Firestarter” e soprattutto “Smack My Bitch Up“.

Sulla carta, essendo elettronica, doveva farmi schifo perché non avrebbe rafforzato la mia identità di “rocker”. Ma aveva le chitarre, aveva quell’energia rock, persino punk, che mi sembrava irresistibile. Così sul finire dell’estate, in quel periodo malinconico dell’anno che ti piglia male anche se sei Dan Bilzerian, io contattai una di queste ragazze con un sistema di comunicazione d’avanguardia, scrivendone in fondo a un SMS che stavo ascoltando “Smack My Bitch Up” dei Prodigy. Questo mi catalogava come il più trasgressivo dei trasgressivi del globo terracqueo, nella mia visione dell’epoca. Potevi essere un truzzo o un rockettaro, ma il truzzo rockettaro? Praticamente i Prodigy per me erano la definitiva affermazione del mio essere uno da conoscere assolutamente, le cui gesta sarebbero dovute essere narrate a qualunque ragazza della provincia, anche pretestuosamente. Ovviamente, non avevo capito un cazzo, il messaggino rimase senza un seguito e non ci fu nessuna ondata di stupore.

(Per chi non sapesse chi è Dan Bilzerian…)

La mia strategia di consenso sociale era pessima, una brutta mancanza se hai 13 anni. Però ricordo anche che quel messaggio lo mandai con un trasporto incredibile, mentre io e quei due amici, sempre i soliti di cui sopra, stavamo ascoltando a tutto volume “Smack My Bitch Up”. Un gesto liberatorio, che mi sembrava estremo e contro ogni regola sociale, io che ero tutto preso da quelle diatribe ideologiche deficienti che si fanno da ragazzini. Presi il cellulare – non lo smartphone – e mandai un SMS – non un messaggio su WhatsApp – a una ragazzina di cui a stento ricordo il nome e che non si ricorderà mai il mio, ascoltando una musica che mi sembrava proibita, sbagliata e attraente allo stesso tempo. Più delle droghe, del sesso, della violenza: “Smack My Bitch Up” come catalizzatore dell’estate più noiosa della mia adolescenza. La musica usciva dalle casse ed era come se volessi urlare di essere unico, diverso, arrabbiato e speciale, con quell’ingenuità che si ha a 13 anni. Oggi “Smack My Bitch Up” la levo dopo due minuti perché mi annoia. Quel pomeriggio era il grido confuso di un bambino troppo cresciuto, che stava facendo la prova generale della sua trasgressione adolescenziale. I genitori del mio amico, nel frattempo, se ne stavano nella stanza accanto.

Annunci

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...