Benjamin Clementine – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Raramente un artista riesce ad aggiungere qualcosa a stili che ormai sembrano aver fatto la propria epoca. Il caso dell’inglese Benjamin Clementine è emblematico di come anche stili ormai lontani dagli anni d’oro delle rivoluzioni, come il Soul e il Pop-Jazz, possano rinverdirsi con eleganza e creatività, iniettandovi scelte peculiari senza per questo stravolgerne l’identità estetica e, in sostanza, senza stravolgerne la fruibilità “Pop”. Nel caso in questione Clementine riesce a unire una voce profonda, virtuosa eppure nei casi migliori usata senza spreco di pirotecniche, ad una commovente sequela di brani intimisti, che senza continuità rievocano i classici Soul, del Gospel, della chanson francese, del Jazz e del Pop da crooner, aggiungendo elementi del musical di Broadway e persino, pur con leggerezza, i più recenti sviluppi Soul-Step.

Nell’esordio At Least For Now (2015) sono presenti brani che si configurano come micro-suite che alternano uno stile melodico a stravaganze compositive e ardite evoluzioni vocali: ottimo esempio è Winston Churchill’s Boy, nemmeno sei minuti per sfoggiare un baritono tenebroso, intensi e vibranti acuti, sussurri intimisti e frenetici, nevrotici scatti verbali al limite dell’epilettico; la musica supporta il tutto con toni ora funebri, ora orchestrali, ora romantici, chiudendo invasa da un basso rotondo e minaccioso. In Then I Heard Cry si avverte l’ombra delle stellari avventure canore di Tim Buckley (pur più umane, in questo caso) unita all’afflato tragico e la malinconia dei Lofty Pillars, il tutto in un mix di Classica, Soul e teatro drammatico. Le nacchere vivaci di Nemesis propellono invece un altro brano mutaforma: archi incalzanti, ritmi stratificati, numerosi registri vocali gestiti con naturalezza, con abbondanti mugolii e “hum” ritmici a supportare la linea vocale principale. L’apice è forse Condolence, elegante Soul-Step con le caratteristiche accelerazioni di Clementine, con la sua voce in primo piano su un tappeto che unisce idealmente Soul-Pop, ritmi moderni e spunti Jazz al pianoforte: un brano che trasforma un suono classico in contemporaneo, senza per questo perdere l’aura romantica, nostalgica delle morbidezze della chanson francese e del Soul più accorato. Cornerstone suona come un monologo teatrale, una poesia recitata da qualcuno col dono di una voce eccezionale: un canto di malinconia su cui il pianoforte frulla una scala di note a mo’ di atmosfera, a mo’ di travaglio emotivo messo in musica.

Peccato che l’opera contenga anche alcuni brani meno brillantemente creativi. In London si prende ritmo, pur adagiandosi su un Pop più canonico che altrove: la voce strappa il cuore dal petto, è l’elemento che impreziosisce un brano altrimenti poco originale. La nervosa, veloce danza pianistica di Adios è soprattutto uno sfoggio vocale; St. Clementine è ancora più un mero sfoggio vocale, questa volta dall’aspetto di un filler bello e buono. Canonica anche The People And I, per quanto vibrante e comovente, e persino eccessiva nei suoi sfoggi vocali Quiver A Little, Gospel a tratti straziante nel suo pianto. Gone in chiusura è una ballata pianistica che poco aggiunge ad altre mille ballate per pianoforte del passato.

Nel complesso però At Least For Now è un’opera che colpisce per l’abilità di fondere musiche e forme musicali classiche e calarle in un contesto contemporaneo, compensando con l’abbondanza di stili evocati e con una voce potente, duttile e creativa qualche momento in cui fin troppo ci si avvicina a soluzioni compositive ritrite (la ballata pianistica, la preghiera lacrimevole ecc.).

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Voti:

At Least For Now – 7

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