Mike Oldfield – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Mike Oldfield

L’inglese Mike Oldfield è riuscito, appena ventenne, a scirvere una delle composizioni più sensazionali del Prog-Rock, travalicando in realtà i confini del genere e integrando elementi etnici e classicheggianti in una suite colossale, Tubular Bells (1973), che domina per intero l’esordio eponimo. Divisa in due parti, di 26 e 23 minuti, è una prova di composizione e di esecuzione titanica. Oldfield, in veste di compositore, cantante e polistrumentista, si destreggia con pianoforte, glockenspiel, organo Farfisa, basso, chitarra elettrica, speed guitar, taped motor drive amplifier organ chord, mandolino, fuzz guitar, percussioni, chitarra acustica, flagioletto, honky-tonk, chitarra spagnola, organo Lowrey e ovviamente campane tubolari. La sua visione della musica, senza imbarazzo capace di mischiare Folk, Rock, Classica e Pop, è una delle più innovative della sua epoca, una sorta di versione easy listening delle suite dei Faust.

La prima parte si apre con quello che poi diverrà il tema dell’Esorcista che, per cicliche ripetizioni, muta lentamente scoprendo spunti Folk e naturalistici, simili a certa futura New Age, ma anche robuste chitarre Hard Rock, in un susseguirsi di stili che si chiude con la melodia epica della lunga chiusura, caratterizzata dalla voce che scandisce gli strumenti che vanno a intervenire.

La seconda parte si apre invece in un clima bucolico, per organo e chitarre acustiche. Con un colpo di scena arriv all’undicesimo minuto, dopo una danza medievale, un Folk/Rock per voce da orco, irrobustito da dosi Hard Rock che anticipano un pre-finale psichedelico e astratto. Conclude un’allegro salterello.

Bestseller atipico, l’album ha venduto secondo alcune fonti 15 milioni di copie e ha fatto diventare Oldfield un musicista famoso seppur ancora molto giovane.

Hergest Ridge (1974) fa esattamente quello che è naturale fare dopo un grande e inaspettato successo di pubblico: si replica. La nuova, eponima, suite è anche questa volta divisa in due parti (19 + 19 minuti) e prende il via da un tema Folk, di volta in volta mutato e accostato a altri stili, con la chitarra a svettare sul resto per protagonismo. Più sperimentale la seconda parte, che si apre timida e poi, irrobustita dai cori, riparte da pochi brandelli di orchestrazione e dopo un fendente di chitarre distorte fa partire una danza di organo scatenata e ossessiva, in una fusione di Classica e Heavy Metal che ha il principale limite nella sua prolissità. Se Tubular Bells era un’intuizione geniale, Hergest Ridge ha perso praticamente tutta la freschezza di quell’idea, riducendone l’imponenza (da 49 a 40 minuti), diminuendo la densità dei cabi di stile e ripescando alcune idee del celebre esordio.

Ommadawn (1975) continua, ancor più breve (36 min.), ancora con una suite in due parti eponima (19 + 17 min.), con tanto organo e tante tastiere, nonché la chitarra, variazioni sui temi principali, inserti Folk e una splendida danza africana che inizia al prima del 13esimo minuto e si apre a un’impennata di fiati e chitarre elettriche che è un altro, pur breve, colpo di genio. La seconda parte è ancora una volta lenta, seppur maestosa nei primi minuti e orecchiabile nei più ballabili scampoli Folk; in chiusura una canzone bucolica con tanto di uccellini e parlato simil-promozionale sulla bellezza del paesaggio incontaminato di Hergest Ridge. Il collegamento con la New Age è qui più evidente: la nostalgia del passato, della vita legata ai cicli naturali, la lentezza della società pre-industriale diventano parte di un immaginario malinconico, di una volontà di riavvicinarsi alla semplicità, al trapassato, alla Madre Natura.

Invece di reiventarsi, Oldfield decise di superare se stesso con Incantations (1978), un’opera più colossale di Tubular Bells, in quattro parti (19 + 20 + 17 + 17 min). Accompagnato da un’orchestra estesa, è un’opera minimalista che basa lo svolgimento sulla ripetizione e le modulazioni. La prima parte ritorna all’Africa, la seconda parte distende la musica fino all’ipnosi minimale e poi la trasforma in una liturgia per chitarra e cori angelici. Nella parte terza è la danza Folk a dominare, pur mista a Classica e Rock, mentre nei minuti finali sono i vibrafoni i protagonisti, con una scelta timbrica alquanto inusuale, inedita nella discografia. Incantations non ha nessuna spinta rivoluzionaria, ma è piuttosto un compendio di tutto quello che si poteva fare con l’idea di Tubular Bells. Racchiude la prima parte della discografia di Oldfield, riassumendone la pregevole varietà stilistica ma anche la lentezza, l’insistita magniloquenza e l’autocompiaciuta volontà di insistere su variazioni e rimestamenti dei medesimi temi. Pur con i suoi limiti, è un’opera che affascina nella sua grandiosità.

Platinum (1979) scodella l’ennesima suite, quasi completamente chitarristica, in quattro parti, la sua peggiore fino a questo momento (la meno varia, la più noiosa). Questa volta compaiono anche numerosi brani brevi, uno dei quali strappa un sorriso con la sua allegra melodia (Punkadiddle).

QE 2 (1980) riprova ancora una volta il brano esteso, questa volta di “soli” 10 minuti, Taurus 1, una fantasia melodica sullo stile dei primi album, con spunti di Classica e Folk. Complessivamente ci sono più synth e vocoder, ma non mancano altri momenti da guitar hero e spunti New Age. Il secondo brano esteso, più Rock, è la title-track (7 min. e mezzo), ma è poco più di una danza Folk arrangiata in modo un po’ kitsch.

Five Miles Out (1982) propone una nuova suite colossale, Taurus II (25 min.), che ha un’epica fra il Prog-Rock e l’Hard Rock, simile a certi Rush. Si tratta, sorprendentemente, di uno dei brani più interessanti della carriera. Più astratta e elettronica, Orabidoo (13 min.) rievoca i Kraftwerk senza aggiungere molto di nuovo alla Storia della Musica. Il gruppo tedesco ritorna anche altrove.

Crises (1983) ha una nuova, eponima suite di 23 minuti, con profumi dei drammi di Waters e dei suoi Pink Floyd teatrali. L’album contiene anche Moonlight Shadow, la melodia più orecchiabile della sua carriera e la sua canzone Pop perfetta, un mix di Folk e sensibilità New Age.

Anche l’ariosa, solare melodia di In High Places e l’ipnotica filastrocca di Foreign Affair contribuiscono a rendere Crises il migliore album dopo Incantations.

Discovery (1984) con un’altra melodia ipnotica, To France, replica i vertici orecchiabili di Crises, proponendo un altro ritornelli di Synth-Pop sofisticato in Poison Arrows. Nella più stereotipata tradizione Rock, i brani sono composti attorno alla chitarra. Questo tronfio Pop un po’ ballabile e un po’ teatrale ricorda i Pink Floyd di The Wall. Molto spesso, sembra semplicemente un album lambiccato di ballate Pop “tecnologiche”.

Islands (1987) ritorna in parte agli strumentali, che dividono lo spazio con le canzoni sul modello di Crises: né i primi né le seconde valgono il miglior canzoniere di Oldfield. Earth Moving (1989) è un album di semplici canzoni melodiche a base di synth.

La suite di 60 minuti Amarok (1990) introduce rumorismi meccanici e cacofonie assortite, un esercizio che supera finalmente le idee di Tubular Bells, anche se con un paio di decenni di ritardo. Torna alle canzoni Heaven’s Open (1991), che pure contiene i 19 min. di Music Form The Balcony. Tubular Bells II (1992) è una mossa disperata di nostalgia. The Songs Of Distant Earth (1996) arrivò ad aggiornare la formula a una musica New Age elettronica, con alcuni evidenti richiami agli Enigma. Voyager (1996) è un sereno album di New Age dalle tinte celtiche. Con Tubular Bells III (1998), fra Techno e una sorta di autoplagio come Man In The Rain (praticamente una versione alternativa di Moonlight Shadow) sembra la dimostrazione di una evidente mancanza di direzione.

Alla ricerca di un nuovo corso artistico, Guitars (1999) propone 10 brani per sola chitarra. Ma The Millennium Bell (1999) propone un campionario di New Age multietnica che sembra solo una sequela di cliché. Tr3s Lunas (2002) è musica da sottofondo buona per i centri benessere. Tubular Bells 2003 (2003) è una ri-registrazione integrale del capolavoro di trent’anni prima: per quanto ancora si potrà sfruttare quel colpo di genio?

Light + Shade (2005) è un doppio album di 82 minuti fra New Age e Pop elettronico dei più innocui. Music Of The Spheres (2008) vira verso una musica Classica molto melodica. Man on the Rocks (2014), dopo sei anni, lo ripropone come compositore di canzoni Pop/Rock come se ne fanno da diversi decenni.

.

.

.

.

Voti:

Tubular Bells – 8
Hergest Ridge – 6,5
Ommadawn – 7
Incantations – 7
Platinum – 5
QE 2 – 4,5
Five Miles Out – 5,5
Crises – 6,5
Discovery – 5
Islands – 4
Earth Moving – 4
Amarok – 6
Heaven’s Open – 4
Tubular Bells II – 4
The Songs Of Distant Earth – 4,5
Voyager – 5
Tubular Bells III – 4
Guitars – 3
The Millennium Bell – 3
Tr3s Lunas – 3
Tubular Bells 2003 – 3
Light + Shade – 3
Music Of The Spheres – 4
Man on the Rocks – 4

Le migliori canzoni di Mike Oldfield

Annunci

One thought on “Mike Oldfield – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. La musica, grazie al cielo, e qualcosa di assolutamente personale; il mio giudizio va pertanto ad unire un piacere prettamente fisico, legato all’ascolto, e un intraducibile legame personale. Credo di non essere – più – in grado di vivere senza “The songs of distant Earth”.

    Liked by 1 persona

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...