Clogs – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Clogs

Gli statunitensi/australiani Clogs sono fra i campioni della musica strumentale e cameristica, nel solco di band come i Dirty Three, di cui riprendono il lirismo commovente, e dei Books, da cui attingono per gli elementi più Folk. Nati dai più celebri National, rappresentano un segreto ben custodito degli anni Zero. Più nel dettaglio, i loro brani sono al confine fra Classica, Folk e Post-Rock e non temono di dialogare con la tradizione Orientale e Africana, oltre che con quella Occidentale.

Thom’s Night Out (2001) è già un album toccante, di grande eleganza, essenziale e mai scarno. Il pizzicato astratto di Yeri Ali, con i piatti usati come decorazione à la Dirty Three, richiamano alla mente i viaggi mistici Folk di John Fahey. Molto più “corpo” ha Mysterie Of Life, esplosioni di piatti e un ritmo zoppicante ma possente, prima di una coda astratta. Il commovente Folk per archi della title-track è un altro gioiello con spunti persino visionari nel finale.

Spunti mediorientali in My Husband’s Village, scampoli Jazz nella Classica di Four Blue Poles (7 min.), avventure nelle cacofonie dell’Avanguardia in Sadness And Obsession (7 min.): è un flusso continuo di ricerca musicale, operata senza rinunciare alla fluidità delle composizioni. L’ascoltatore è accompagnato in questi viaggi mistici, esotici, che si dimostrano eclettici senza necessità di doverlo urlare a squarciagola, usando tutti gli strumenti (archi, fagotto, sassofono, ukulele fra gli altri) per giungere a accostamenti atipici, lontani dalle mode e dai crossover del momento.

Lullaby for Sue (2003) si vela d’Elettronica, andando verso composizioni più rarefatte e atmosferiche (No. 6), paesaggi sonori dai quali affiorano climax vibranti e arrangiamenti evocativi. Whos Down Now inserisce dei lugubri fendenti di chitarra in una composizione segnata da ossessive ripetizioni minimaliste (à la Terry Riley), un Post-Rock suonato da una strana band Folk/Classica. L’India si intravede nella fischiante Turtle Soup, l’ansia ripetitiva torna in Scratched By The Briar Patch e Swarms (7 min.) regala il loro più apocalittico climax, un esercizio di tensione sfibrante. Quando arriva, flebile e timida, la voce in Gentler We, suona come una ninnananna sottilmente inquietante, che ricollega ai Pink Floyd di A Saucerful Of Secrets. Gli elementi più smaccatamente Rock della title-track sono anche fra i meno interessanti, assieme ai momenti più tipicamenti legati alla Classica. No. 3 (7 min. e mezzo) sfida l’ascoltatore ad ascoltare tintinnii e riverberi, in un vertice minimale che dimostra come la formazione di capace di linguaggi altamente personali. Opera meno fluida, più composita, Lullaby For Sue sembra essere il risultato di tentativi di ampliamento delle possibilità musicali dell’esordio. Pur incapace di delineare uno stile, e cadendo a tratti in una fusione multi-genere che disorienta più che comunicare, è una raccolta che trasuda classe e originalità.

Stick Music (2004) riduce il campo d’azione, concentrandosi sugli archi, protagonisti dei brani e nucleo musicale dei brani. Un febbricitante minimalismo in Pencil Stick (6 min.) dimostra come tuttavia le intenzioni siano quelle di usare gli archi per comporre la musica senza confini dei primi album. In Sticks & Nails (8 min.), l’apice dell’opera, si fa sfoggio di un arsenale percussivo che maltratta ogni strumento pur di assoggettarlo a una danza tribale aliena. L’idea è ripresa anche in Beating Stick, mentre in My Mister Never Ending Bliss si mimano i suoni della natura, trasfigurando gli strumenti in una magia che ammalia e confonde. Pecca invece di densità la lunga Witch Stick (quasi 9 min.). Opera relativamente meno sperimentale, Stick Music è un tentativo di delimitare il campo focalizzandosi sul ruolo di alcuni strumenti, facendo comunque “ruotare” stili e contaminazioni.

Lantern (2006) mette a frutto i primi tre album con una quarta opera che coniuga Folk, Classica e Post-Rock in una malinconia cameristica finalmente riassunta in composizioni dense di idee, allontanatesi dallo spirito improvvisato di un tempo. Rimane l’eleganza assoluta e il lirismo struggente, come ben testimonia Canon, fra Dirty Three e la rassegnazione pigra dei Calexico. Five/Four è il crescendo Post-Rock senza quindici minuti di lungaggini attorno: la sintesi emotiva, la quintessenza malinconica di un lungo climax. L’album è soprattutto devastante emotivamente, con il suo languido abbandono che ben sintetizza Two: Three: Five, un flusso di coscienza che travolge e s’interrompe come un sogno è mutilato da un brusco risveglio. L’emozione che travolge è poi protagonista anche in Death And The Maiden (6 min. e mezzo, il brano più lungo), che affastella rintocchi e archi per instillare tensione, una danza da infarto solo in parte depotenziato da un incastro ritmico saltellante. Dopo questa agitazione, giunge la tristezza inconsolabile di Lantern (quasi 6 min.), sussurrata e guidata da una melodia essenziale, che si ripete come a scandire timidamente il tempo, mentre le liriche incidono ferite di desolazione e di immensa tristezza.

Un tamburellare indiano spinge The Song Of The Cricket verso una psichedelia spaziale, azzannata da chitarre assordanti e archi stremati: è un colpo di scena, un altro climax atipico, concluso da una coda quasi Ska. Un altro sussulto è Voisins, tutta energica tensione, la sintesi dei brani di 6 e 7 minuti degli album precedenti, la loro coagulazione in composizioni breve, dilaniate dall’urgenza espressiva.

Impossibile rendere a parole, fino in fondo, il lascito emotivo dell’album, colorato di umori malinconici e nostalgici, lontani dal drammatico dei cliché verso territori dove l’intensità della paura e del dolore si affiancano alla bellezza, alla felicità, alla vitalità. In tutto questo, la tristezza e la desolazione assumono una decadente bellezza, che forse rimane meglio descritta dalle poche parole della title-track: Light me a lantern/For to get back home.

The Creatures in the Garden of Lady Walton (2010) si apre con la divertente, quasi demenziale, Coccodrillo, un intreccio di voci degno dei più sofisticati Books. Album più semplice, solare, positivo, è sereno nelle melodie e più lineare negli sviluppi, come mostra I Used To. Shara Worden presta la sua voce poetica e classicheggiante per brani come la dolce On The Edge, intarsiata di un pregiato Folk. Red Seas torna a un modello Folk persino riconoscibile, pur con quella fantasia melodica à la Sufjan Stevens (che collabora nell’album) che la porta a diventare poi una composizione estremamente elaborata. To Hugo si riavvicina alle visioni psichedeliche, pur con pacatezza.

La tensione, la malinconia, l’ansia non mancano comunque di fare capolino, pur saltuariamente: nella concitata Adages of Cleansing, pur addolcita dalla voce della Worden e da rasserenanti rallentamenti; nei toni lugubri di Last Song, abisso di desolazione simile a Lantern; nella ninnananna di We Were Here, con ombre da Red House Painters.

Toccante e di più facile lettura, The Creatures in the Garden of Lady Walton avvicina i Clogs ai linguaggi del Folk sofisticato e elegante, senza per questo perdere troppo in originalità e creatività.

Mentre decine di artisti mediocri continuano a produrre musica dozzinale, i Clogs non scrivono più un album dal lontano 2010. Ci si deve accontentare dei uno striminzito di EP nel 2013, The Sundown Song, dove cantano in tutti e tre i brani, verso un sofisticato Folk, persino corale (la title-track).

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Voti:

Thom’s Night Out  – 7,5
Lullaby for Sue  – 7,5
Stick Music  – 7
Lantern  – 8
The Creatures in the Garden of Lady Walton  – 7,5
The Sundown Song (EP)  – 6

Le migliori canzoni dei Clogs

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