Daniel Knox – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Ascolta le migliori canzoni di Daniel Knox

Daniel Knox è un cantante statunitense che immerge il suo canto da crooner in stili musicali attempati, ispirati alla musica da strada americana, agli organetti e alle fisarmoniche, ai pianoforti nei salotti borghesi e nei locali e saltuariamente conquistata da uno spirito cameristico e intimista, che facilmente si avvicina al musichall. La musica di Daniel Knox parla di un trapassato statunitense, senza essere trionfalistica o mitologica: è musica umile, a tratti ironica, che parla di vite quotidiane, lontane dalle spettacolari vicende delle celebrità della cultura popolare.

Disaster (2007) è una collezione di 14 brani seppia, fra i quali spiccano: l’accorata It Gets Better, quasi una ninna-nanna per fisarmonica, la drammatica Man Without A Past (con un kazoo a supportare un organetto), il motivetto d’epoca di Naive Theresa, l’incalzante e oscura Redhanded (degna di un Tom Waits), la danza scheletrica di Loves Money e l’elegia per pianoforte di Be Afraid. Quando compare una drum-machine, in Get To Know Your Neighbors, suona come aliena. Lirico senza essere affettato, drammatico senza essere patetico, Knox riesce a parlare di un’America che decade lentamente, senza apocalissi da narrare in un film di Michael Bay. Musica di sconfitte, che si dipana lentamente, ripudia ogni moda e torna a un’emotività essenziale, all’emotività di un cantastorie solitario e notturno.

Evryman For Himself (2009) continua in territori simili, rinunciando a qualche dose di desolazione con momenti più vivaci e una strumentazione più elettrica, oltre ad arrangiamenti più colorati. I Make Enemies, da banda di strada, è la sua filastrocca più divertente e una delle più spassose del periodo assieme a #2. La title-track, un altro brano con un kazoo in bella mostra oltre ai campanelli, ha il gusto dolce di una filastroccad’epoca per bambini, con retrogusto amaro.

Deb Collector è un’altra graziosa musichetta color seppia; Get Out una marcia con ottoni che sfarfallano e dissonanze demenziali. La conclusiva Armageddonsong, con fiati anni ’30, è un’elenco di disastri in versione filastrocca da asilo. Nei momenti più lenti e emotivi si avvertono vicinanze con i Black Heart Procession. Forse la vibrante emotività dell’esordio è stata un po’ sacrificata per avere arrangiamenti più corposi e variegati. Si avvantaggiano i brani più vivaci, attraversati da una sottile ironia dovuta alla dissonanza fra un mood tragico o esistenziale contrapposto a motivetti allegri e spensierati.

Daniel Knox (2015) segna il ritorno dopo sei anni. Blue Car è crooning al ralenti, come uno Scott Walker che imita i Red House Painters.

Più che la nuova filastrocca Don’t Touch Me, colpiscono questa volta i brani più intimisti, che sembrano riproporre lo stile di un Paul Anka o un Bobby Vinton dilatandolo in lunghe ectoplasmatiche preghiere (Lawrence & MacArthur).

Questa volta anche l’integrazione dei synth riesce: in Incident At White Hen un Chamber Pop riverberato e solenne si accosta a un sequencer gentile, mentre risuona una marcetta in lontananza. In frangenti come questi si avverte una rinnovata spazialità dei brani, un sovrapporsi di strati di arrangiamenti che sofisticano la materia sonora senza appesantirla, rendendo queste confessioni emotive ancora più vibranti, complesse, lontane dai cliché melodrammatici.

In High Pointe Drive (7 min.), che spezza idealmente in due l’opera, si compie la mutazione subdola dall’elegiaco al tragico, passando per il sinistro: è un equilibrio Lynch-iano di stupore, morte e allucinazione (e con David Lynch, non a caso, Knox ha collaborato). Rallentate fino allo sfinimento le composizioni diventano visionarie, permettono di osservare nel dettaglio i suoni e il loro dipanarsi lento, quasi metafisico.

Il racconto nostalgico di White Oaks Mall apre per David Charmichael, conclusa con droni spettrali e svolazzi Jazz: è un magnifico momento in cui senza sfarzi Knox mostra l’anima seminascosta della sua musica da crooner, quella delle ombre, della fiaba noir, della malinconia inconsolabile e dolcissima del quotidiano, quella della nostalgia di un’America che lentamente scompare ai bordi degli imperi commerciali. Si apre come uno squarcio nel tessuto accogliente di questi suoni attempati, rallentati, cullanti: ne fuoriesce una mestizia elegante, in chiaroscuro, che ha dell’onirico e del fiabesco.

14 15 111 chiude con i rumori del traffico metropolitano, a collegare spettri del passato e alienazione del presente: se ne va così anche un possibile momento di vera distensione in un’opera lenta ma inesorabilmente colorata di tristezza, per quanto mai esasperata e melodrammatica.

By The Venture fonde i brani elegiaci a quelli più movimentati, aprendo solenne e poi movimentandosi in un Pop da camera un po’ bandistico: nel conteso di un’opera tanto ricca di momenti da ricordare, è una novità che passa in secondo piano.

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Voti:

Disaster  – 7
Evryman For Himself – 6,5
Daniel Knox – 7,5

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