Susanne Sundfør – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Susanne Sundfor

Susanne Aartun Sundfør, meglio conosciuta come Susanne Sundfør, è una cantautrice norvegese che ha aperto la propria carriera all’insegna di un Pop dagli spunti barocchi suull’omonimo Susanne Sundfør (2007), una collezione di melodie luminose e di linee vocali brillanti. Gli archi di Dear John sostengono lunghe melodie cantate, attraversate da una serenità fanciullesca resa più toccante da una sottile malinconia. Walls, con il pianoforte che vivacizza la forma ballata, e The Dance, danza Folk irrobustita dall’orchestrazione con svolazzi mediorientali, sono altri ottimi esempi di una musica orecchiabile, melodica ma lontana dal triviale, lontana anni luce dalle ritrite pose sexy a cui si riducono molte cantanti Pop. Morocco, un duetto con Odd Martin Skålnes, riporta alla mente la decadenza di Gainsbourg, Day Of The Titans inserisce un canto commovente e una melodia Pop in un costrutto psichedelico, permettendosi stravaganze timbriche e ricchezze nell’arrangiamento che rendono il brano l’apice dell’album e una promessa per il futuro della cantautrice. La Sundfør canta magnificamente melodie orecchiabili, tanto elaborate da richiamare la lezione della Classica più che i riff ammiccanti delle popstar. Il pianoforte brilla in molti brani, vivacizzando strutture altrimenti a rischio cliché, mentre i tocchi barocchi a suon di archi spuntano con parsimonia in alcuni brani, aggiungendo eterogeneità. I riferimenti più immediati sono alla Carole King più sofisticata, con la postilla che qui l’autrice ha solo 21 anni. Se un album simile lo avesse scritto una Lady Gaga si sarebbe gridato al capolavoro, mentre in questo caso l’autrice ottiene un riscontro solo in Norvegia.

Take One (2008) è praticamente l’esordio in versione acustica. Ancora di più è una dimostrazione di capacità vocali e del ruolo centrale del pianoforte, quelle cose che fanno gridare al miracolo quando a farle è una popstar. Rimane comunque soprattutto una curiosità per completisti o per chi è interessato ad apprezzare la maturazione artista dell’autrice.

The Brothel (2010) cambia stile, con brani più atmosferici, costruiti su arrangiamenti elettronici e con soluzioni più sperimentali. La title-track riduce l’accompagnamento a un soffuso tappeto lounge distante ed elegante, mentre la voce unisce profumi africani a lunghe melodie classicheggianti, chiudendo in un clima fatato e operistico: l’eleganza, la misura, l’essenzialità cantate da una voce ormai pienamente cosciente delle proprie potenzialità.

Quella stessa voce è l’elemento centrale di Black Widow, sonata di pianoforte noir, degna di un film di Tim Burton. Non è però minore il ruolo della musica in brani come It’s All Gone Tomorrow, Elettro-Pop da camera che diventa progressivamente più stratificato, finendo in una fusione di armonie vocali, 8-bit e musica da rave. Turkish Delight è una danza mediorientale elettro-acustica mentre As I Walked Out One Evening rinuncia persino alla voce, per una ninna-nanna gotica per ottoni liquefatti. Lullaby fonde le distese linee vocali, peraltro impegnative per l’ugola, con un veloce ritmo World digitale, proponendo la Sundfor come erede di Bjork.

The Brothel è facilmente l’album migliore fino a questo punto della carriera, quello dove l’abilità melodica e canora è messa al servizio di una fusione elettro-acustica creativa.

The Silicone Veil (2012) segue la strada elettronica regalando in Diamonds un Chamber Pop fatato ma con intensità epica. Ancora più interessante White Foxes, una credibile ballata intrisa di dettagli elettronici, cantata con un mirabile controllo e grande padronanza dello strumento.

Il tono classico degli esordi è qui ripreso in chiave sinfonica, come in Meditation In An Emergency, senza stupire. Prosegue in brani come Among Us la sofisticazione del Pop, in questo caso della specie più ballabile: un Funk futuristico per intrecci vocali e tocchi orchestrali e Dub. La title-track effettua la stessa operazione su un Pop più drammatico: è un gioiello di Art Pop tinto di Elettronica.

Una danza medievale in versione Synth-Pop come Stop fonde il Folk e il Dream-Pop. La closer Your Prelude cerca un equilibrio fra la sinfonia e il Pop ballabile, con ondate di arpeggiatori. Affinando uno stile vocale duttile e ammaliante, The Silicone Veil aggiunte nuovi brani che uniscono tradizione Classica, Elettronica e Pop che, rispetto a The Brothel, punta più sul ballabile e sull’orecchiabile, scivolando a tratti in momenti fin troppo canonici ma, più spesso, trovando inaspettati equilibri che con creatività propongono nuove fantasie melodiche divise fra passato e presente.

The Love Songs (2015) è un album più sontuoso, che continua a cercare di fondere Chamber Pop, Elettro-Pop e un canto sempre più raffinato. Darlings apre in modo canonico, solo organo e voce ma i synth ruvidi di Accelerate graffiano e uniscono il ballabile a un lungo momento per organo da film horror.

Il flusso ritmico prosegue con Fade Away, rallentando verso il Pop educato e ottantiano à la Abba, con evidenti ricordi Disco che trasformano il brano in un momento revival anni ’70-’80. Silencer, Folk orchestrale, è anch’essa fin troppo canonica, pur potendo far perno sull’ugola della Sundfør. Più peculiare Kamikaze, che dalla Disco passa ad asprezze Elettro degne della migliore Lady Gaga e chiude con un clavicembalo.

Delirious fa affiorare un altro battito Elettro da una nunbe minacciosa di synth, alternando hook melodici e vuoti desolanti, raggiungendo uno dei vertici dell’opera. La conclusiva Insects mostra come sia nelle possibilità dell’autrice ridurre l’attenzione alle melodie, verso più scatenate fusioni dai toni persino Industrial.

Al centro dell’opera troviamo Memorial (10 min.), aperta come la più dilatata melodia di Pop classicheggiante, orchestrato e natalizio e rinforzata come una lenta ballad Synth-Pop degli ’80, con un successivo totale abbandono verso le più furibili composizioni di Classica. Non solo Memorial è un’occasione sprecata, ma appesantisce l’opera e sembra suggerire per il futuro soluzioni sempre meno creative, nella scia del più consolidato Pop per famiglie, emotivo, pomposo, orchestrato come il cliché prevede.

Ten Love Songs, intriso di anni ’70 e ’80, è in fondo un ragionevole sviluppo della carriera. Dopo un esordio Pop solare e vivace e un superfluo album acustico, la Sundfør ha intrapreso una ricerca a base di synth che l’ha portata a una discontinua sperimentazione su The Brothel, una più omogenea proposta su The Silicon Veil e una formalmente impeccabile ma meno coraggiosa proposta su Ten Love Songs, reintegrando sempre più il revival anni ’70 e ’80 e la Classica con alcuni suoi cliché. Rimane qualche spunto creativo, una voce ormai affermata fra le migliori fra quelle femminili del periodo e un album che piacerà di più al pubblico, per la sua proposta più rassicurante.

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Voti:

Susanne Sundfør – 6
Take One – 4,5
The Brothel – 7
The Silicone Veil – 7
Ten Love Songs – 6

Le migliori canzoni di Susanne Sundfor

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