Chelsea Wolfe – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni di Chelsea Wolfe

La cantautrice statunitense Chelsea Joy Wolfe, conosciuta più semplicemente come Chelsea Wolfe, ha fuso la tradizione gotica con quella Folk, senza disdegnare iniezioni Rock ed elementi di Elettronica.

The Grime And The Glow (2010) apre la carriera all’insegna di un Folk dai tratti Lo-Fi e qualche impennata Noise-Rock (Advice & Vices, Moses), con un aspro momento chitarristico in Deep Talks, una sorta di filastrocca vocale inquietante da rintracciare nei fischi assordanti. Halfsleeper rende più facile notare la vicinanza ai sussurri di Cat Power in una dolce, oscura ninna-nanna. La chiusura lugubre con Widow ricorda la più funebre Nico. Pur rievocando la tradizione gotica, il Folk, il Lo-Fi e il Noise-Rock, Chelsea Wolfe non riesce a trovare in questo esordio una personalità propria: vaga in composizioni scheletriche, che solo in Deep Talks, Halfsleeper e Widow appaiono sufficientemente carismatiche.

La maturazione, verso uno stile più definito, avviene in parte su Apokalypsis (2011). Una voce febbrile, tesa, nervosa in brani che fondono il Folk dell’esordio con strutture più tipicamente Rock, spaziando su questa fusione: accelerando in Mer, rallentando verso lo Slow-Core in Tracks, rievocando la Siouxsie più gotica in Demons. In Movie Screen, uno dei due brani da conservare, si arriva alla sperimentazione: voci disperse in droni spettrali, un astrattismo che diventa ballata notturna e quindi un balletto stonato, immerso in riverberi ossessivi: un incubo psicologico in musica, un bad-trip da antologia. The Wasteland è un altro bad-trip, ma basato su un’idea più banale: un coro di voci che ectoplasmatiche si riflettono all’nfinito. Pale On Pale (7 min.) è l’altro brano da conservare: una lenta marcia dai toni Doom, caratterizzata da un senso dell’atmosfera noir di un Nick Cave e cantata con una voce riverberata che che sembra quella di un’anima che lascia il corpo.

Unknown Rooms: A Collection of Acoustic Songs (2012) è un album interlocutorio di solo Folk acustico, che permette alla Wolfe di avvicinarsi di più alle melodie dei Cocteau Twins, rinunciando a Noise e Rock. Certo brani come Boyfriend restituiscono quel senso di atmosfera intimista, cantautorale e fragile di certi classici minimali del Folk, ma come il resto dell’album sembra più una questione di produzione a bassa fedeltà, riverberi e echi che di capacità compositive e interpretative. Rivestendo brani mediocri di un sound d’effetto, e spogliandosi delle chitarre e delle trovate più stridenti, la Wolfe sembra spesso una versione meno mainstream di una Lana Del Rey. L’opera, sotto i 30 minuti, appare comunque poco più che un momento di transizione.

Il tanto atteso salto di qualità arriva con Pain Is Beauty (2013), con importanti inserti di synth e un sound più aggressivo, votato a un dramma catartico. Il battito meccanico di Feral Love supporta una linea melodica ferale, in un clima di tensione che porta a mutazioni Industrial.

House Of Metal, con drum-machine e campanelli da ninna-nanna, confeziona una nuova inquietante filastrocca per voce incorporea e con dolci archi da camera. L’opera propone brani molto eterogenei: The Warden per esempio è un Synth-Pop noir e la successiva Destruction Makes The World Burn Brighter è fra Dream-Pop e Shoegaze. Sick, un altro vertice, è una sorta di aria d’opera per cacofonie e synth opprimenti, un flusso di coscienza onirico di disperazione. Kings chiude con una danza Folk suonata da una band Metal. L’album diventa particolarmente creativo nel finale. Il trittico che parte con Ancestors The Ancients delinea un sofferto cantautorato gotico, a suo agio con le orchestrazioni da camera, con i densi arrangiamenti del Rock e con il canto operistico. Proprio Ancestors The Ancients consegna un notevole esempio di questo gotico contemporaneo: un ritmo fra il tribale e il ritualistico sospinge organi liturgici a supporto dei voli vocali della Wolfe. They’ll Clap When You’re Gone (6 min.) ritorna al Folk, dilatandolo in una nube psichedelica e irrobustendolo con nostalgiche melodie di viola, trovando nel finale un passo stentoreo, drammatico, di matrice Rock che ben alimenta il climax drammatico, prima del sofferto e dimesso finale; il brano potrebbe sconsolatamente protrarsi per altri minuti, cullandosi nella sua languida mestizia. Il vertice dell’opera è la successiva The Waves Have Come (8 min. e mezzo), ballata pianistica che inizia a fluttuare come un brano dei Dirty Three, acquistando energia nel ritmo e spessore nell’arrangiamento fino a diventare corale; si chiude in feedback e dolci sussulti di piano, in una coda d’effetto, cinematografica. La closer Lone si caratterizza per chitarre distorte che portano un sapore di epica à la Morricone.

Con Pain Is Beauty la Wolfe butta il cuore oltre l’ostacolo, proponendosi cantautrice sperimentale, emancipata quasi completamente dai cliché Folk e Neofolk, capace di dialogare con Rock e persino Metal, nonché di fare un uso misurato e efficace dell’Elettronica, scansando la monotonia del lugubre per miscelarla con il nostalgico, il malinconico e la suspense. L’opera risulta ancora difficile da leggere nel suo insieme, per esempio nei suoi momenti più Synth-Pop, ma stacca gli album precedente in creatività e carisma.

Dopo aver trovato il coraggio di osare con Pain Is Beauty, Chelsea Wolfe raddoppia la posta con Abyss (2015), un album intriso di droni, Metal e manipolazione elettronica. Carrion Flowers è un brano-manifesto che ha il passo stentoreo dell’Industrial più severo, sfrutta i bassi come la Brostep più aggressiva e usa l’arrangiamento “spaziale” per far vagare la voce lamentosa in paesaggi ostili: sembra di ascoltare una delle poche, credibili proposte eredi dei Nine Inch Nails di The Downward Spiral.

La successiva Iron Moon è allo stesso, alto, livello di creatività: si apre con una versione Blues di una catastrofe chitarristica à la Electric Wizard, seguita da una felbile voce solitaria e dunque da una fusione delle due anime, in un alternarsi impreziosito da delicati interventi strumentali nei momenti di quiete: una grandiosa rivisitazione della ballata intimista. Quando in Maw la chitarra distorta interviene è come la fine dell’innocenza, la rappresentazione di un turbolento contrasto fra serenità dolcezza e violenza, che nel finale diventa un tragica ed epico trotto. La tensione di Grey Days porta all’incubo After The Fall, un’allucinazione terribile che trova per strada una melodia demenziale di synth prima di lanciarsi in una coda straziante e cacofonica, sostenuta da un muro di chitarre distorte: è un gioco di contrasti che ha a che fare più con la narrazione onirica che con la forma canzone. In Simple Death la stratificazione opprimente lascia spazio alla sola desolazione, per una ballata noir degna del migliore film di David Lynch: è lo splendore degli incubi confusi con i sogni. Survive inietta tensione su un Folk nervoso per farlo esplodere dopo quattro minuti in un assalto tribale condito di fischi, concluso in un risucchio galattico, un buco nero spaventoso. La title-track, in chiusura, è la versione da notte insonne di una dolce canzone d’amore per pianoforte e voce: deformata per diventare inquietante, è disseminata di dissonanze e oppressa dai droni, seviziata dagli archi che gridano e miagolano e chiusa senza distensione alcuna.

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Voti:

The Grime And The Glow – 5
Apokalypsis – 5,5
Unknown Rooms: A Collection of Acoustic Songs – 5
Pain Is Beauty – 7
Abyss – 7,5

Le migliori canzoni di Chelsea Wolfe

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