Camper Van Beethoven – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Gli americani Camper Van Beethoven sono una delle formazioni fondamentali del Rock cosiddetto “alternativo”, una di quelle che ne definì i canoni estetici. Ironici, demenziali, i CvB fondevano musiche etniche disparate con il Pop/Rock delle radio dei college. Citando, a seconda dei momenti, Ska, Dub, Valzer, Polka, Country e tutto un arsenale di musiche folkloriche, danze popolari e marcette la formazione destabilizzava il canone del Rock. I loro album migliori sono raccolte irresistibili di motivetti orecchiabili, strampalati e ironici.

Telephone Free Landslide Victory (1985) è un esordio che li proietta ai vertici del Rock del periodo. Da una parte ci sono le parodie-variazioni sugli stilemi Pop e Rock, brani che ancora conservano un’identità occidentale, statunitense, eppure sono resi peculiari da dettagli nei testi, da arrangiamenti stravaganti, da strumentazioni atipiche: The Day That Lassie Went to the Moon è un motivetto stralunato e zuccheroso, vagamente surreale, con armonie vocali sessantiane; Oh No! è un Pop/Rock d’epoca con afflato epico; Where The Hell Is Bill? è Country per armonie vocali e testo delirante; Tina è un Folk per violino e armonie vocali; Club Med Suck è un Noise Rock catacombale; Ambiguity Song devia un Pop/Rock canonico con il violino tzigano ed un finale delirante in salsa Dub. Affiancati a questi brani c’è un arsenale di brani strumentali che propongono musiche “altre” (non Folk americano) suonate con una strumentazione ibrida di Rock e di musica etnica: si ricordano soprattutto Border Ska, Payed Vacation Greece, Vladivostok, Skinhead Stomp, Mao Reminisces About His Day In Southern China, Balalaika Gap. Rassegna di stili etnici, di fusioni azzardate e di stravaganti assemblaggi di cultura popolare, questi brani sono degni di Zappa e della sua ossessione per le ibridazioni più strampalate. L’ascolto dell’intera opera disegna un paesaggio multietnico senza per questo somigliare ad uno studio da musicologi: non è un saggio sociologico in musica, più una fiera internazionale colorata, piena di stereotipi, di commistioni, di incongruenze, di inaspettati accostamenti.

II & III (1986) fonde la strumentazione atipica con i detriti Pop/Rock, in una versione della musica popolare americana meno onnivora ma comunque piena di assurdità, peculiarità e dettagli creativi. Lo spirito sudista di Abundance e Cowboys From Hollywood sono omaggi alla tradizione rimpizati di melodie orecchiabili, stonature, demenziale energia che trasforma gli omaggi in parodia (Turtlehead, una sorta di Leo Kottke fronteggiato dai violini assordanti). Altrove, ricordano le vette alcoliche degli Holy Modal Rounders (Goleta) o il Blues psichedelico (Vampire Club). Gli strumentali assurdi sono sempre presenti: No Krugerrands for David è un mix di Ska e musica russa. La seconda parte dell’opera (l’ideale III) è forse fin troppo sedata, una raccolta di idee ricercate ma senza la forza demenziale, delirante, spiazzante degli esordi. Si trovano qui dosi di psichedelia (Circles, Dustpan, Circles Dub), di Garage (Chain Of Circumstance) e ancora qualche tocco di ironia e gusto dell’assurdo, come in ZZTop Goes To Egypt, il cui titolo è una perfetta sintesi del sound. La band ha un atipico spirito di ribellione: tributa un mondo sonoro e tuttavia lo snatura con contaminazioni, con stonature, con un’energia slapstick che trasforma stili tradizionali in velocizzati stereotipi, peraltro spesso storpiati da sbuffi psichedelici e intervallati a strumentali dell’assurdo che mischiano e citano le culture più disparate. Come per l’esordio, è soprattutto un viaggio sonoro, qui meno rocambolesco e forse meno ispirato.

Camper Van Beethoven (1986) è forse l’album che completa la parte essenziale della loro carriera, quantomeno la loro fase più creativa. Questa volta i CvB affondano le mani nel kitsch e travisano la cultura musicale statunitense e la cultura Rock. Good Guys And Bad Guys è un po’ Reggae, un po’ Country: cantata in modo approssimativo, è un solare inno corale, un manifesto per drogati, ubriaconi e hippy. Altrove la musica USA serve per un tributo ai sovietici (Joe Stalin’s Cadillac) o per un chiacchierato Blues à la ZZ Top unito a ricordi di Country e marcette militari. Still Wishing To Course gioca con accelerazioni del parlato/cantato e della melodia, mimando le convulse avventure del Prog-Rock per creare una giostra epilettica che si scioglie in ritornelli chitarristici dalle sfumature psichedeliche. La ballata funebre Pope Festival è un tetro momento di Rock del disagio à la Sonic Youth, il dramma che si scorge dietro al sorriso del comico.

La band ha già tributato Sonic Youth e Black Flag nelle opere precedenti, mentre questa volta tributa il sound dei Doors (Lulu Land), i Pink Floyd dell’era Barrett (platealmente in Interstellar Overdrive, una cover non-cover, nonché altrove in modo meno evidente) ed i Led Zeppelin (l’improbabile delirio psichedelico di Stairway To Heaven, cover solo nel nome; riferimenti nei titoli di altri brani): è anche questo un nuovo aspetto della loro provocante arte di tributi parodistici. Pictures Of Matchstick Men è il tributo/parodia all’Hard Rock, col violino come protagonista. Sottorappresentati gli splendidi strumentali dell’assurdo: si ricorda solo il veloce delirio rurale di Hoe Yourself Down.

Persi gli intenti parodistici, i tributi irrispettosi, i mix stilistici e culturali incorreggibili, i CvB scrivono il loro album per il grande pubblico del Rock con Our Beloved Revolutionary Sweetheart (1988), che contiene tuttavia la psichedelia indiana di Eye Of Fatima Pt.2, la lentezza drammatica di O Death, la commovente She Divines Water ed il suo violino malinconico e protagonista, il Reggae per violino di One Of These Days, il pigro Country di Change Your Mind, la musica noir-western di The Fool, la drammatica musica Ska di Tania. Più pensoso, malinconico, professionale, è un album allineato alle grandi produzioni (non a caso è il primo prodotto per una major), privo di momenti di dissacrante ironia e di fulgida creatività, ma comunque non privo di diversi momenti di interesse.

Key Lime Pie (1989) è ancora più lineare e intimista (Jack Ruby, dura e drammatica), sedato tanto da diventare quasi cantuatoriale (Sweethearts, The Light From A Cake, June), con un momento di commozione nella lenta ballata All Her Favourite Fruit, con gli archi usati come nel Chamber Pop. Gli spunti etnici sono diventati molto meno e sono assai meno eterogenei.

Tusk (2003) è un eccesso retromaniaco: il rifacimento dell’intero album dei Fleetwood Mac.

New Roman Times (2004) è un ritorno che li presenta come tranquilli professionisti del Rock con il vizio della sfumatura ironica. Lo strumentale Sons of the New Golden West è una fantasia che rievoca il passato remoto, così come la meno essenziale R’n’R Uzbekistan o la divertente I Hate This Part of Texas (degna degli Ween). Long Plastic Hallway invece è una ballata da canticchiare a perdifiato, che ricorda i Built To Spill. Discotheque CVB è invece un esperimento Disco/Funk che suona autoironico per una band Rock. L’opera è anche uno strampalato concept in un’America alternativa. Sono invecchiati meglio di molti altri, ma sono comunque invecchiati.

La Costa Perdida (2013) ha completamente perso lo spirito goliardico, appiattendosi su un Rock malinconico, saltuariamente psichedelico (Northern California Girls), raramente venato di quei mix multistilistici del passato.

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Voti:

Telephone Free Landslide Victory  – 8
II & III  – 7
Camper Van Beethoven  – 7
Our Beloved Revolutionary Sweetheart  – 7
Key Lime Pie  – 6
Tusk  – 3
New Roman Times  – 5
La Costa Perdida  – 4,5

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